LODOVICO FESTA.
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LA PROVVIDENZA ROSSA. 2015.
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Parte 1.
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2016. Sellerio Editore, PALERMO.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Questo romanzo  un mistery, sono inventati il crimine che scatena la vicenda, la trama, e la soluzione finale, e sono fittizi i protagonisti; ma  pure un pezzo importante di memoria, come forse sarebbe difficile riportare con la stessa evidenza in un saggio di storia. La memoria di cosa fu un grande partito, di come funzionava la mente di dirigenti e militanti, di come si muoveva l'invisibile macchina del potere e del contropotere in una grande metropoli negli anni fine Settanta, poco prima che l'omicidio Moro scompigliasse la storia d'Italia. 
Milano, autunno 1977, zona Sempione. Una sventagliata di mitra ha ucciso una giovane fioraia. Accanto al corpo, nel chiosco di via Procaccini, una copia dell'Unit, perch Bruna Calchi, la vittima, era un'iscritta al PCI, dirigente della sezione e del circolo Arci, dove si occupava di teatro e di diritti gay; bella ragazza, molto conosciuta anche per la sua spigliata esuberanza. L'inchiesta poliziesca parte con tutta la prudenza del caso delicato, affidata a un giovane funzionario, moderno e progressista ma capace di stare al mondo; e subito incorre in un primo mistero: l'arma del crimine, una Maschinenpistole, i famosi Mp 40 in uso alla Wehrmacht, riemersa chiss come dalla Seconda guerra mondiale. Contemporaneamente, per evitare eventuali provocazioni e trappole, muove la controinchiesta del PCI. Se ne occupa il vecchio Peppe Dondi con il suo vice ingegner Cavenaghi. Peppe, un ferreo partigiano di quelli che hanno attraversato guerre civili, guerra e clandestinit, ingaggia con la polizia una corsa volta a scoprire prima la verit per occultarne un'altra. 
L'autore, che in quegli anni fu egli stesso un dirigente comunista, sceglie nella prosa lo stile narrativo di un ex funzionario di partito che, a decenni di distanza, si confessa. Proiettando il lettore in quel quotidiano mescolarsi di idealismo, realismo, spregiudicatezza e capacit, che dava grandezza, ambigua ma oggi perduta, a una politica che seppur mediante il misfatto cercava fini superiori. 
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L'Autore.
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Lodovico Festa (Venezia, 1947), giornalista e scrittore,  stato fino allo scioglimento un dirigente del PCI nel milanese. Tra i fondatori de il Foglio, ha pubblicato tra l'altro: Il partito della decadenza (2007), Ascesa e declino della Seconda Repubblica (2012). 
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Luned 31 ottobre 1977
Allora, quante tessere? chiese Gillo Pessina.
Millequattrocento. Dieci nuovi iscritti rispose Luca Sinibaldi.
Due cifre che finiscono con zero? Mi prendi in giro?.
Non capisco farfugli imbarazzato Sinibaldi.
Se il dato finisce con zero, l'imbroglio  certo. Mi dicevi 1.402 iscritti e 9 reclutati, non c'era problema, ma quei numeri l non stanno n in cielo n in terra.
Il segretario della federazione provinciale del PCI di Milano, Virgilio Gillo Pessina, tormentava gli occhialini con montatura di filo di ferro piazzati su due occhi castani, da miope, e un naso a becco in mezzo a una faccia affilata. Stava strapazzando al telefono il segretario della zona Ovest della provincia: poche fabbriche, molti terreni agricoli, tre medio-grandi centri urbani.
Le giornate del tesseramento facevano impazzire Pessina. L'anno precedente il partito comunista aveva raggiunto a Milano i 60.000 iscritti (58.927 per la precisione) distribuiti in 378 sezioni, sei zone in provincia, venti zone in citt. Ogni anno si dovevano ritesserare tutti i militanti e fare qualche reclutato. Nelle quattro giornate dall'1 al 4 novembre l'obiettivo era confermare le adesioni di almeno met degli iscritti dell'anno precedente. Il resto sarebbe venuto dopo. E se si iniziava bene, tutto diventava facile.
Il segretario della federazione era milanese, di Quarto Oggiaro, aveva radi ricciolini con appena qualche segno di grigio. Di media altezza, un accenno di pancia. Indossava un vestito color violetto con sfumature azzurrine che in tanti sostenevano si potesse comprare solo nei grandi magazzini Gum di Mosca. Camicia azzurrina con le maniche corte di terital e cravatta finto regimental con righette amaranto e viola. Aveva quarant'anni. Da venticinque iscritto al partito. I primi tredici alla federazione giovanile. Poi funzionario e da tre segretario. Viveva i riti del partito, e quello del tesseramento in particolare, con tutta l'apprensione possibile. Anni e anni di militanza e poi la direzione della macchina provinciale, ma sentiva ancora lo stress delle prime volte. Era un prete che si emozionava ogni volta che benediva l'ostia.
Il telefono si rimise a suonare. Enrica Seveso, fedele segretaria del segretario, trentacinque anni, faccetta da cinesina, capelli biondo-grigio topo, gonna blu-stinto, camicetta bianca con spilla taroccata e golfino verde, due scarpe nere alla Minnie, le gambe magre e nervose da vera milanese, gli annunci Baldo Pesaro, capo della cronaca cittadina dell'Unit.
Mi ha appena chiamato il Paoletti che segue la nera. Subito dietro corso Sempione, in via Procaccini, hanno sparato con un mitra a una fioraia. Saranno state le 7 di stamattina. Si chiamava Bruna Calchi. Secondo Paoletti le hanno trovato nel chiosco una copia dell'Unit. Forse era iscritta al partito.
Il nome mi dice qualcosa. Ma s, mi pare fosse una nostra attivista. Non me la ricordo per. Ne parlo con il Sisti. Poi ti chiamo.
Chiusa la telefonata, Pessina imprec: Quello l frega sul numero degli iscritti, questa qua che si fa ammazzare.
Per una compagna uccisa a colpi di mitra non era ordinaria amministrazione. Se la causa dell'assassinio era politica, c'era da ballare. Chiam subito Leonardo Sisti, segretario cittadino che conosceva meglio gli iscritti di Milano dentro le mura. Sisti si ricordava della Calchi, l'aveva vista un paio di volte alla sezione della zona Sempione. Ne avrebbe sentito subito il segretario.
Fatti un'idea. Vedi se c' una pista politica. Poi riuniamo la segreteria. Se ti pare che ci sia qualche trappola contro di noi bisogna avvertire il centro.
Il segretario cittadino ci avrebbe messo un po' a raccogliere le notizie e a valutare i fatti, intanto Pessina era tentato di continuare con il tesseramento. Eppure l'uccisione cos drammatica di una compagna non andava trascurata. Persino se l'avesse ammazzata l'amante. S, il caso richiedeva la massima attenzione.
Francesco Ciccio Modena, braccio destro del commissario della zona Sempione, guard con un sorrisetto il principale, mingherlino dall'aria nervosa che imprecava come al solito.
Notizie? Abbiamo un qualche straccio di notizia? Cosa c' sull'omicidio della fioraia? La nostra  una zona signorile, non possiamo lasciarci far fuori gli abitanti a mitragliate. Se non troviamo i colpevoli, saranno cazziatoni per tutti gridava Calogero Gerace agitandosi nel vestito grigio combinato con una camicia bianca e una cravatta blu scuro. Esattamente l'abbigliamento che ci si sarebbe aspettato da un commissario di quartiere.
Ascoltato lo sfogo, l'ispettore-braccio destro si fece portare i primi risultati dell'indagine sul delitto: due raffiche di mitra, sparate contro la proprietaria di un chiosco di fiori in via Procaccini poco prima di piazza Gramsci. Calchi Bruna era stata colpita da sette proiettili sui tredici sparati, tre (alla gola, al seno sinistro e in fronte) probabilmente quelli letali. L'autopsia era in corso. La Scientifica stava analizzando bossoli e proiettili. Il calibro era da 9 millimetri. I proiettili erano particolarmente deformati dall'impatto probabilmente perch molto vecchi. In tempi brevi si sarebbero avute informazioni pi precise sull'arma e sulle munizioni. Il rumore degli spari, da testimonianze di passanti e inquilini delle case intorno, era sembrato pi cupo che forte. I fori nel muro adiacente il chiosco apparivano meno profondi di recenti spari da mitra. L'arma era sicuramente non nuovissima, meno raffinata di quelle in circolazione, i kalashnikov di ultima produzione, spesso usati dalla delinquenza milanese. Nessuno aveva assistito all'omicidio. Un salumiere, Bernacchi Gino, con il negozio accanto al chiosco dei fiori, aveva visto un uomo dai movimenti agili con casco e simil-giacca a vento verde, alto circa un metro e settanta, su motorino nero senza targa, allontanarsi dalla scena del delitto in tutta fretta. Nel chiosco della vittima c'era una copia dell'Unit e nel suo portafoglio la tessera del PCI.
Oh, merda, no! Una comunista. Ci mancava solo questo. Adesso quelli l ci romperanno i coglioni se non troviamo subito l'assassino. E intanto, stronzi e misteriosi come sono, non ci faranno sapere niente dei fatti loro.
Non siamo pi ai tempi di Stalin - disse Modena, dall'alto del suo metro e ottanta. - Vedrai che ci daranno una mano.
Taci, cripto bolscevico e sindacalista del cazzo gli rispose Gerace. Che Modena si desse tanto da fare per formare i nuovi organismi parasindacali dei poliziotti al commissario della zona Sempione non piaceva proprio. N gradiva che il vice fosse alto, biondo, con occhi grandi e scuri, un corpo muscoloso e un'aria da dandy che lo distingueva da tutti gli altri poliziotti, agenti o dirigenti.  uno che non vuole neanche mettersi i calzini grigi. Cos Gerace descriveva Modena.
Il segretario della federazione Pessina era ancora nervoso, ma non fumava. Era un igienista. Andava solo su e gi per la vasta stanza da segretario, una quarantina di metri quadrati, almeno il triplo dello spazio di cui godevano gli altri dirigenti della segreteria provinciale, mentre i funzionari semplici stavano ammucchiati in larghi localoni.
Le superfici erano quelle che erano, nel cuore dell'Isola, man mano inglobato dal pi o meno fallito centro direzionale di Milano pensato negli anni Cinquanta. L'edificio della federazione era di stile moderno, tutto ferro-vetro. Alto otto piani, sembrava smilzo perch era inserito tra due stabili cicciotti. Da una parte c'era un vecchio caseggiato primi Novecento, con persino qualche tocco di liberty proletario, tipico raccoglitore di alloggi operai con grande cortilone, ballatoi a ringhiera, propriet indivisa, come si diceva nel movimento, cio collettiva, di un'antica cooperativa di abitazione: quella che negli anni Sessanta aveva aiutato il partito a farsi la sede.
Dall'altra parte c'era un ampio e moderno stabile, coperto di mattoni a vista e balconcini con colonnette di cemento. La Casa degli architetti la chiamavano quelli della federazione, con una punta di invidia e rimprovero proletari, ispirati pi che altro da leggende (Noi con i nostri ufficetti, loro con appartamentoni da 150 metri quadri) perch ci abitavano i professionisti dello studio Il Nucleo, tutti impegnati nella militanza di partito. Gli stessi che avevano progettato il palazzo della federazione.
L'arredo della stanza del segretario era di serie B ma molto moderno-efficiente: neon, scrivania assai larga ricoperta da un vetro (tocco di classe), un tavolo ovale per riunioni con una decina di sedie stile Coopsette, una carta del mondo alla parete.
I ritratti dei Lenin, dei Gramsci, i quadri d'ispirazione rivoluzionaria, i busti di Palmiro Togliatti erano spariti da tempo. Avrebbe potuto essere l'ufficio del capo di una media filiale di banca locale. Tipico caso di convergenza di stili burocratici. Gli unici oggetti anomali per il luogo di lavoro di un dirigente bancario erano due vaschette di legno, smaltate e verniciate di blu, rosso, giallo con su disegnati alcuni fiori. Regalo di una delegazione sovietica.
Alfio Renaioli, deputato milanese, membro di peso della direzione nazionale, sfotteva sempre Pessina: Guarda l i prodotti della nostra potenza di riferimento. Mille anni di storia e quei vasi da notte: ecco tutto quello che sono riusciti a inventarsi.
Suon di nuovo il telefono. Era Sisti. Aveva parlato con Carlo Marozzi, segretario della sezione di zona Sempione, che era gi stato sul luogo del delitto e ora stava telefonando a tutti quelli che avevano lavorato con la Calchi. Dopo sarebbe andato al commissariato di zona. Tra un paio di ore si poteva fare un primo punto. Si trattava di fissare, quindi, la riunione della segreteria per l'una. Allegria, si disse Pessina, anche oggi panini. Poi chiese all'Enrica di cercargli Giuseppe Dondi, il presidente della commissione regionale dei probiviri.
Con quella pomposa denominazione non si indicava solo un organismo del partito che si occupava della moralit degli iscritti. Come spesso accadeva nel PCI, le finalit apparenti di una struttura organizzativa dissimulavano realt pi complesse e, soprattutto, sensibili. Di fatto gran parte delle grane e dei pasticci spinosi - intrighi pi o meno politici e insieme questioni di autofinanziamento - venivano gestiti nella assoluta riservatezza dalla commissione probiviri, senza che dall'esterno nessuno minimamente sospettasse come andavano le cose. Anche molti iscritti, almeno quelli non introdotti nei misteri curiali, pensavano che questa commissione fosse solo il punto di ritrovo di vecchi (ma c'era pure qualche giovane) brontoloni.
Dondi arriv da Pessina. Era un omone sui sessanta, nato a Cremona, a quindici anni operaio metalmeccanico, poi per quarantatr anni (compresa un bel po' di clandestinit, guerra di Spagna e Resistenza) rivoluzionario di professione, cos si chiamavano nel periodo eroico i funzionari del PCI gi Pcd'I. Aveva una di quelle facce che si definiscono scolpite e ancora qualche capello nero. Ma il grigio era il suo colore distintivo: grigia gran parte della capigliatura, grigi l'incarnato, l'abito, la camicia. Con due fessure per occhi, la fronte spaziosa e rugosa, un'aria da orso: poteva sembrare un eroe o un gangster a seconda del suo, e dell'altrui, stato d'animo.
La morte violenta di un'iscritta era un avvenimento che coinvolgeva direttamente la commissione probiviri. Pessina gli spieg i fatti rapidamente e gli chiese di partecipare alla riunione della segreteria, all'una.
Marozzi, il segretario della sezione Sempione interpellato da Sisti per raccogliere informazioni sull'omicidio della Calchi, era un bancario. Di media altezza, capelli azzurro-grigi con la frangetta, strani occhi gialli, un lungo, considerevole naso. Aveva un'aria un po' da intellettuale o almeno da uno a cui sarebbe tanto piaciuto assomigliare a un intellettuale. Non per nulla sotto una giacca grigio chiaro portava un maglione color cammello, girocollo. Amava intrecciare la politica ai sentimenti. E anche per questo era stato particolarmente colpito dalla morte della Calchi.
Appena incaricato da Sisti, si mise in movimento. Sent quelli della Confesercenti che lavoravano con la Bruna, sent quelli dell'Anpi del quartiere per informarsi se c'era qualche manovra dei fascisti della zona, sent quelli dell'Arci e dei comitati di quartiere se risultava loro qualche fatto particolare collegabile all'assassinio. Telefon al fidanzato di Bruna, un non iscritto, per chiedere ragguagli sulle ultime vicende della vita privata della compagna. Corse a trovare la vecchia mamma della scomparsa.
And persino all'obitorio - l'avevano spedita di fronte al Policlinico - per vedere il cadavere della Calchi. Come ogni buon comunista era un materialista, non credeva ai miracoli. Ma come ogni romantico, credeva nei segni e quasi inconsapevolmente sperava che il cadavere della compagna uccisa gli potesse indicare una qualche verit nascosta. Vide il corpo livido della ragazza. Un bel pezzo di figliola, di un metro e settanta, col volto sfigurato dai colpi di mitra: due larghe ferite sulla fronte e sulla gola. I bei capelli neri, gli occhi verdi sbarrati: si erano scordati di chiuderli. Le forti cosce s'intravedevano sotto il lenzuolo.
Terminato il suo affannoso percorso si diresse verso il commissariato della sua zona, la cui sede di non comune prestigio (un edificio razionalista opera di Tito Varisco, nato negli anni Trenta come Casa rionale del Fascio), particolarmente luminosa per leggerezza di materiali e ampiezza delle vetrate, si trovava al 25 di corso Sempione.
C' Marozzi Carlo che le vuole parlare, signor commissario annunci l'agente di guardia.
E chi  questo Marozzi? chiese Gerace.
Dice che  del PCI, qua del quartiere. Vorrebbe parlarle della Calchi Bruna, l'assassinata di questa mattina.
Cazzo, come previsto. Cominciano subito a rompere le balle - comment Gerace. - Fallo entrare. E chiamami di corsa il Modena.
In quel periodo i comunisti erano per la polizia un vero tormento. Erano all'opposizione e aggredivano con la propaganda. Ma stavano nell'area di governo e una loro campagna contraria quando non ti rovinava la carriera, te la rendeva almeno pi difficile.
Non so se si ricorda di me. Abbiamo trattato il percorso di una manifestazione diretta al consolato spagnolo, dietro allo stadio di San Siro esord Marozzi.
Appena vi ho visto mi sono ricordato di voi lo accolse Gerace, obbligato dal ruolo a fingersi buon fisionomista. In realt chiedeva sempre a qualche suo collaboratore di ricostruire i profili delle persone che incontrava. Allora siete venuti per quella povera fioraia che hanno ammazzato stamattina?.
S, era una brava ragazza, iscritta nella nostra sezione. Siamo molto colpiti per il suo assassinio. Vorremmo sapere se c' qualcosa di nuovo e se possiamo dare in qualche modo una mano.
Un agente incaricato delle indagini verr a trovarvi per raccogliere informazioni. Al momento non abbiamo fatto ipotesi. Se non fosse una brava ragazza, come dite voi, e per di pi iscritta al PCI, la prima idea che ci sarebbe venuta in mente  un regolamento di conti. Un omicidio cos esagerato, senza furto, risponde a questa logica criminale. Non come nei delitti d'interesse, pi freddi, o in quelli passionali, pi caldi. Per derubare un chiosco, basta una pistolettata, se un'amante ti tradisce preferisci pugnalarla che mitragliarla. Per sono valutazioni astratte, solo dopo le indagini potremo formulare ipotesi pi precise. Ispettore Modena, visto che il dottor Marozzi  qui, ha domande da fargli?.
L'ispettore chiese al segretario di sezione se la ragazza avesse nemici, se avesse litigato con persone identificabili.
Sono stato molto sorpreso dall'assassinio di Bruna. Era una ragazza simpatica, gioviale, scherzosa, sempre con la voglia di darsi da fare. Certo, come molti di noi era impegnata in tante battaglie: per l'ambiente, contro la cementificazione del quartiere e, nella sua categoria, per gli interessi dei piccoli fiorai. Magari si era fatta nemici pericolosi. Per, se devo indicare una persona sospettabile di un delitto cos atroce, ora come ora non mi viene in mente nessuno.
Sapevo di poter contare sulla collaborazione di voi comunisti, siete una forza preziosa per lo Stato, e lo dimostrate ancora una volta dandoci tutto il vostro contributo di cittadini. Sar mio dovere informarvi delle novit dell'inchiesta, quelle non coperte da segreto istruttorio, naturalmente. Vi ringrazio molto della visita. Sotto pressione, il commissario dava inevitabilmente del voi. 
Uscito Marozzi, Gerace si rivolse a Modena: Come previsto. Vengono qui per cercare di sapere qualcosa, per romperci i coglioni, ma non ci danno neanche uno straccio d'indizio.
Marozzi dalla sua, intanto, camminando rimetteva insieme le idee: le telefonate ai compagni, il cadavere della vittima, le stupidaggini del commissario. Non era semplice ricavare una conclusione politica. A Sisti rifer che le prime considerazioni facevano pensare pi a un episodio di cronaca nera, poco spiegabile, forse uno scambio di persona, piuttosto che a un omicidio politico. Pronunci queste parole, intuendo in qualche modo che questo volesse sentirsi dire il segretario cittadino, di cui era grande estimatore. Un po' come nell'esercito, si coglieva al volo da piccoli segnali quali fossero le notizie pi gradite agli ufficiali.
All'una in punto si riun la segreteria della federazione. Sul tavolo del segretario oltre ai fogli bianchi per appunti, c'era una piletta di sandwich, qualche birra e qualche Coca-Cola.
Composta con una sapiente mescolanza di giovani e vecchi, di quadri operai e d'intellettuali, con una donna (la compagna Ada Restelli, gi operaia tessile e ora responsabile della commissione femminile), la segreteria era l'organo che governava nella pratica i comunisti milanesi. Poi, per le strategie, ci volevano anche il direttivo e il comitato federale. E ora questa segreteria era impegnata a discutere rapidamente, perch nonostante tutto c'era da seguire il tesseramento, il caso Calchi.
Dalla sezione dell'assassinata e dalle chiacchiere del commissario di zona veniva una prima indicazione di un omicidio non politico, disse Sisti. Ma come escluderlo? osserv Roberto Donati, vecchio sindacalista, gi operaio della Pirelli e ora responsabile del lavoro di massa della federazione, la commissione che seguiva le fabbriche, il sindacato, la Lega delle cooperative, cio appunto le cosiddette organizzazioni di massa.
 evidente - not Pessina - che al momento nessuna pista appaia pi credibile di un'altra. In questo caso prevale la considerazione politica. Che cosa serve oggi al partito? Accentuare la mobilitazione contro una supposta provocazione fascista? E con che scopo, con che obiettivo? Siamo al governo della citt e abbiamo in qualche modo un rapporto con il governo nazionale,  utile dare una sensazione di sbandamento?.
Ma scusa, se ci uccidono una compagna, non possiamo mica far finta di niente. Al di l della prova di debolezza che finiremmo per dare, e questo  sempre rischioso, vi sono i sentimenti, le emozioni dei compagni. Non comprenderli indebolisce l'azione del partito disse la Restelli, che buttava un po' a sinistra.
La sensazione di debolezza la diamo se ci arrendiamo agli avvenimenti, non se li governiamo. Se bastasse un assassinio dalle cause ancora molto oscure per farci cambiare la linea politica, sarebbe facile guidarci dove si vuole. E quanto ai sentimenti, il nostro compito  dominarli e insegnare a dominarli, non cedervi. D'altra parte, in questa situazione politica, con tutti gli atti di terrorismo che avvengono ogni settimana, con la ripresa delle lotte, la nostra base ha particolare fiducia nel partito. E questo  un capitale che va speso per evitare un'esplosione incontrollata di emozioni. Nessuno investe su di te se poi non sai tenere la testa fredda nei momenti difficili.
La lezioncina di tattica politica di Pessina convinse o comunque alline la segreteria. L'indirizzo scelto fu di circoscrivere il caso, spiegare a Roma che si trattava di un episodio minore, aiutare la sezione a manifestare il lutto senza eccedere in reazioni emotive. Sisti s'incaric di orientare la sezione: Mander al loro direttivo il funzionario che li segue normalmente per fare capire che la situazione non richiede particolare eccitazione.
Dondi, rigorosamente silenzioso durante tutta la riunione, approv tra s la conclusione. Sapeva per come restasse intatta l'esigenza di cercare la verit su quel che era successo. E che sarebbe toccato a lui assolvere a questo compito. Il partito poteva rinunciare a chiedere vendetta in pubblico, ma non poteva lasciare che i suoi iscritti venissero ammazzati senza reagire e soprattutto senza capire. Magari con la necessaria riservatezza.
Nel mettersi subito a studiare il piano di azione, Dondi non si dimenticava della direttiva di Pessina: Dobbiamo dare un'immagine di solida serenit.  il nuovo stile. Continuare a fare frittate senza per pi rompere uova, pens, e si mise subito a fare il punto. Primo, non era cosa da tutti i giorni che ammazzassero cos una compagna. Secondo, non c'erano, al momento, indizi di retroscena politici pi generali: la ragazza era una iscritta di base, senza ruoli rilevanti n nel partito n nel movimento. Terzo, poteva essere un episodio di follia criminale o una terribile vicenda personale.
Riassunti gli elementi essenziali, il presidente della commissione dei probiviri butt gi una tabella delle cose da fare: capire eventuali connessioni con la criminalit. A fianco segn: sentire Belli dell'Unit. Gettare un occhio sui movimenti dei neofascisti: sentire l'Ughetto. Cercare notizie sulle mosse dei terroristi: vedere Giagno. Farsi fare un quadro della sezione da Paride Tarcisi, vice della commissione probiviri della Sempione.
Con Belli non c'erano problemi di comunicazione, bastava chiamarlo al giornale e fissare un appuntamento. E cos con Tarcisi della Sempione. L'Ughetto e Giagno, invece, richiedevano procedure pi complesse. Controll di avere almeno un paio di gettoni telefonici e si apprest a uscire. Si proponeva di camminare per un centinaio di metri, sarebbe andato fino a via Melchiorre Gioia, c'era una cabina telefonica proprio davanti a quel brutto mezzo grattacielo (ma se li devono fare perch non gli danno almeno quel bello stile imperiale che hanno a Mosca, si chiedeva sempre Dondi) che ospitava alcuni nuovi uffici del Comune. Da antico cospiratore partiva sempre dalla possibilit che i telefoni pi vicini alla federazione fossero controllati e che per le conversazioni riservate si dovessero usare quelli lontani, cambiandoli spesso.
L'Ughetto era sul suo luogo di lavoro, alle poste di via Tolstoj, in quanto sindacalista della Cisnal spesso sputacchiato dai suoi compagni di lavoro per lo pi iscritti alla Cgil. Ugo Vermigli era in realt un partigiano che il partito aveva fatto arruolare nella Decima Mas e che poi, pur a guerra finita, aveva lasciato nei ranghi dei neofascisti.
Non erano frequenti le operazioni d'infiltrazione di questo tipo. E neppure i compagni che avevano ruoli speciali ne erano sempre informati: nessuno doveva sapere tutto e in particolare molti, e soprattutto con alti incarichi, dovevano poter dimostrare che potevano non sapere. A un certo tipo di sorveglianza pi sofisticata ci pensavano i sovietici con cui per i rapporti non erano sempre semplicissimi. Sia Mosca sia Botteghe Oscure escludevano scambi di informazioni sistematici tra agenti sovietici e iscritti al PCI: gli italiani erano preoccupati che frequentare agenti sovietici potesse provocare pasticci con le autorit italiane. Come era successo a quei fanatici di comunisti francesi assai pi propensi degli italiani a giocare con le cose militari. Per i russi, i servizi erano la spada e lo scudo del partito, dunque rigidamente dipendenti da esso, sottolineavano con forza quelli del Pcus perch lo capissero bene pure gli agenti sovietici, i cekisti, come si chiamavano tra loro qualsiasi fosse il nome attuale del servizio, Nkvd, Kgb o altro. Le notizie che si procuravano dovevano passare per i canali del partito e dello Stato sovietico, non essere trasferite direttamente tra servizi e partiti sia pur fratelli ma stranieri. E le fonti di approvvigionamento delle notizie dovevano a ogni costo restare riservate.
Cos nei casi drammatici - per esempio quando si tratt di smascherare una spia dei servizi italiani nella sezione Esteri della direzione - si chiedeva una mano all'Ambasciata. Nella maggior parte dei casi delicati ma non catastrofici, invece, si cercava di cavarsela da soli. E in qualche occasione, si organizzavano piccole operazioni di vigilanza, parola pudibonda usata al posto di spionaggio o controspionaggio. Nelle grandi citt, dove il partito doveva avere una visione pi precisa di fatti che potevano sfuggire di mano, si usavano persino infiltrazioni del tipo di quella dell'Ughetto. Operazioni simmetriche a quelle in cui si esercitavano, peraltro, gli apparati dello Stato italiano e persino qualche partito ostile. Nella segreteria del partito milanese, si sapeva per esempio che un segretario di una sezione cittadina, Fabio Annovazzi della sezione Ferminelli, era un neofascista collegato al Sid (notizia regalata al PCI dai compagni sovietici), ma si preferiva tenerlo l, senza fargli capire che si sapeva, per evitare di dover smascherare il prossimo che sicuramente sarebbe stato infiltrato. Poi, tra l'altro, proprio per fare bella figura, Annovazzi lavorava molto pi di tanti altri segretari di sezione.
Giagno non aveva avuto la storia integralmente militare, di agente dietro le linee del nemico, dell'Ughetto; era uno dei diversi uomini del partito con un profilo per cos dire para-cekista, con un'attivit clandestina durante fascismo e resistenza. A disposizione dell'organizzazione seppure non impegnato a tempo pieno. Quando per sent che al Lorenteggio, quartiere della periferia sud-ovest di Milano, iniziava a tirare una brutta aria, una voglia di giocare con le armi, corse subito in federazione a informare quelli della commissione vigilanza.
Caro Giagno - gli fu detto - sta capitando un certo casino nel mondo di cui non comprendiamo appieno tutte le coordinate. Per il bene del partito  necessario che tu rimanga collegato ai tuoi sparacazzate sulla violenza proletaria, e magari che tu non prenda pi pubblicamente la tessera del partito - te ne teniamo una riservata - e che riferisca solo a noi della vigilanza quello che vieni a sapere.
Cos Giagno aveva iniziato la sua carriera di simpatizzante del Collettivo politico metropolitano e poi via via di orecchiante di altri organismi collaterali alle Brigate rosse (tipo il nuovo soccorso rosso), pur senza diventare mai un clandestino.
Dondi gli chiese di vedersi alle 12 del giorno successivo l dove faceva giocare la nipotina.
Nel pomeriggio inoltrato arrivarono novit in commissariato. Gerace sbirci dietro la spalla di Modena alcune note della Scientifica che l'ispettore stava esaminando: il proiettile sembrava tedesco, quelli in dotazione ai mitra della Wehrmacht nella Seconda guerra mondiale
Un mitra dei nazisti? Quelli del PCI se vengono a sapere una cosa simile vanno in paranoia. Cerchiamo di avere qualche elemento in pi prima di giungere a una conclusione e a diffondere notizie riflett Modena.
La sede della sezione Sempione era in via Rosmini al 12, in un edificio di cemento anni Sessanta, non privo di una sua eleganza. Aveva belle finestrone a tutta parete che davano sulla strada e illuminavano bene l'ambiente interno. Sei aperture che ricordavano quelle delle stanze che hanno le lavoratrici del sesso nel quartiere del peccato ad Amsterdam, proprio affacciate sulla strada. Mancavano solo le lucine rosse e le tendine da tirare gi quando si consumava. L in sezione, in realt, quando si consumava, cio quando si teneva una riunione, la serranda, clr in milanese, era tirata su e la si abbassava solo al momento dell'uscita verso la mezzanotte, con quel bel rumorone che faceva quando era tirata gi di colpo, tra l'entusiasmo degli inquilini delle case intorno.
Sedie, scrivanie, tavolini per gli oratori, macchine da scrivere, ciclostili, libri e opuscoletti raccolti senza logica, armadietti con archivi, armadietti senza archivi, archivi senza armadietti: l'arredo interno era quello tipico delle sezioni del PCI. Oggetti raccolti a caso, comprati d'occasione, regalati da compagni che smontavano un ufficio.
Dopo le 18 quelli del direttivo della Sempione avevano cominciato ad arrivare in sezione. Naturalmente non c'era solo il tesseramento, che pur stava dando qualche preoccupazione. Si era diffusa la voce dell'assassinio della Calchi, la Bruna, quella ragazzona che tutti conoscevano non solo perch aveva partecipato a mille iniziative del partito e connesse organizzazioni di massa: dall'Arci alla Confesercenti alla Lega delle cooperative alla Cgil. Ma anche perch il suo chiosco era a duecento metri da via Rosmini. E ogni otto marzo si passava di l per comprare un mazzetto di mimose, il primo maggio per un garofano rosso.
Cordoglio e dolore per la morte della ragazza certo ce n'era, ma la questione era poi, come sempre, innanzi tutto politica. Chi c'era dietro a quel vistoso delitto? Una provocazione? Una provocazione fascista? Una provocazione fascista compiuta da qualche terrorista sedicente rosso? Comunque, si presentava un chiaro problema di sicurezza da imputare a un governo che, per quanto prudentemente sostenuto dal PCI, era pur sempre espressione dei corrotti democristiani.
I membri del direttivo entrarono uno dopo l'altro, quattordici pi tre probiviri, con un'arietta compunta che li distingueva da chi era arrivato l per fare la tessera o per avere notizie sull'assassinio. L'arietta segnalava certo tristezza per la tragedia, e insieme seriet per la gravit del momento e l'autorit dei convenuti ad affrontarlo.
Il direttivo era convocato nella sala interna, che si affacciava sul cortile. Marozzi aveva discusso con Sisti l'orientamento da dare alla discussione: una risposta ferma ma senza esasperazioni, senza una sbavatura nella mobilitazione. Come aveva detto Sisti, che poi aveva mandato Luca Caligaris del comitato cittadino, un lungagnone di ventisette anni e barba bionda, che i compagni della sezione conoscevano bene perch passava a trovarli almeno una volta al mese.
Marozzi introdusse la riunione: Compagni, siamo qui sconvolti per la scomparsa della Bruna. Ed  bene che ci scambiamo con franchezza qualche idea sul brutale assassinio della nostra valorosa militante. E valutiamo le iniziative da prendere. Tra l'altro ho parlato con la sua mamma che vuole un funerale civile con le bandiere rosse e un discorso a nome del partito in sua memoria. Parleremo io e Desiderio Verzelli che segue l'area fiori della Confesercenti. Sono stato poi al commissariato di zona dove, e c'era d'aspettarselo, i poliziotti non sanno ancora niente e fanno discorsi del cavolo su crimini passionali o d'interesse. Ho parlato con i compagni della segreteria che ci chiedono di controllare bene ogni nostra reazione. Questo non ci esenta dal domandarci che cosa c' dietro all'omicidio della compagna Calchi. Che cosa si sta muovendo nel nostro quartiere, vi  uno spostamento di forze verso la criminalit? Si  insediata una qualche organizzazione reazionaria che vuole colpirci? Le nostre lotte hanno toccato interessi cos forti che rispondono in questo modo? E, pi in generale, questo governo  in grado di garantire la sicurezza dei cittadini senza lederne per i diritti democratici? Dobbiamo porci questi interrogativi. E dobbiamo ricordare come una riflessione che non porti all'azione sia sterile. Mi chiedo quindi, considerata la popolarit della nostra cara iscritta - il suo chioschetto era un centro non solo di scambi commerciali ma di vere e proprie relazioni umane e culturali -, se non dovremmo uscire con un volantino che orienti i cittadini su un fatto grave e sentito come questo assassinio. Marozzi voleva bene al Sisti, nella sostanza voleva ubbidirgli. Ma in un momento cos, un minimo di protagonismo, suo e della sezione, era inevitabile.
Caligaris lo guard con un filo di perplessit, ma convenne che un volantino in pi non avrebbe prodotto troppa tensione politica. Soprattutto se non si fosse ecceduto nei toni.
Il primo a intervenire fu Giuseppe Patern, operaio della Tamoil di Buccinasco, nato in provincia di Catania, trentenne, un metro e 55, simpatico, affabile, scuro di capelli e carnagione con due baffetti da carabiniere. Nessuno riusciva mai a capire bene quello che dicesse, perch parlava un dialetto molto stretto e storpiava tutte le consonanti possibili: le esse, le ti, le di, le gi, le ci, le pi, le erre, le vi e qualcun'altra ancora. Patern era stato messo nel direttivo perch era l'unico operaio attivo in produzione e attivista nella militanza e si sa: un partito che si considera l'avanguardia della classe operaia deve avere almeno un vero operaio in ognuno dei suoi organismi dirigenti. Pur con qualche difficolt, riusc a far arrivare il suo messaggio: attenzione a non eccedere se poi si scopre che le ragioni dell'omicidio sono personali (robba di corni disse pressappoco Patern).
L'obiezione colp l'assemblea. Valerio Farucchini, funzionario dell'assessorato regionale alla Cultura e che dunque si considerava un fine intellettuale e uno stratega, spieg come fosse indispensabile alzare il tiro. Posizione contestata dall'amendoliano della sezione, Oreste Trotti, un maestro, che richiam la drammaticit della situazione nazionale. Fernando Cattani, professore di greco in uno dei principali licei cittadini e anche lui seguace - come gran parte della sezione - di Pietro Ingrao, appoggi Farucchini. Cesira Sarti, un'ambulante di Forl che aveva sposato la causa femminista, insistette sull'aspetto sentimentale della vicenda e sul fatto che la Bruna merita almeno un duro volantino di denuncia.
Marozzi cap dove buttava il vento e per ammorbidire i toni della discussione us l'espediente che gli aveva suggerito Sisti. Parla della fase, gli aveva detto. A dei comunisti se gli parli della fase e gli dici con convinzione che questa  una fase che richiede prudenza, vedrai che si calmano. Parlare della fase fu come gettare sabbia sulle fiamme.
Alla fine Farucchini propose un testo, che voleva avere un tono elevato in onore della scomparsa: Abitanti del Sempione conoscevate bene Bruna Calchi: la bella fioraia comunista che con il suo lavoro ingentiliva il nostro quartiere. Forse conoscevate le sue battaglie per i diritti dei fiorai, per una piazza 6 Febbraio pi dolce, i suoi cuba libre alla festa dell'Unit all'Arco della Pace, le sue recite teatrali al garage di via Eupili. Era una ragazza piena di vita e d'amore. Se  morta per una provocazione anticomunista, lo scopriremo e faremo condannare i colpevoli. Comunque le mancanze di un governo che lascia insicure aree cos importanti come il nostro quartiere, sono evidenti. Testimoniate con noi, firmando il cordoglio per la sua morte nella camera ardente che sar allestita presso la sezione Sempione, via Rosmini 12.
Come? Vuoi fare la camera ardente in sezione? Ma c' il tesseramento sbott Loris Gnocchi, impiegato delle poste, quarantacinquenne, il tesoriere della sezione.
Certe volte le questioni materiali passano in secondo piano rispose Cattani.
Ottima idea, mettiamo la salma nella sala davanti e qui nella saletta dietro possiamo continuare a fare le tessere concluse Marozzi.
Caligaris si fece passare il testo scritto da Farucchini e precis un paio di parole sul governo, attenuando il pathos del volantino e allineandolo meglio alle posizioni del partito.
Marozzi con piglio decisionale corse al telefono, parl con la vecchia Calchi, affranta dal dolore, strapp un impegno a portare la salma in sezione quando si fosse finito con l'autopsia. Poi corse alla macchina da scrivere per battere il volantino sulle micidiali matrici del ciclostile. Solo i pi abili riuscivano in questa impresa. E dopo ancora, si dovette fissarlo, buchi della matrice su spunzoni del ciclostile, e tirare i volantini: un'impresa eroica da cui si poteva uscire vivi ma mai puliti.

Marted 1 novembre
Erano le dieci. Dondi si aggirava con aria apparentemente svagata tra i vialetti dello zoo ai giardini pubblici di piazza Cavour, tenendo per mano la nipotina Giusy la cui attenzione era divisa tra le giraffe dal collo lungo pronte a mangiarle in mano e le foche schiamazzanti nella fossa d'acqua. Vide avvicinarsi l'Ughetto, ma lo lasci sfilare senza cenni di riconoscimento. Voleva essere sicuro che non fosse seguito. Si incontrarono poco pi tardi nella casetta dei serpenti. La nipotina, tranquilla e disciplinata come da stirpe bolscevica, si fermava ora davanti a questa ora davanti a quella vetrina, ammirando crotali, boa constrictor, cobra e altri rettili di ogni tipo e colore.
Dondi, scrutando da vicino l'infiltrato del partito tra i neofascisti, si chiese se non stessero pretendendo da quel loro militante uno sforzo troppo grande: trenta anni e passa di dissimulazione di idee e sentimenti avevano prodotto visibili guasti alla sua fisionomia. Borse sotto gli occhi. Sguardo allucinato. Quattro peli ribelli su una testa calva. Una magrezza spettrale. Un sorriso stereotipato e nervoso.
D'altra parte il suo lavoro si era rivelato prezioso per il partito in pi di un'occasione.
Dondi inform l'Ughetto di che cosa gli serviva sapere. Se per caso vi fosse una frangia neofascista interessata a provocare i comunisti o qualche scheggia impazzita che avesse deciso, per un motivo pi o meno strampalato, di assassinare una militante di base del PCI.
Per Vermigli l'ipotesi di una pista neofascista per l'assassinio della Calchi era improbabile. Le teste pi calde del movimento erano state isolate e man mano emarginate, se non consegnate alla polizia, dopo l'assassinio qualche anno prima del poliziotto Antonio Marino da parte di Vittorio Loi, il figlio del campione di boxe, e di un suo compare. A giugno il Fronte della Giovent era stato normalizzato nazionalmente da Giorgio Almirante e alla sua testa era arrivato un pacato giovane bolognese con l'aria da bancario, Gianfranco Fini. I milanesi si erano prontamente allineati al clima nazionale. In citt era stato smantellato il gruppo La Fenice, quelli di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale messi sotto pressione, inseguiti con denunce alla polizia tutti coloro che avevano rapporti con gruppi del terrorismo di destra, come Terza posizione e simili.
Nonostante fosse passato solo un anno da quando avevano ammazzato un loro consigliere provinciale, Enrico Pedenovi, nonostante l'incendio del bar L'Angelo Azzurro a Torino solo qualche settimana prima, i missini milanesi, in parte per resistere ai continui tentativi della destra Dc di scinderli e assorbirli, avevano scelto una via il pi possibile costituzionale, spieg l'Ughetto.
Sembra sostanzialmente finita inoltre la guerra continua e sanguinosa tra movimento studentesco e sanbabilini tra il Duomo e la Statale. La violenza ancora diffusa e consistente, quella condotta in nome dell'antifascismo militante,  oggi pi periferica che centrale, e in questo senso fa meno notizia. E cos suscita meno reazioni la nuova ondata di agguati antimissini compiuti dall'Autonomia e dai vari fiancheggiatori dei terroristi cosiddetti rossi.
Pur fuori, a causa del suo ruolo di infiltrato, dai riti quotidiani dell'organizzazione, l'Ughetto continuava - quando incontrava un esponente del partito - a parlare la langue de bois, il linguaggio burocratico, appunto di legno, dei comunisti d'ordinanza, per i quali il terrorismo era sempre cosiddetto rosso.
Di fatto pesa sempre di pi a Milano l'influenza di un giovane come Orazio Lo Bulgaro, gi segretario del Fronte della Giovent, uno che vuole fare strada - continu Vermigli - non privo di collegamenti con un emergente del mondo delle costruzioni milanesi di cui non ricordo il nome. Se per caso c', nonostante tutto, uno zampino neofascista, pu essere qualche singolo giovane esaltato. Ce ne sono ancora di nostalgici del fare a botte con l'estremismo studentesco, al Sempione c' per esempio un gruppo di studenti del Liceo Beccaria e qualche spostato nelle file degli ultr interisti. E questi esaltati potrebbero essersi mischiati con qualche sottoproletario. Ne reclutano parecchi per i lavori pi faticosi, attacchinaggio, volantinaggio, lavori che non piacciono ai giovani riccastri che abbondano nel Fronte della Giovent. Ce ne sono di questi balordi - ricord ancora l'infiltrato - tra l'altro occupati proprio nel mercato dei fiori. Al Monumentale pesa ancora la politica del fascio a protezione dei luoghi cari alla memoria e dei riti di morte. Era un regime generoso verso i becchini. D'altra parte il simbolo del partito neofascista non  proprio una fiaccola funebre? Balordi sottoproletari e giovani esaltati possono sempre lanciarsi in qualche stupida avventura sanguinaria sentenzi l'Ughetto concludendo il ragionamento.
Dondi si fece dare un po' di nomi, indirizzi e luoghi di ritrovo dei possibili esaltati e dei sicuri balordi citati dall'Ughetto e poi lo salut.
Fra l'altro la nipotina non vedeva l'ora di raggiungere la gabbia delle scimmie.
Modena aspettava sulla porta il vecchio amico, Ezechiele Ressa, nuova star della Digos milanese. Solido, non ancora trentenne, muscoloso, con un incarnato rosa, il taglio dei capelli all'umberta, sopracciglia appena segnate che davano un'aria sfuggente allo sguardo, Ressa era esponente di spicco di tutti e due i gruppi che andavano per la maggiore nella polizia milanese: gli americani e i sindacalisti. Degli americani, poliziotti che avevano studiato con l'FBI tecniche d'indagine particolarmente moderne ed erano rimasti collegati ai loro maestri, era stato leader l'uomo pi intelligente e capace della questura milanese, Luigi Calabresi, assassinato alcuni anni prima da un qualche estremista in connessione alle tragiche vicende di piazza Fontana. Del gruppo dei sindacalisti che si proponevano di democratizzare la polizia facevano parte sia Modena sia Ressa. Quest'ultimo particolarmente dinamico nell'organizzare sindacalmente i poliziotti e insieme nel frequentare il potere milanese, sia a destra sia a sinistra. Si coglie al volo la sua voglia di diventare presto o tardi capo della polizia diceva di lui qualche collega, non sempre amichevolmente.
Uniti da una comune filosofia, se non proprio da identiche ambizioni, i due ispettori si salutarono con un abbraccio fraterno.
Ressa raccont a Modena quello che aveva messo insieme su neofascisti, terroristi rossi, criminalit organizzata. Il quadro non faceva emergere probabili sospetti: i neofascisti erano in ritirata, i terroristi rossi non avevano motivi apparenti per occuparsi di una come la Calchi e non si segnalavano vicende di mafia collegabili alla fioraia, almeno all'attenzione della Digos.
L'ispettore della zona Sempione gli chiese infine qualche notizia sui comunisti locali.
Dentro quella sezione non abbiamo nessuno dei nostri che ci aggiorni con continuit. Sappiamo che  una sezione che se la d da intellettuale ed  un po' alla sinistra del partito. Il segretario, Marozzi,  un bancario, uno che parla molto - dicono le nostre fonti nel PCI - ma non portato ad azioni di strada. Non risultano particolari avvenimenti di piazza, scontri con noi o simili, da parte di militanti di questa sezione. Tu sai, poi, che secondo quello che ci ha insegnato il vecchio Scelba, abbiamo una particolare attenzione all'Anpi come possibile testa di un movimento armato se dovesse venire l'occasione. La sezione dei partigiani comunisti qui al Sempione si  fusa recentemente con quella di San Siro e del Lorenteggio per ridimensionare la presenza di alcuni esponenti esaltati e filo brigatisti. Pesano in questa struttura soprattutto gli operai e gli ex operai dell'Alfa Romeo. Ce ne sono di duri tra questi, il Caviglioni, il Teresi, il Tarcisi e altri di questo tipo. Forse qualcuno di loro  impegnato alla Sempione.
Sempre Scelba - prosegu Ressa - aveva dato la direttiva di tenere d'occhio l'Arci caccia, dove pensava che il PCI avesse mandato un bel po' dei suoi duri che con la scusa dell'hobby si sarebbero in qualche modo armati. Uno dei nostri si  dato da fare e ha avuto l'occasione di dare un'occhiata allo schedario della sezione Arci caccia del Sempione. Una vera delusione: il presidente dell'Arci caccia  uno che produce perline in Paolo Sarpi, un certo Tentori, trovi l'indirizzo e tutto negli appunti che ti lascio. Il vice  un geometra che fa anche l'attore dilettante, Villa Lorenzo, tra l'altro omosessuale. Nel direttivo ci sono poi un profumiere e un meccanico, Grignatti Tino, l'unico con l'aria un po' pericolosa. Faceva il gappista nel 1944 e forse era della Volante rossa intorno al 1947, infatti viene da Lambrate, dove stava la centrale della banda, e adesso che mi ci fai pensare mi ricordo che nel novembre '47 la volta che i comunisti occuparono la prefettura, la Volante aveva assaltato la Rai qui in corso Sempione e trasmesso un comunicato. Poi c' un postino e un ex prete. Niente trippa per gatti.
Cos a occhio - comment Modena - mi pare che questi del PCI abbiano smesso proprio di giocare alla rivoluzione.
Tu li frequenti quanto me. Entrambi abbiamo scommesso sul fatto che potrebbero essere utili per modernizzare la nostra polizia. Comunque, che ormai la loro logica sia di sostegno al sistema, mi pare chiaro. Ma quando li frequento, mi capita sempre di notare una disciplina militare da far invidia alla nostra.
Non  che ci voglia molto comment ironico il Modena, contento di aver incontrato l'amico ma consapevole di non avere avuto da lui vere piste da approfondire.
Dondi aveva fissato l'appuntamento con Giagno Cardone ai giardini di via Guastalla. Ci si rec in tram, sempre portandosi dietro la nipotina Giusy, e mentre la bambina giocava con un suo orsacchiotto, il presidente dei probiviri gettava occhiate apparentemente innocenti per capire se qualcuno lo stesse seguendo. Non c'era niente di meglio che un percorso su una di quelle lente e traballanti vetture per controlli di questo tipo.
Sapeva che Giagno era prudente almeno quanto lui, perci non ebbe esitazioni nel sedersi insieme all'ex partigiano su una panchina. Non era un problema stare all'aperto, Giusy poteva giocare pi allegramente. La giornata sembrava anticipare l'estate di San Martino. Il clima era veramente tiepido.
L'ex partigiano con cui Dondi si incontrava aveva quell'aria da ucraino tipica di certi padani della bassa pavese o lodigiana, con zigomi alti, occhi azzurri, capelli ancora con qualche filo dorato, corporatura robusta, un paio di sottomenti. Un'aria consolidata dalla lunga militanza comunista e dai vestiti che questa comportava, compreso un giubbotto nero molto similcekista. Al contrario del povero infiltrato tra i neofascisti, aveva un portamento pacato e sereno. Pochissime chiacchiere d'introduzione e passarono subito alla materia dell'incontro: la presenza di gruppi filoterroristi nella zona Sempione e un possibile loro coinvolgimento nell'assassinio della Calchi.
Secondo Cardone era difficile che l'omicidio della fioraia fosse legato a un'azione dei terroristi. Questi potevano contare su una bella area di fiancheggiatori nel vicino Lorenteggio e su un nucleo di occupanti di case a Quarto Oggiaro. In alcune delle grandi fabbriche della zona non avevano vere basi, a cominciare dall'Alfa Romeo del Portello e dalla Borletti di via Washington. Erano abbastanza radicati, invece, alla Siemens di via Monte Rosa, che aveva non pochi lavoratori residenti nella parte pi popolare di via Canonica. Un paio di tecnici dell'azienda elettromeccanica di formazione estremista erano passati alla clandestinit e avevano mantenuto legami soprattutto con alcuni reparti di operaie poco qualificate. Peraltro pi vicende di cuore che di rivoluzione.
Vi erano insediamenti di studenti di Lotta continua, poi passati all'Autonomia nei due licei, classico e scientifico, della zona di San Siro. Alcuni di questi studenti erano diventati sicuramente militanti o almeno simpatizzanti della nuova organizzazione terrorista Prima linea. Nelle chiacchierate di Giagno con i suoi vecchi amici ex partigiani che si erano collegati a Renato Curcio si respirava un'aria soddisfatta, il movimento era in espansione, si profilavano nuove e ancora pi esaltanti iniziative. Intanto il lavoro dei fiancheggiatori si concentrava nel raccogliere notizie sulle macchine dei quadri delle aziende della zona, dei poliziotti carcerari, dei militanti della Dc e del Msi: automobili che venivano incendiate al ritmo di un paio al mese, con punte di un paio alla settimana nei periodi pi agitati. Lorenteggio e Quarto Oggiaro erano due dei quartieri preferiti per questi attentati minori.
Si incominciava ad avvertire l'ostilit del PCI che in un primo e abbastanza lungo periodo era stato se non ambiguo almeno un po' reticente sui terroristi: scemotti senza futuro, gente manovrata dai servizi e dai fascisti, non una forza con radici, escrescenze di un movimento preoccupante ma contenibile. Queste erano state le tesi prevalenti a lungo tra i comunisti d'ordinanza. Ora il clima stava cambiando: si parlava di matrice di sinistra del fenomeno, si era data la direttiva di smascherare nelle aziende e nelle universit i sostenitori. In alcune zone dove il fenomeno terroristico era diventato pi insidioso, e dove il consenso sociale consentiva questo tipo di comportamento, il PCI aveva iniziato una collaborazione sistematica con la polizia. Tra i simpatizzanti del partito armato si era in parte avvertita questa svolta e si stava riflettendo come rispondere. Ho sentito dire che bisogner dare qualche segnale forte a quei maiali di revisionisti che collaborano con la polizia disse Cardone.
Ma la Calchi, per quel che gli risultava, non c'entrava niente con queste minacce. Nelle chiacchiere che si facevano tra simpatizzanti del partito armato, non era mai spuntato alcun accenno a vicende legate alla sezione Sempione, al Monumentale o al mercato dei fiori. Dondi fece un paio di nomi raccolti in qualche colloquio in federazione con i funzionari che seguivano la Sempione, persone che avrebbero potuto avere rapporti con i terroristi, e disse a Giagno di dare una controllata. In cambio ricevette qualche aggiornamento pi preciso sui luoghi dove si incontravano i simpatizzanti del partito armato: quasi sicuramente non avevano collegamenti con il caso Calchi ma era bene comunque che il partito fosse informato.
Infine si salutarono rapidamente. Si trattava anche di riportare Giusy dalla mamma.
Sulla scrivania di Modena c'erano tutti i fascicoli di casi pi o meno analoghi a quello Calchi: le occasioni in cui era stato usato un mitra, quindici nell'area Sempione dal secondo dopoguerra. Tutti quelli sui delitti legati al mercato dei fiori, compresa un'analisi della cosiddetta mafia del settore con evidenziato l'episodio del clan dei pugliesi che usavano persino le corone funebri per spacciare eroina e cocaina. C'erano poi gli assassini di donne, con un fascicolo sui maniaci e un altro sui delitti legati alla prostituzione.
Leggendo e rileggendo la documentazione cresceva la sua convinzione che la matrice del delitto fosse mafiosa: c'erano mafiosi nel mercato dei fiori, c'era una comunista che probabilmente cercava di intralciarne i traffici, c'era un assassinio clamoroso, quasi esemplare come piace appunto a simili criminali per mandare un messaggio.
Aveva chiesto al maresciallo Erio Bregolin di venirlo a trovare. Il luminare della questura in campo di circoli culturali, ossia bische di classe nel gergo malavitoso, ricord come in corso Sempione, a due passi dal commissariato, stesse proprio la bisca pi prestigiosa, gli Amici della pittura, insediata tre anni prima da Francis Turatello. Ritrovo frequentato da professionisti, negozianti di nome, industriali, relative signore o mantenute, niente balordi o puttane e troiette, semmai accompagnatrici.
Modena aveva voluto consultare il maresciallo perch, a febbraio, Faccia d'Angelo era stato soppiantato da Angelino Epaminonda, Il Tebano, suo nemico mortale, nonch un macellaio e uno psicopatico, che si andava pavoneggiando di una sparatoria di venti minuti fra le due bande proprio nel circolo. Quanto bastava per non escluderlo quale sfondo del delitto, magari legato al racket dei fiori: stessa zona, stessa delinquenza calabro-pugliese-catanese.
Bregolin lo chiamavano Callaghan, Manone o Ursus. Aveva grandi spalle e quando entrava nelle bische era col mitra in mano. Modena gli mostr la fotografia della Calchi. L al circolo degli Amici della pittura, della fioraia non aveva mai sentito parlare. Un personaggio cos sarebbe stato insolito come frequentatore di bische, la cosa gli sarebbe almeno vagamente arrivata. Figurarsi poi se c'era stato uno sgarro tale da giustificare quel macello. Epaminonda magari poteva entrarci, stiamo parlando di delinquenti. Ma non per faccende di gioco. Quella era roba da regolamento di conti.
Amici della pittura, Sempione, magari qualche ritorsione o un cortocircuito con quelli dei fiori. Caro Bregolin, tu sei un po' scettico ma la pista mi sembra promettente replic Modena.
Il gigantesco brigadiere osserv solo che un episodio cos clamoroso di solito lascia una traccia di spifferi che lui finora non aveva colto. Preg poi Modena di agire con cautela. Stavano per incastrare Epaminonda, non bisognava metterlo sul chi va l.
Nel pomeriggio, con la sua macchinina Dondi raggiunse rapidamente la sede dell'Unit e posteggi in una delle viuzze che fiancheggiavano il palazzo del quotidiano comunista. Era un edificio di sei piani, tutto vetro e ferro come la federazione milanese, con due grandi alberi di fronte, voluti da Palmiro Togliatti in persona. Visto il disegno del palazzo del giornale, aveva sentenziato: Qui ci vuole un paio di tigli.
L'attenzione per i segni di rispettabilit borghese da parte dello storico segretario del PCI era leggendaria e tramandata da centinaia di episodi. C'erano i rimbrotti all'intellettuale partigiano che veniva all'Unit con ancora indosso la divisa di combattente della resistenza, Compagno Spinotti, se le mancano i soldi per comprarsi un cappotto, ce lo faccia sapere, e il partito le far un prestito. C'erano le urla critiche contro l'arte astratta e la musica dodecafonica, arti se non proprio degenerate comunque incomprensibili per le masse popolari. Fino ai tigli per lo stabile milanese del quotidiano del partito. Forse con questi atteggiamenti il vecchio leader del PCI pensava a come estendere l'iniziativa egemonica dei comunisti. Forse, invece, tutto dipendeva dagli anni della formazione di Togliatti nella citt pi perbenista d'Italia, Torino.
Dondi, superata la portineria, si diresse abbastanza velocemente verso il secondo piano, dove era collocata la redazione della cronaca. Nella terza scrivania del salone dei cronisti c'era Massimo Belli. Trentacinque anni, capelli a spazzola, un fisico muscoloso, non altissimo, giocava a fare l'Humphrey Bogart, una sigaretta sempre accesa tra le labbra, due occhiaie lunghe fino agli zigomi che molti sospettavano si rinforzasse con l'ombretto, un trench simil-militare di colore verde-olivo.
Ho fatto tutti i compiti esord Belli che aveva ricevuto dal presidente dei probiviri l'ordine di prepararsi bene sui delitti in zona Sempione.
Avanti, illuminami.
Punto primo, il racket del Cimitero Monumentale. Nel nostro archivio c' traccia di quattro episodi maggiori. Negli anni Cinquanta fu scoperta un'associazione tra becchini e banditi che si scambiava informazioni sulle ricche vedove che avevano appena sepolto il marito. Ottenute le informazioni i banditi rapinavano le povere donne indifese. Negli anni Sessanta salta fuori una truffa tutto sommato minore, becchini e marmisti sostituivano le lapidi con altre di materiale meno pregiato, mentre quelle antiche e di valore venivano rivendute. Un vedovo cocciuto scopr l'operazione criminale e aiut a smascherare i colpevoli. Di qualche anno fa un altro episodio: una banda di spacciatori di droga usava, con la complicit di personale interno al cimitero, alcune tombe per nascondere eroina. Non tutti i becchini complici degli spacciatori sono stati arrestati, da quello che mi fece sapere l'ispettore Materassi, quando seguivo il caso per l'Unit. Il cervello di questa operazione, Oronzo Nicoli, era un pugliese legato alla Sacra corona unita ma forse c'erano rapporti con qualcuno legato alla sinistra.
Dondi si appunt caso pugliesi.
Si  scritto poi di una mafia dei fiori che partendo dall'Ortomercato, dove non mancano infiltrazioni di Cosa nostra, spingerebbe in su il prezzo dei fiori. In effetti si  arrivati in questi giorni a mille lire per un mazzetto di crisantemi, un costo folle prosegu Belli.
Non hai sentito parlare di collegamenti tra mercato dei fiori e neofascisti?.
C'era un calabrese che mi pare abbia avuto un qualche ruolo nella rivolta di Reggio Calabria, e sarebbe legato alla mafia dei fiori e a questo nuovo leader della mala milanese, Epaminonda. Se mi lasci cercare il ritaglio ti trovo il nome: Fortunato Priviteri detto Tato, eccolo qui.
Sull'argomento Fiera-puttane si ricordano tre avvenimenti maggiori in questo dopoguerra. Il caso di quei tassisti che negli anni Sessanta avevano affittato un appartamentino vicino l'entrata principale della Fiera, in piazza Giulio Cesare, l'avevano riempito di minorenni e vi portavano i clienti che sembravano pi arrapati. Tutto fin quando scambiarono per cliente un commissario che si stava recando al posto di polizia vicino alla Fiera. C' poi il caso, pure anni Sessanta, dei fiorai di piazza 6 Febbraio, altra porta fieristica, che suggerivano ai clienti pi distinti gli indirizzi di mignotte di lusso: questo giro venne scoperto perch mandarono un padre dalla figlia e il genitore indignato si rivolse alla polizia. Per ultimo la vicenda dei portieri di alberghi vicino alla Fiera che procuravano donnine. Le chiamavano in codice, con gli ospiti dell'hotel, coperte. Tutti episodi criminalmente molto limitati.
Con Belli, poi, Dondi ripercorse le notizie che gli erano venute dai due infiltrati, visti la mattina. Il cronista di nera dell'Unit conveniva che non vi fossero molti spunti politici. 
Intanto al commissariato Sempione erano giunti i risultati sull'autopsia della Calchi e quelli balistici sui proiettili e i bossoli rintracciati sul luogo dell'omicidio. Non smentivano le prime ipotesi sulla dinamica della morte della ragazza. Dai vari esami sul cadavere non erano emerse informazioni utili sui comportamenti privati della fioraia: non c'erano tracce di droga n di abusi alcolici, nessuna operazione, per esempio un aborto, che indicasse piste particolari. L'esame dei proiettili recuperati nel corpo dell'assassinata e dei bossoli raccolti nei dintorni, confermava la prima labile pista. I proiettili erano di calibro 9 mm parabellum, di fabbricazione tedesca, anni Quaranta. Il mitra usato era, al 99 per cento, una Mp 40, la Maschinenpistole 40 in dotazione alle truppe tedesche nella Seconda guerra mondiale, non facile da reperire.
Acquisite queste informazioni, Modena and da Gerace: Forse val la pena di dare una qualche notizia sulla scoperta del mitra a quelli della stampa, cos li teniamo buoni, smuoviamo un po' le acque e diamo ai comunisti la sensazione che ci stiamo dando da fare.
Gerace, perseguitato da prefetto e questore che volevano novit a tutti i costi sull'omicidio della comunista, fu assolutamente d'accordo.
L'ispettore chiam subito Giancarlo Zaniboni, redattore che seguiva la nera al Corriere della Sera.
Zani, stai seguendo tu l'omicidio della fioraia di via Procaccini?.
S, c' qualcosa di nuovo?.
Tutto ovvderecord, naturalmente.
Evidente.
L'arma usata per uccidere la fioraia comunista  una Maschinenpistole, una Mp 40, un mitra dei nazisti.
Caspita. Ci si pu ricamare su?.
Io sarei prudente. Ma intanto puoi sbaragliare la concorrenza. La questura centrale nel suo briffing delle 17 con gli altri giornalisti non lo dir.
Come sai che non diranno niente?.
Perch questa notizia sull'arma non l'abbiamo ancora passata. La dritta ce l'hai solo tu.
Grazie, Modena, sei un amico.
Verso le 18 Paride Tarcisi, vicepresidente dei probiviri della Sempione, arriv in federazione e si rec subito nella stanzetta di Dondi. Gi operaio, ora in pensione, dell'Alfa Romeo Portello, gi partigiano combattente iscritto al partito dal 1943, un corso alle Frattocchie di sei mesi nel 1946 e uno alla scuola di partito di Mosca nel 1947 dove non si apprendevano solo libresche nozioni politico-ideologiche.
Nel PCI non tutto era come appariva. Una certa democrazia della vita interna del partito, la passione dei militanti, l'attenzione verso la gente (quella che la langue de bois definiva le masse), i faticosissimi riti partecipativi non erano certo finzioni. Ma trascurare la doppiezza del partito, apertamente rivendicata dallo stesso Togliatti per spiegare come lo spirito essenziale della militanza comunista consistesse nel vivere nelle istituzioni democratiche ma per il loro superamento in senso socialista, sarebbe stato un grave errore.
Il partito funzionava tramite una esibita catena di comando che dalla direzione nazionale arrivava ai direttivi di sezione. Ma, accanto a questa, su certe questioni, si muoveva una parallela linea di controllo e qualche volta di azione in cui a contare erano essenzialmente la parte pi affidabile dell'apparato e un'area di militanti scelti soprattutto per attitudini di fedelt particolare, per la loro origine proletaria o le esperienze clandestine, preferibilmente ex partigiani. Linea che aveva innanzi tutto un riferimento rilevante in organismi come i probiviri di sezione, strumenti apparentemente inutili dove collocare vecchi militanti smemorati. In una sezione come la Sempione, un po' di sinistra, un po' intellettuale, la scelta del presidente dei probiviri era caduta su una professoressa con qualche trascorso addirittura trotzkista, colpa che di solito comportava l'emarginazione.
Ma, si sa, nelle sezioni un po' intellettuali ne succedevano di tutti i colori. Il compagno della federazione che era venuto a chiudere il congresso si era per premurato di portare a casa come vicepresidente della commissione probiviri quel Tarcisi che gli era stato ordinato di imporre a ogni costo. Era questo vecchio ex operaio, appena appena affaticato dall'et, spesso con l'aria addormentata, che costituiva l'orecchio del partito-macchina, leggermente differente dal visibile partito-popolo, su tutto quel che succedeva. Una volta al mese passava dalla federazione per scambiare due chiacchiere su quel che era venuto a sapere. Quando esplose il caso Calchi, Dondi non ebbe bisogno di chiamarlo, Tarcisi. Fu lui a chiedere per primo un appuntamento. E, il giorno dopo l'omicidio, era pronto a fare il suo rapportino, un'analisi politica e psicologica degli iscritti alla Sempione di cui Dondi aveva bisogno per inquadrare gli avvenimenti.
Partiamo dal segretario della sezione: il Marozzi l' un brau fioeu.  un bravo compagno perch  appassionato. Insomma: ci crede. Ha valori, principi. Qualche volta le spara, fa un po' il sinistro. Prende posizioni non proprio in linea col partito. Dice che vuol pensare con la sua testa. Che di solito l' il modo per dii stupidad.
Di Tarcisi, non farmi il bigotto della linea del partito lo stuzzic Dondi, che in realt condivideva il pensiero dell'ex alfista ma non voleva una descrizione troppo conformista che non gli avrebbe consentito di capire appieno la situazione.
Comunque  uno - prosegu Tarcisi - con una sua moralit. L' una caratteristica del Marozzi. In questo senso, el vedi minga coinvolto in fatti che non c'entrano col comportamento etico di un comunista. Il gruppo dirigente che si  costruito intorno a lu l' quel che l', tipico di una sezione del centro minga proletaria. C' il Farucchini, un funzionario regionale alla Cultura; il Cattani, professurun di greco al liceo; Sara Moretti, un'impiegata dell'Atm. Gnocchi, un impiegato delle Poste e tesoriere, quella pasionaria della Cesira Sarti, un'ambulante. La Elisa Vertecchi, la mia capa, poverina una che l' stada coi trotzkisti, ma poi la s' anca pentida. Sono tutti compagni un po' ciceruni ma non privi di passione. I me paren brava gente. Qualcuno l' un po' un nuis, per esempio il Farucchini. Anzi il Farucchini l' tantu nuis. Tutti un po' estremisti, ma con giudizio. Nessuno di loro, secondo me, el p vess colpevole di qualcosa di grave. Poi c' Trotti, un compagno piccolino, un po' troppo destro. Va bene essere in linea, ma c' un limite.
Di nuovo mi fai il bigotto? ripet Dondi, sempre accompagnando il rimprovero con un sorriso d'intesa.
Ogni tanto il Trotti el ga l'oeucc sbarr che fa venire qualche dubbio sulla sua sanit mentale. Per anca l mi sembra sopra ogni sospetto. C' un operaio, il Patern, catanese: questo compagno el g veramente un'aria de matt, non mi pare, per, che abbia la capacit d'intellt per fare qualcosa di complicato. Non gli darei dei compiti difficili in una conferenza di partito e non lo sospetterei di un delitto che richiede armi rare, saver preparar 'na fuga e robe complicade da organizzare e portar a termine. In questo caso scarterei una sua responsabilit. Poi, c' il Ruvo, il becchino. Un pugliese.
Pugliese? chiese Dondi.
S, di Andria o gi de l. Ruvo ha sia l'abitudine alla morte sia il saver far organizzativo per tra insema cose veramente cattive. Forse, per, ha paura del so' pap, che lavora alla Falck Vittoria di Sesto San Giovanni, e della sua famiglia. Come disemm dei teruni, ultrapatriarcale. C' ancora l'architetto Andrea Colli, il ras del quartiere, il capogruppo del PCI nel consiglio di zona Sempione, il responsabile del parcheggio di piazza 6 Febbraio, parcheggio che, detto tra mi e ti, proprio el me pis minga, contro cui ci fu una lotta molto dura che aveva un rampin in sessiun. Su questo tema si impegn molto proprio la Calchi. Il Colli  uno con cui se c' da sistemare un quartiere non vorrei avere niente a che fare, per il resto per l' 'na personcina veramente gentile. Della sezione fa poi parte Sante Invernizio, che, nella Lega coop, lavora nel settore servisi. Devo dire che el me par un brutto tipo. Vecchi amici della Lega delle cooperative m'han d che l' un ex di Potere operaio, non capisco mai bene quello che el dis. Ci sono infine il presidente e il vicepresidente dell'Arci Sempione, un centro importante per noi, per la sinistra e per il popolo del quartiere, collegato ai progressisti che lavorano nella vicina sede Rai. Presidente e vice sono il Vigoni e il Villa. Il Vigoni  anziano, di professione fa il massaggiatore per ricche signore. L' un tipin stravagante. Il Villa, invece, l' veramente un bravo bagaj, forse uno dei migliori quadri che abbiamo nel nostro quartiere: basta vedere come l' riuss a realizzare tutte le idee che gli sono venute e a cui si  dedicato. Per ci ha il visietto.
Cio?.
Ghe piasen no i donn.
Ma come, siamo quasi nel Duemila e ancora te la menet cun sti robb?.
D quel che te voret, ma un compagno che el dev es punto di riferimento della gente comune, non pu avere comportamenti che comunemente in minga ben vist. Io, per me, non mi occuperei delle cose private ma  la politica che lo impone.
Bene, bene, abbiamo appurato che il compagno Tarcisi  un superbigottone - comment Dondi, ma di nuovo sorridendogli, facendo intendere che capiva gli argomenti dell'ex partigiano. - E della Calchi che cosa mi racconti?.
Mah. Naturalmente in un momento cos viene da dire tutto il bene possibile. E ce n' molto da raccontare. Era una brava compagna, era capace di organizzare le lotte, in questo senso l'era 'na dura. Era un peperin presente dappertutto: sessiun, Arci, comitati di quartiere. Un po' piena di s, attenta ai suoi interessi, i fiori il primo maggio e l'otto marzo non ce li metteva a prezzi proprio da compagna. Ci aveva uno strambo fidanzato, uno che, secondo qualche vecchio amico di Bergamo, con cui avevo scambiato due chiacchiere, veniva da un gruppo estremista. Comunque non riesco proprio a capire chi la possa avere ammazzata. Certo era anche una resietta.
Cosa intendi dire?.
Non c'era questione su cui non piantava una grana: aggrediva quel nostro architetto il Colli, che oltretutto lavorava con la Lega delle cooperative. Si era presa con il Farucchini, responsabile cultura della sezione, perch non si impegnava per fare avere all'Arci il garage di via Eupili. Aveva avuto uno scontro con il segretario perch lei voleva spostare il 29/30, inteso come tram, che dava fastidio al suo chiosco. Persino con il suo adorato Padoan aveva litigato per le sue parti in una recita e cos col Villa per quel loro circolo culturale, cultura tant per dir: siam semper nel camp di quei visietti che te disevi.
Stai parlando di quei circoli di cultura omosessuale che aiutano il partito a modernizzarsi e ad allargare la sua egemonia? Bigottone!.
Egemonia o no, el fatt era che la nostra Bruna ogni giorno piantava una grana. Ma naturalmente niente di grave, che non venisse superato con una bicerada.
Mica male questo Tarcisi - pens Dondi - non solo butta l'occhio su quel che succede in sezione ma chiacchiera molto in giro per conoscere meglio chi la frequenta e non si trattiene dal dire quel che pensa persino dei morti se glielo chiede il partito. 
Erano le 18 e 30 quando arriv in sezione la salma di Bruna Calchi. In quel caos di sedie, tavolini e oggetti tutti rigorosamente spaiati, era stato fatto un po' di ordine. Il direttivo al completo aspett sull'attenti come in una cerimonia militare che la bara - ancora scoperchiata per dare un'ultima occhiata alla loro vecchia amica - fosse collocata nel centro della sala.

Mercoled 2 novembre
Da uomo moderno, Ercole Ferroni era pronto alla sua preghiera mattutina. Una decina di quotidiani e un paio di settimanali di tendenze e specialit difformi erano sparsi sul tavolo della colazione tra tazze di caff, bricchi di latte, brioche, spremute d'arancia, vasetti di yogurt e di marmellata di rose. Leggeva partendo dagli editoriali, proseguiva con la cronaca politica, si soffermava sui problemi internazionali, dava un'occhiata a che cosa stava combinando la squadra del cuore, l'Inter, una sbirciatina ai programmi televisivi per la serata. Cercava qualche nota sull'amministrazione provinciale di Milano, della cui assemblea faceva parte. E infine si immergeva felice nei fatti di cronaca nera, che in quei tempi erano ancora descritti come si deve.
Il giorno prima l'aveva molto colpito la notizia della morte della Calchi. Not che il Corriere della Sera ci ritornava su. E si mise subito a leggere l'articolo con attenzione.
La Calchi. Se la ricordava bene quella ragazza, dalle gambotte belle sode e generosamente offerte alla vista di tutti.
Ercole Ferroni, come in parte s'intuiva dal nome, era emiliano, provincia di Reggio.
Nel PCI, anche a Milano, il nome esotico non era una rarit, per gli operai milanesi preferivano nomi sobri. Erano molti gli iscritti al partito, per lo pi di famiglia bracciantile, che da Forl, Modena, Imola e dalle cento citt della regione ex pontificia erano venuti a lavorare al Nord, che invece s'erano portati i loro fantastici Radames, Otello, Aida, Desdemona, frutti dell'amore per l'opera lirica e dell'odio per i preti che volevano imporre solo nomi di santi certificati. Se non era la lirica, c'era sempre qualche altro filone, tra i quali innanzi tutto la mitologia classica a cui ispirarsi per evitare nomi da sagrestia, da Ercole a Diomede con qualche Calliope per le ragazze, talvolta per un ragazzo.
Accanto all'esotismo emiliano, c'era poi un filone russo esploso nel secondo dopoguerra anche tra i proletari del Nord: Ivan, Natascia, Nadia, Vania spesso usato al femminile. Partecipando a una riunione di partito si poteva avere la sensazione di essere nel mezzo di una recita del Giardino dei ciliegi. E questo senza tenere conto dei nomi pi politicizzati come Vladimir, o ancor di pi Uliano, Giugasvili, Lenina o Gagarina.
Ferroni veniva da una famiglia di contadini trasferitasi all'inizio degli anni Quaranta. A quindici anni aveva partecipato alla Resistenza come staffetta. Dopo era diventato funzionario della federazione giovanile. Finch nel '53, durante una manifestazione contro l'intervento americano in Corea, con un asse di legno aveva colpito un celerino, conciandolo male. Era entrato cos in clandestinit: una clandestinit molto particolare. Che consisteva essenzialmente nel cambiare il nome e il cognome. Da clandestino rispondeva al nome di Ulisse Cozzi. Non aveva lasciato Milano. Era anzi diventato un funzionario, poi dirigente della Cgil. Quello della clandestinit esibita era uno dei miracoli dell'organizzazione comunista, capace di far sparire alla vista degli esterni quello che per gli iscritti continuava, invece, a essere ben presente.
Alla prima amnistia per l'elezione del presidente della Repubblica (in quei tempi civili si usava cos: si facevano ancora delle amnistie) Ulisse Cozzi era tornato Ercole Ferroni, s'era istallato al vertice della Lega delle cooperative, dove aveva svolto ruoli di prestigio ma di poco impegno. I suoi interessi si concentravano in realt su due campi diversi da quelli della cooperazione. Uno era l'amore per la Bulgaria, era presidente dell'associazione Italia-Bulgaria e s'ingegnava a dimostrare a tutti la superiorit del sistema sociale di quella nazione balcanica. Organizzava senza soste gite a Sofia e a Varna, mostre e dibattiti sul mitico Gheorgi Dimitrov e sul pi prosaico Todor Zhivkov, proiezioni cinematografiche sulla produzione dello yogurt. Questa sua scelta di fanatismo probulgaro suscitava un mite stupore nei pi semplici tra gli iscritti al partito e non solo nei vertici che avevano da tempo messo ai margini un Ferroni troppo cortinadiferro-dipendente. Certo, le nauseabonde marmellate di rose che il nostro propinava a tutti, e sistematicamente, non aiutavano a conquistare molte simpatie alla causa del socialismo zhivkoviano. Piuttosto - spiegavano i cinici-scafati - gli ardori del Ferroni potevano essere spiegati con quelle poppute hostess, vere e proprie circasse, che i compagni bulgari spedivano di tanto in tanto a Milano. Per non parlare di quelle che incontrava nei viaggetti a Sofia.
E questa osservazione rivelava il secondo vero grande interesse del comunista reggiano: le donne.
Ferroni si presentava bene: slanciato, capelli rossi appena striati di bianco nonostante avesse passato i cinquanta anni, due occhi vivaci, una faccia un po' da canaglia alla James Cagney. Era, notoriamente, un po' matto, andava in giro con una pistola che non mancava di mostrare, tra forti imbarazzi, a chi si trovava con lui. Ed era un vero infoiato. Nei posti in cui aveva lavorato si parlava delle leve femminili Ferroni, signorine che per essere assunte in questa o quella organizzazione PCI-ferronian-dipendente avevano dovuto superare il test che i registi di Hollywood chiamavano del divano. 
Ora, si sa. In tutti i luoghi di lavoro c' un bel po' di scambi sessuali. Abbondano le leggende sugli amplessi consumati sopra fotocopiatrici, scrivanie, dentro ascensori, i racconti degli inequivocabili rumorini e strilletti che si possono sentire nei cessi di questo o quel luogo di lavoro. Il PCI era, per di pi, un'organizzazione dalla mentalit militare e questo contribuiva a creare un clima per cos dire da caserma. Le solidariet cameratesche tendevano a tramutarsi rapidamente in crassa copula. A chi osservava dall'interno la realt piccista pareva proprio che tutti e tutte rincorressero e si accoppiassero con tutte e tutti. Persino le segretarie pi brutte, come una addetta al segretario provinciale che sembrava il Marty Feldman quando fa il servitore gobbo di Frankenstein junior, avevano i loro amatori.
Era soprattutto la generazione venuta al partito nella Resistenza ad avere quest'ansia di sesso. Autorevoli e colti dirigenti rincorrevano le compagne intorno ai tavolini, vecchi e venerati sindacalisti lo facevano nell'armadio. Certo c'era un po' di reciprocit: grasse virago coi baffi, ma con grande potere, arruolavano come cavalier serventi giovani e splendenti funzionari operai. E li riducevano a stracci.
Solo pochi riuscivano a mantenere all'interno quel tratto di austero puritanesimo che all'esterno, nonostante tutto, il PCI continuava a trasmettere come segno dello stile dei suoi dirigenti. E forse era stato proprio quel puritanesimo imposto con un certo rigore nel decennio pi stalinista del PCI, dopo il '45, a provocare la particolare foia tardiva di tanti ultracinquantenni. E tutto ci grazie a uno spionaggio interno vigorosissimo: non per caso le regole cominterniste per l'efficace controllo politico degli uomini nelle situazioni pi varie recitavano che di chiunque, pur militante nel partito, si dovevano sapere innanzi tutto due cose. Chi lo pagasse e con chi andasse a letto.
Ferroni ci provava con tutte. Compresa la povera Bruna Calchi, che in una serata di una festa dell'Unit di sezione, due mesi prima dell'omicidio, era stata tampinata dal dirigente mandato dalla federazione per il dibattito sulle cooperative e travolta in una serie di lisci che si ballavano nel piazzale di fronte all'Arco della Pace. Trascinata dietro una siepe. Toccazzata tutta. Alla fine, per - come direbbe un confessore o un presidente degli Stati Uniti - non c'era stato un vero e proprio rapporto carnale.
Ferroni si ricordava bene sia la promettente carne solida della fioraia, sia il triste diniego finale. Della Calchi ammazzata aveva letto sul Corriere il giorno prima.
Ferroni non era credente e la sua prima reazione a questa lettura era stata, in effetti, assai poco cristiana: Ma che cosa te la sei tenuta a fare. Adesso ce l'hai l, tutta morta e sprecata sul tavolo dell'obitorio. Si era poi riscattato e aveva provato tristezza per la giovane vita troncata dal delitto.
Il giorno dopo, per, l'occhio gli cadde in particolare su alcune righe del nuovo articolo corrierista: secondo fonti della questura, l'arma adoperata per l'assassinio di Bruna Calchi potrebbe essere una Maschinenpistole Mp 40, mitra tedesco del tipo di quelli usati nella Seconda guerra mondiale dall'esercito germanico.
Maschinenpistole, Seconda guerra mondiale, area corso Sempione? A Ferroni corse un brivido lungo la schiena. La memoria gli and subito a un'operazione a cui aveva partecipato per il partito nel '45, ancora ragazzino, e a una successiva eseguita sotto la sua responsabilit nel '63. Tir fuori l'agendina telefonica, cerc il numero di Dondi e lo chiam subito: Ciao, sono Ercole.
Dondi era gi sveglio da un'oretta, ma non era ancora nella pi splendida delle forme e chiese: Ercole chi?.
Il Ferroni.
A Dondi non usc nulla di pi che un assonnato: Come va?.
Bene, scusami se ti chiamo cos presto, ma ho un problemino con i contributi di funzionario della Fgci e siccome tu stai l tutto il giorno in federazione mi potresti dare una mano a risolverlo.
Ferroni era convinto, pur tendenzialmente paranoico come molti comunisti, che nessuno controllasse i telefoni di casa di due vecchi del PCI ormai quasi pensionati, come lui e Dondi. Ma non si sa mai.
Dondi, dalla sua, cap subito che i contributi non c'entravano niente e che c'era invece qualche rogna da esaminare vis--vis. S, i contributi, capisco. Perch non passi a trovarmi alle 12 in federazione?.
Nella splendida sala riunioni del commissariato con la gigantesca lampada centrale rettangolare che dava una luce calda a tutta la stanza e con le larghe finestre che completavano la luminosit dell'ambiente, Modena risistem sul lungo tavolo tutti gli elementi raccolti nell'indagine e ne inizi l'esame: le varie deposizioni, le rubriche telefoniche della Calchi, le sue chiamate extraurbane, poche e per lo pi di lavoro, l'agendina dell'anno (quelle degli anni precedenti non si erano trovate) e vari appunti reperiti in casa.
C'erano da valutare le parole della madre Brighenti Fiorella in Calchi. Mia figlia era una bravissima ragazza. L'unico suo contributo utile fu quello di aiutare a identificare un po' di nomi, poco pi di una settantina, dell'agendina. Un paio di zii, una nonna, una sorella emigrata in Belgio. Due vecchie compagne di classe di quando la giovane Calchi andava all'istituto commerciale di via San Michele del Carso. Non che la mamma conoscesse bene chi frequentava la sua bambina. Di fidanzati ne ricordava uno solo, di cinque anni prima. Mentre il moroso in servizio, Gandolfi Enzo (29 anni, nativo di Bergamo, residente a Milano, via Ravizza 9, idraulico, non iscritto al PCI, frequentante il circolo Arci, e impegnato a recitare con la Calchi a cui era legato da una solida relazione, anche se - parole sue - non era previsto un matrimonio) l'aveva visto un'unica volta quando era venuto a portare un ombrello che lei aveva dimenticato.
Infinitamente meglio la portinaia, Giannetti Lorena. Aveva ricostruito l'amorazzo tra Bruna e Gandolfi con molti particolari: si frequentavano da due anni, non aveva mai notato alterchi significativi tra loro. Lei mi sembrava cos decisa e lui cos bamba: lo chiamava scioccolone. E lui scodinzolava tutto. Sempre la portiera aveva notato il via vai di un nutrito gruppetto di amiche. Anna, Rita, Lorena, Maria e Georgette, tra le pi assidue, i cognomi non li conosceva. Erano di sinistra, si chiamavano solo per nome. E con il nome erano per lo pi segnate sulla rubrichina telefonica. Talvolta restavano a dormire dalla Calchi. Di Anna, una con un paio di baffi terribili, ricordava qualche parolaccia indirizzata all'amica Bruna. Ma mi sembravano screzi tra ragazze. Rintracciata l'Anna, di cognome Mangiavillani, le furono riportate le parole della Giannetti sul suo litigio. Se la cav dicendo che si era trattato di un vestito macchiato dal caff per un gesto sbadato della futura assassinata.
Aggiunse: Ah, s, poi c'era uno con dei riccioli biondo-grigio cenere, lo sguardo losco, l'aria trasandata e magra, sul metro e sessantacinque, oltre i trent'anni. Che passava verso le 7 e 30 di mattina, un paio di volte alla settimana soltanto quando la Bruna era sola, si fermava un quarto d'ora e poi usciva con lei: forse l'accompagnava al lavoro. Aveva una vespa. Nome? Boh. Non l'ho mai sentito chiamare. Suonava, saliva e usciva. Modena chiese alla Giannetti di aiutare a disegnare un identikit.
Altri uomini? La portiera prosegu il suo racconto: C'era un Patrizio, un ragazzone alto, biondo, con un po' di pancia. La Bruna lo frequentava prima di Enzo. Dopo si sar visto un paio di volte. In un'occasione di notte. C'era un riccetto, carino, sui vent'anni. Aveva dormito dalla Bruna quattro o cinque volte. L'avevo scoperto mentre usciva. Prestissimo. Cercava di non farsi vedere. Invece qualche giorno prima dell'assassinio aveva ascoltato, mentre lavava le scale, spezzoni di una conversazione telefonica infuocatissima tra la Bruna e un altro: Sei uno stronzo, te lo sei meritato, non mi fai paura. Non sei un uomo se te la pigli per una scemenza cos. Ma poi, che non fossi un uomo gi si sapeva. Una conversazione dai toni agitatissimi. Per non aveva capito chi ci fosse dall'altra parte del filo.
Con l'aiuto del segretario di sezione Marozzi si erano identificati i numeri di telefono di una ventina di iscritti. Tra i quali un po' di nomi legati al gruppo teatrale Il Garage, individuati pure dal regista-assicuratore Nunzio Padoan (sentito), che aveva riconosciuto un gruppetto di attivisti dell'Arci Sempione (sentiti), presso cui Il Garage si appoggiava. E poi una vagonata di attivisti della sezione (il Farucchini, il Villa, lo Gnocchi e tutti gli altri: naturalmente sentiti).
C'erano, ancora, i numeri del fornitore di fiori, Giaccuzzo Leandro (interrogato per telefono), del responsabile area fiori (cos definito dall'agenda dell'assassinata), del responsabile dell'area fiori della Confesercenti, Verzelli. Del direttore del mensile Rosso un fiore, Torre. Tutti contattati.
C'erano poi numeri di servizio: fornitori, fattorini, commercialisti e cos via. Qualche numero di telefono di bancari, con l'istituto di appartenenza segnato vicino al nome. Qualche medico: ginecologo, dentista, generico. Qualcuno del comitato antibox di quartiere. Un architetto della Ravani spa, ditta che si occupava di costruire i box, ma non quelli a cui Bruna si opponeva. Un agente turistico, un agente immobiliare della Santa Leuca spa.
L'agenda degli appuntamenti permetteva di ricostruire bene la vita della fioraia. Il mese d'ottobre: sei riunioni di sezione, tre direttivi dell'Arci, un coordinamento dell'area fiori della Confesercenti, dieci appuntamenti del gruppo teatrale Il Garage, due assemblee dell'Arci, due riunioni del circolo Lorca, un volantinaggio contro la deviazione della linea 43, due diffusioni dell'Unit, una riunione del comitato di lotta piazza Gramsci, una riunione di redazione di Rosso un fiore e un seminario a Sanremo, sempre organizzato dal mensile, su mercato florovivaistico e imperialismo. Su 31 giorni, 30 appuntamenti legati alla sezione o ad attivit della sinistra.
Dagli impegni registrati nella sua agendina risultava che nella serata prima del delitto la fioraia si trovava in via Eupili 7, sede del gruppo teatrale.
Per il resto, lo stile di vita di Bruna era abbastanza semplice. Certo da un po' si permetteva qualche oggetto di lusso come due o tre sciarpe con l'aria particolarmente costosa. E questo negli ultimi mesi, secondo le osservazioni della pettegola portiera dalla vista particolarmente acuta.
A una successiva perquisizione si era verificata l'esistenza di dette sciarpe: due lunghi scialli di cachemire, di un valore approssimativo di ventimila lire l'uno.
Insomma, per comprendere l'ambiente in cui era vissuta la Calchi era necessario innanzi tutto capire il mondo della sua sezione e delle varie organizzazioni che si aggregavano intorno a questa. Tutta la vita della Calchi, i suoi impegni politici, culturali, ricreativi, e naturalmente quelli amorosi, ruotavano intorno al PCI e alla sinistra. Ma da quel mondo si ricavavano ben poche notizie: mai partecipato o assistito a liti con la Calchi? Mai sentito parlare di qualcuno che si fosse espresso aspramente contro la Calchi? Mai visto uno con i riccioli biondo grigi e la faccia scavata come da identikit? Nessuno sapeva niente o aveva visto niente o riconosceva qualcuno.
La Calchi veniva fuori da tutti gli interrogatori dei suoi compagni e compagne come una specie di santa. Eppure appena si sentivano i commercianti della zona, quelli non legati al PCI, tutti parlavano di una ragazza dura, arrogante, pronta a litigare (vedi verbali del salumiere Bernacchi, del ristoratore Perra Giovanni, dell'edicolante Volta Rino e altri due o tre esercenti di via Procaccini). No, ragion Modena, le risposte dei militanti non sono convincenti. La figura della Calchi era coperta da una nebbia fittissima prodotta pi o meno in buona fede dai testimoni di partito, quelli che, come si  visto, occupavano pi o meno interamente tutta la sua vita.
Chiss se volevano preservare il ricordo di una di loro a cui avevano voluto bene o se volevano evitare che emergessero particolari politicamente imbarazzanti. Forse entrambe le cose.
Bene - riassunse il commissario che assisteva all'esame dei risultati dell'indagine. - Dal ministero dell'Interno, dalla prefettura e dalla questura ci tempestano perch sono preoccupati dalle reazioni dei comunisti e noi - mi pare - non abbiamo in mano un cazzo. Che facciamo caro Modena?.
Personalmente trovo convincente la pista mafiosa e domani prover a capire da quelli della federazione del PCI se loro hanno qualche indizio in questo senso.
Bene, bene. Ci mettiamo nelle mani dei comunisti! Spero solo che il nostro povero san Scelba non debba mai venirlo a sapere.
La zona Sud indietro del 3 per cento, quella Nord ferma, la Est e la Ovest cos cos. Solo la Brianza funzionava un po' meglio. E certo non si poteva contare sul Lodigiano o l'Abbiatense. Il tesseramento non andava affatto bene: indietro dell'1,5 per cento rispetto all'anno precedente, con meno 15 reclutati. Da segretario della federazione particolarmente stressato si chiedeva dove avesse sbagliato e come poteva rimediare. Sull'Unit era uscita un'apologia dei compagni di Siracusa che avevano sfidato se stessi, come scriveva l'inviato speciale. E poi gi complimenti per le attivit di reclutamento a Asti, Novara, Vercelli nonch La Spezia. Di Milano non si parlava. Naturalmente. E poi c'era l'altra rogna escogitata da quello zelante del responsabile dell'organizzazione nazionale che il giorno prima aveva lanciato il Mese del Partito. Un mese di tesseramento? Finiremo tutti matti, si disse Pessina. Mentre era concentrato su questi vitali problemi, Enrica l'inform che Paolo Rotelli lo voleva vedere.
Oh, no. Ci manca solo il Rotelli.
Rotelli, 30 anni, non alto non basso, capelli scuri non corti non lunghi, da 12 anni funzionario prima della federazione giovanile poi del partito, aveva due baffetti spioventi alla Gengis Khan, che valorizzavano i suoi occhi sporgenti. A quei tempi era il responsabile della commissione Problemi dello Stato della federazione. Secondo alcune malelingue, era la prova definitiva di quanto il PCI giudicasse con disprezzo lo Stato borghese e i suoi funzionari. Secondo il segretario della federazione, invece, i modi posati, talvolta lenti, di Rotelli aiutavano a trattare con delicatezza magistrati e forze dell'ordine ed erano utili a prendersi il necessario tempo per analizzare le questioni assai complicate del settore. D'altra parte, per le questioni di sostanza, c'era il suo vice Tiziano Grotti.
Mi hanno chiamato dal commissariato del quartiere Sempione, l'ispettore Modena, un nostro amico con cui c' da sempre scambio d'informazioni. Vuole parlarmi dell'assassinio di quella nostra compagna, la Calchi, e raccontarmi delle indagini che stanno svolgendo.
Bene, va sempre curato il rapporto con le istituzioni - rispose Pessina - non mi pare che vi siano problemi particolarmente scottanti in questo caso Calchi. A occhio una vicenda di cronaca nera. Comunque se verr a conoscenza di qualcosa te lo far sapere subito. Il Modena, naturalmente,  un amico, ma non ho bisogno di ricordarti la prudenza nei rapporti con una polizia i cui comportamenti non sempre sono lineari. Perci, caro Rotelli, mi raccomando, attento a non dare impressioni che possano essere male interpretate. Lascia che sia soprattutto lui a parlare. Casca delle nuvole se ti chiede notizie su questo o quel nostro iscritto. Digli che t'informerai e lo richiamerai. Ringrazialo comunque per la visita che ci fa. E adesso lasciami alle mie tessere.
Pessina fece venire Dondi. Novit sulla vicenda della Calchi? gli chiese.
No. Stamattina, per, mi ha cercato il Ferroni, faceva il misterioso. Forse sa qualcosa dell'assassinio: trattandosi dell'uccisione di una con la gonnella, c' sempre la possibilit che il nostro vecchio Ercole sia informato su aspetti della vicenda.
Quelli del commissariato Sempione hanno mandato uno dei loro per vedere se abbiamo informazioni e se, magari, le nascondiamo. Il Rotelli, naturalmente, crede che il poliziotto venga qui solo perch  nostro amico. Senti Paolo dopo che ha parlato con il suo amato ispettore spione. Non credo che il poliziotto riuscir a strappare una qualche informazione al nostro responsabile Problemi dello Stato. Se per caso ce la facesse, ti pregherei di cercare d'incontrare quel prezioso servitore della Repubblica e chiedergli di spiegare come sia stato in grado di fare questo miracolo. Tienimi aggiornato, e ora devo occuparmi delle mie tessere.
Intanto s'era fatto mezzogiorno. Il presidente dei probiviri torn nel suo ufficio, una vera e propria celletta monacale, deturpata solo da un quadro di Roberto Carini, il pittore ufficiale del partito che incombeva in molte sale con le sue farfalle, le sue faccette esangui, i suoi uccellini, i suoi terribili colori pastello.
Qualche momento dopo, arriv Ferroni.
Ciao, Ulisse, Dondi spesso lo chiamava col suo vecchio nome da clandestino, un vezzo tra beffa e nostalgia.
Sono venuto a parlarti dell'assassinio della Calchi.
Lo avevo previsto.
In che senso?.
Era una ragazza e dunque....
Ma cosa dici? Non , poi, esattamente di lei che ti voglio parlare. Piuttosto della Maschinenpistole, dell'Mp 40 che l'ha uccisa. Dopo il '45 avevamo raccolto una partita di quei mitra tedeschi sequestrati durante la Liberazione e avevamo sistemato le armi presso l'Alfa Romeo, che ha uno stabilimento proprio l dietro al corso Sempione. Poi li avevamo trasferiti, me n'ero occupato personalmente, in un circolo cooperativo sempre dietro il corso Sempione. E infine collocati nella nuova sede della sezione Sempione, che il partito aveva acquistato nel '63. Nel '74 mi risulta che era venuto l'ordine di sgombrare tutto. Per, io non mi occupavo pi di queste vicende soprattutto perch voi mi giudicavate un servo dei sovietici. Comunque appena ho letto sui giornali le informazioni sull'arma dell'assassinio della Calchi, mi sono venuti i sudori freddi e sono corso da te.
Ulisse, di te potranno dire in tanti le cose pi terribili, che appesti il partito con la marmellata di rose, che non c' gonnella che non hai tampinato, che sei una spia di Mosca anzi, peggio, di Sofia, ma resti un compagno con la testa sulle spalle. Ti ringrazio molto per l'informazione. E, come usa nella ditta, non ti far sapere nulla degli sviluppi del caso. Grazie ancora e salutami quella santa di tua moglie, l'Elsa. Ora fammi correre, dopo quel che mi hai raccontato la mia vita sar ancora peggiore.
Uscito Ferroni, Dondi cerc subito Grotti, che fortunatamente era in federazione - probabilmente stava organizzando una partita di scopa per la sera - e gli chiese di raggiungerlo nel suo ufficio. Grotti era il compagno che fino a qualche anno prima si era occupato della commissione vigilanza, una struttura dai compiti molto articolati e specialmente riservati. Anche ufficialmente si occupava dell'autodifesa del partito, incarico che implicava attivit le pi varie e confidenziali come per esempio iniziative d'intelligence o, ancora pi in grande, la preparazione dell'entrata del partito nella clandestinit. Era stata sciolta come segnale ai partiti di governo che l'opzione rivoluzionaria del PCI era completamente tramontata. O quasi. Al suo posto era stata costituita la commissione Problemi dello Stato, formalmente con un ruolo di pura discussione delle riforme dei diversi settori dello Stato, esercito, magistratura, polizia e cos via: ruolo pubblico di cui si occupavano funzionari del tipo di Rotelli. Ma al di l del volto esterno, svolgeva ancora attivit d'intelligence sul funzionamento concreto dei Corpi armati o repressivi. Infatti, se in via ufficiale si consideravano superati i pericoli di colpi di Stato o di guerra con l'Unione Sovietica, praticamente si trattava di valutare ogni evoluzione possibile. Non per nulla a livello nazionale il responsabile della commissione Problemi dello Stato era un dirigente particolarmente autorevole, Ugo Pecchioli. E in federazioni come quella di Milano c'erano compagni come Grotti che pur con l'aria da nonno, pur con troppo amore per il Barolo (Senti che spessore era la sua frase preferita quando a tavola si poteva lasciare andare alle gioie del rosso piemontese), aveva un'idea dei rapporti tra PCI e corpi dello Stato meno idilliaca di quella che avevano funzionari entusiasti tipo Rotelli.
Grotti lo si incontrava a pian terreno, in una stanzetta a destra appena entrati dal portone principale della federazione. Come tutti quelli che facevano lavori delicati come il suo nel PCI doveva soprattutto apparire inoffensivo o, ancor meglio, invisibile.
Quando il segretario della federazione del tempo gli aveva detto di coordinare la Vigilanza, aveva protestato: Ma io non so neanche sparare.
Imparerai.
Ma con tutti i partigiani che abbiamo, non potete usare uno di loro?.
Ce ne sono troppi con la testa calda. E i migliori sono sotto sorveglianza dei servizi. E, poi, non sei stato un partigiano?.
S, ma della pace, quelli con la bandierina mica quelli con la pistola.
Un bel Dai, non rompere aveva chiuso la vicenda, e cos Grotti si era messo ad autodifendere il partito.
Il Ferroni mi ha appena raccontato una storia di mitra tedeschi su e gi per la zona Sempione. Siccome un'iscritta di quel quartiere  stata uccisa proprio con un mitra di questo tipo, tu che hai il compito di tenere insieme la memoria di quelle insensate iniziative di autodifesa che abbiamo messo in piedi dal '45 in poi, dovresti spiegarmi in che situazione ci troviamo.
Porcaccia la miseria - si spavent Grotti a cui era del tutto sfuggita la vicenda MP 40-Calchi sui giornali. - Io posso parlarti solo delle cose su cui Ernesto Fragonari, prima di lasciarmi il coordinamento della Vigilanza, mi ha informato. Su quello che  avvenuto prima non so niente. Ma quando la direzione decise che non ci servivano pi depositi di armi, furono organizzate le solite squadre di compagni fidati che le andarono a raccogliere nei vari depositi e le seppellirono in apposite cave. Tutto and liscio tranne che alla Sempione. L due volte usc la squadretta per fare l'operazione, due volte s'imbatt in un segretario impiccione che imped loro di portare a termine l'impresa. Il Fragonari, ti ricordi che tipaccio di stalinista era, mi inform che non si fidava di quel segretario, un ingraiano, di quelli che chiacchierano o perch si vantano che il partito  rivoluzionario e ha le armi o perch denunciano che non c' trasparenza e le masse non sono state informate. Meglio un destrone come te, mi diceva il Fragonari, che quando tradir il comunismo lo far per motivi razionali piuttosto che quei pazzoidi che non sanno cosa vogliono. Cos allora l'operazione non fu fatta. Mi si assicur che le armi erano sistemate per bene e di aspettare un'occasione per risolvere definitivamente la questione. Aspettare, si  aspettato. E ora ci arriva questa tegola sulla testa.
Beh, almeno abbiamo un quadro preciso del disastro. Sai quanti mitra c'erano alla Sempione, quanti proiettili?.
47 con 700 proiettili.
Chi sa qualcosa di questa vicenda?.
Tra i vivi ci siamo io e i due della squadretta di distruzione, spediti dall'Emilia, che non poterono fare il loro lavoro. Se sono ancora vivi.
Dondi corse da Pessina, per quanto l'et e la pancia glielo consentissero.
Gillo, abbiamo grossi guai all'orizzonte. Nella Sempione c'era e c' uno dei nostri antichi depositi per l'autodifesa, 47 Maschinenpistole.  molto probabile che l'arma usata per l'assassinio della Calchi, iscritta a quella sezione, possa essere proprio uno di questi mitra tedeschi. Ci troviamo in una situazione di emergenza. Gli espose queste cose d'un fiato per evitare di perdere tempo con le altrimenti inevitabili divagazioni del segretario sul tesseramento.
Pessina impallid, ma come molti quadri comunisti era in grado di mantenersi freddo sotto tensione. E comunque lo spaventava molto di pi il calo delle tessere che un affaraccio di armi e sangue. Bene, dunque adesso ci tocca pensare a come indagare pi in profondit su quella maledetta sezione. Qualche idea?.
Mi sembra un compito sulla misura del nostro Cavenaghi sugger Dondi.
S, certo. L'ingegnere, cos preciso, cos poco appariscente.  l'uomo giusto: dobbiamo inventarci una scusa per inviarlo alla Sempione senza suscitare sospetti. E intanto dobbiamo trovare il modo per fare scomparire i mitra. E insieme  necessario seguire pi da vicino le mosse della polizia per capire se battono piste che ci riguardano: ci serve un'idea per come tenerli d'occhio senza che s'insospettiscano. Quell'ispettore l ha gi iniziato a tastarci il polso. Rotelli sar a colazione con lui domani dopo il funerale della Calchi. Servono idee e iniziative da prendere in fretta e furia. Pensiamoci su un momento e poi ci vediamo alle 14 e 30 per decidere su tutto. Adesso lasciami aprire la televisione, il segretario nazionale ha parlato a Mosca, la direzione del partito mi ha fatto avere il testo, ci sono un paio di affermazioni che ci faranno un po' ballare con i nostri filosovietici.
Quando Pessina sent dire dal segretario nazionale le precise parole: La democrazia  un valore storicamente universale sul quale fondare un'originale societ socialista pronuciate proprio cos di fronte a Leonida Breznev e a tutto il Politburo schierato, pens che era stato fatto un altro passino per distinguersi da una Mosca sempre pi sclerotica. Si trattava, poi, di valutare con calma quanto fosse effettivamente lungo questo passino. Gli fece piacere ascoltare una presa di posizione di Ugo La Malfa, uno che contava molto nonostante i voti, che diceva come si ponesse la questione del PCI al governo. Ma oltre al tema dell'esecutivo nazionale c'era il partito che andava prontamente governato. Aveva gi parlato con quelli della sezione organizzazione della direzione, tutti al lavoro per orientare gli iscritti dopo il discorso moscovita del segretario nazionale. Venerd 11 novembre si sarebbe tenuto un comitato regionale per avere uno scambio di idee tra i dirigenti del partito. Ma gi luned 7 novembre, in occasione del sessantesimo della Rivoluzione d'Ottobre (Lenin prende il potere il 25 ottobre del 1917 per il calendario ortodosso, il 7 novembre per il gregoriano) sarebbe venuto a parlare al Teatro Lirico Gianfranco Regazzi, oratore formidabile e beniamino del partito, oltre che apprezzato dai sovietici. Ci avrebbe pensato lui a tenere calme le acque. Poi per, sezione per sezione, bisognava impegnarsi a spiegare con pazienza che cosa c'era di nuovo nella linea e naturalmente quanto di antico rimaneva.
Per un momento Pessina pens: non bastava la Calchi, adesso ci volevano le gite del segretario nazionale al Cremlino per distrarci dal tesseramento. Poi si riprese. A pensare male del segretario nazionale si commetteva in qualche modo un atto impuro.
L'ingegnere Mario Cavenaghi in quella giornata di novembre, quando Dondi l'aveva cercato subito dopo l'incontro con Pessina, era a spasso per il lungo vialone che, attraversando Cinisello, collega Monza a Milano. Stava cercando una canna da pesca.
Cavenaghi si era laureato al Politecnico di Milano, trentenne, un metro e ottanta, biondino, occhialuto, miope. Vestito con giacche a quadrettoni che andavano molto fra i professori e i laureati del Poli.
Qualche anno prima, proprio quando un'impresa gli aveva offerto un posto, Cavenaghi era stato chiamato dal segretario. Mario, tu sei figlio di due operai, che hanno lavorato col partito fin dalla resistenza. Ti sei dato da fare nella federazione giovanile. Saresti molto utile nell'apparato: tipi come te del tutto affidabili e insieme preparati, non ne abbiamo molti gli aveva detto Pessina.
Ma io non voglio fare il funzionario, non ho in testa nessuna carriera politica. Sar pi utile lavorando in qualche azienda.
Il segretario gli spieg l'impegno che gli si chiedeva nella commissione regionale dei probiviri. Che per un ruolo cos serviva proprio uno come lui, capace di analizzare i problemi e insieme privo di troppe ambizioni. Lo ricatt con la memoria del padre morto. E alla fine ne port a casa l'assenso.
Era in una fase solitaria, da tre mesi si era lasciato con la Carla, compagna di studi al Politecnico, compagna per un pezzo della sua vita ma non compagna di un partito che assorbiva molto l'ingegnere spesso oltre i limiti di sopportabilit di una persona normale con cui si conviveva.
Alta, un volto spigoloso, i capelli neri, gli occhiali quadrati, un corpo nervoso pi che sinuoso, la Mazzarenti lo aveva cacciato di casa per l'ultimo guaio che il partito gli aveva messo tra i piedi. La Carla e lui avevano preparato a lungo una vacanza per agosto nel sud della Francia: Nizza, Marsiglia, Aix en Provence, Avignone, Saint-Tropez. Con pignoleria ingegneresca la Carla aveva individuato alberghetti, pensioncine, locande, persino ostelli che li avrebbero ospitati nel loro tour da compiersi sulla Due Cavalli cavenaghesca.
Poi, per, era stato trovato il cadavere di un geometra del Comune di Gaggiano in una roggia vicino a Rozzano: i giornali e la polizia avevano parlato di un incidente o forse di un suicidio. Il segretario della zona Sud del PCI, per, sentito il sindaco di Gaggiano e un paio di altri compagni, aveva capito subito come sotto ci fosse qualcos'altro e che il compagno Betti Tino, geometra all'ufficio urbanistico del Comune di Gaggiano, era stato assassinato.
Dondi e il suo vice erano stati subito allertati ed era partita un'indagine riservata. Che naturalmente non poteva n essere interrotta n rimandata.
A Cavenaghi tocc informare la sua ragazza che non poteva partire per il sud della Francia. Il viaggio programmato in ogni suo particolare da qualche mese, saltava. Inoltre il proboviro non poteva spiegare il carattere particolarmente urgente e delicato della sua indagine, che era rigidamente riservato. Dovette inventare una storia sul prossimo congresso del partito, su un documento la cui preparazione non era rinviabile. Carla, che non solo non era una militante del PCI ma era anzi quasi anticomunista, lo mand a quel paese e giur che non lo avrebbe pi rivisto. Non rispose n alle lettere n alle telefonate con cui la tempest per settimane il suo ex ragazzo.
Queste le vicende che avevano prodotto lo stato d'animo dell'ingegnere in quei giorni. E in questo stato preferiva la radio alla televisione, la televisione al cinema, un libro al teatro, correre al parco al tennis. Persino il solitario Napoleone allo scopone. E le seghe alle scopate come gli aveva detto Cecco Fani, il suo vicino di cella, al quarto piano della sede del partito milanese, responsabile della commissione Problemi internazionali della federazione: altra pomposa sigla che indicava essenzialmente l'incarico di ricevere le delegazioni in entrata a Milano (comunisti leningradesi, tedeschi dell'Est perlopi da Lipsia, qualche mongolo) e organizzare quelle milanesi in uscita (perlopi per Leningrado e Lipsia, ma qualche volta per posti esotici come Ulan Bator).
Per chi era alla ricerca della solitudine assoluta, la pesca era perfetta. E nel ramo cinisellese di via Fulvio Testi, Cavenaghi era sicuro di trovare quanto era necessario per praticare lo sport adatto al suo umore: in quel chilometro di via c'era proprio di tutto. Dalla Casa della tenda canadese a quella della mutanda a righe. La canna che cercava, lunga, flessibile, di carbonio ad azione parabolica, quella adatta a vincere la resistenza dei tosti lucci del vicino Ticino, non poteva mancare.
Mentre passava da un grande magazzino a un enorme bazar, l'ingegnere non nascondeva un'insofferenza estetica per i luoghi attraverso cui si trovava a camminare.
Milano  una citt di vie lunghe e impegnative. Raggi di quei cerchi concentrici collocati attorno al punto focale, il Duomo e la sua piazza, che danno forma alla citt. Questi raggi raccontano molto della storia della citt e insieme del suo intorno.
Tra i raggi dell'area tra Milano e Monza, c' il raggio borghese, viale Monza, poi corso Buenos Aires e corso Venezia: la qualit di edifici, negozi, giardini, locali d'intrattenimento trasmetteva un'aria di rispettabilit. Solo qualche pi acuto osservatore si chiedeva se quest'aria avrebbe retto alle immigrazioni che gi alla fine degli anni Settanta cominciavano a organizzarsi in questa parte di Milano.
Poi c' viale Sarca che diventa via Arbe e poi via Taramelli fino a inserirsi in un groviglio di strade. Era allora il raggio pi industriale, che non per nulla portava a Monza tramite Sesto San Giovanni, caratterizzato dai grandi stabilimenti della Pirelli, della Breda e di decine di altre imprese. Chiss come un eventuale destino post-industriale avrebbe trasformato questa zona, si chiedevano gli urbanisti e i sociologi pi avvertiti di quei tempi. Chiss se un'altra volta ancora la Pirelli avrebbe guidato (qualche osservatore malevolo direbbe imposto) le trasformazioni morfologiche decisive di Milano.
Infine c' l'asse viale Zara, viale Fulvio Testi, anche questo, attraverso la cosiddetta superstrada, indirizzato verso Monza:  il comparto un tempo meno urbano di Milano Nord, pi segnato dal verde, con alcune residenze extraurbane e tra queste alcune magnifiche ville, improvvisamente investito dalla domanda residenziale degli anni Cinquanta e poi dalla richiesta di spazi per grandi esposizioni commerciali, che dai Sessanta aveva investito il capoluogo lombardo. Il paesaggio di questa zona del milanese trasmetteva immediatamente una sensazione di disordine: n decoro borghese n razionalit industriale. Spazi improvvisati, grandi vetrine espositive e luci multicolori di ogni tipo di show room accompagnavano chi dalla citt di Ambrogio si recava per questa arteria stradale in quella di Teodolinda. Cavenaghi torn alle 12,30 nella sede del comitato di zona. Prima della ricerca della canna da pesca, con i compagni della sezione Rezzori di Monza aveva fatto il giro di alcuni vicini caseggiati per portare le nuove tessere.
La Brianza era la zona pi bianca del milanese, molti ceti medi, tanti mobilieri e democristiani anticomunisti. Negli ultimi tempi le cose andavano meglio per il PCI, i giovani si spostavano a sinistra. Nelle battaglie per la pace legate alla guerra in Vietnam appena conclusa, si era stabilito un rapporto con settori cattolici, persino con alcuni parroci. Le lotte sindacali del periodo avevano spostato il voto di non pochi lavoratori. Diversi milanesi, infastiditi dalla grande citt e dai suoi affitti, si erano trasferiti in Brianza, portando qualche suffragio in pi al PCI.
La sezione Rezzori di Monza aveva nel suo territorio un paio di stabili popolari, dove abitavano molti operai delle vicine acciaierie Falck e tra questi parecchi comunisti. Cavenaghi e gli attivisti della Rezzori salivano le scale degli stabili popolari e venivano ricevuti dalle cordiali mogli dei falcketti, spesso casalinghe che cercavano di far loro bere un bicchierino di amaro. I reclutatori comunisti, se erano fermi, riuscivano a cavarsela con un caff, opportunamente annacquato. Spesso le gentili casalinghe aderivano alla richiesta di rinnovo della tessera, i loro mariti lo facevano nella sezione di fabbrica.
Si scambiavano un paio di battute sulla situazione politica, comprese nel prezzo della tessera. Maledetti democristiani, quei loro governi ladroni bisognerebbe proprio mandarli a casa.
Beh, adesso con il terrorismo bisogna avere una qualche solidariet tra tutte le forze democratiche.
Ma con giudizio, quelli l sono proprio dei corrotti e sono schierati coi padroni. 
Certo, compagna. Ti farai vedere in sezione?.
Ho paura di non potercela fare. Sapete, i ragazzini, i lavori di casa. Ma sono con voi. E la tessera la faccio volentieri.
I salottini in cui si era ricevuti esprimevano tutta la voglia di promozione sociale pure dei lavoratori pi radicalizzati: centrini sui tavoli, enciclopedie a dispense della Fabbri, qualche palla di vetro con neve e Madonnina.
Cavenaghi ritrovava il decoro dei suoi, e non c'erano differenze sostanziali tra le famiglie del Nord e quelle di immigrati. Solo qualche odorino diverso dalle cucine. Si sa, l'olio contro il burro o lo strutto.
Tornato nella villetta malandata che ospitava la sede del comitato di zona, Cavenaghi fu avvertito che Dondi lo cercava. Lo chiam subito al telefono. Dondi lo inform molto sinteticamente che c'era da buttare un occhio sull'assassinio di quella compagna di cui sicuramente aveva letto sui giornali, in via Procaccini. Doveva comunicare ai compagni di Monza che nei giorni seguenti la federazione gli chiedeva di impegnarsi in un altro lavoro. Posso completare quel che sto facendo? Stasera ho una riunione con il direttivo di sezione e dovrei incontrare un paio di compagni nel pomeriggio. Benissimo - gli rispose Dondi. - Ma domani mattina presto ci si vede in federazione e ti dedicherai solo al tuo nuovo compito.
Intanto si era messo a piovere. L'accenno di estate di San Martino di quei giorni era gi finito. Era ridiventato un tipico pomeriggio da novembre milanese. L'acqua batteva sulle grandi vetrate della federazione del PCI. Ancora pi forte nella stanza del segretario che era tutta una finestra. Pessina, indifferente al clima, continuava a informarsi con i segretari di zona sul tesseramento. Si era quasi convinto (cosa che gli accadeva ogni anno di questa stagione) che a forza di telefonare i dati sarebbero migliorati. Accolse, dunque, con una punta di fastidio il ritorno di Dondi alle due e mezza, il momento in cui dovevano decidere tutto. Lo distoglieva dalla missione: le tessere. Fu un attimo, si riprese subito. La grana Calchi meritava massima attenzione.
Bene caro Peppe - salut Pessina. - Innanzi tutto il punto sulla situazione: ho concordato con l'Unit un corsivo che domani aprir le pagine della cronaca. In questa sorta di fondino, che uscir anonimo per aumentarne l'autorevolezza, s'indicher la preoccupazione e il lutto per la morte della nostra compagna. E si far capire con tutta la chiarezza necessaria e possibile, che per noi  una questione di criminalit comune pi che politica. E che quindi la condotta e l'atteggiamento di tutto il partito in questa fase difficile per Milano e l'Italia non devono essere modificati. Il compagno del comitato cittadino, che era presente al direttivo della sezione della Calchi, riferisce di una situazione sotto controllo. Cos mi ha assicurato il Sisti. Gli iscritti sono tristi e scossi ma accettano l'impostazione che ha dato la federazione. Nessuna esasperazione da parte di nessuno. Insomma, per quel che riguarda il clima interno al partito, tutto  sotto controllo. Per quel che riguarda la dura grana dei mitra nascosti, ho pensato di convocare innanzi tutto l'assessore Margutti e l'architetto Bisanzi. I due dovrebbero tirarmi fuori un locale da 3-400 metri quadri in zona Sempione per la sezione, entro domani mattina. Ho detto, poi, a Lello Marulli dell'Immobiliare Orgoglio Sestese di prepararsi a cacciare rapidamente un po' di soldi per comprare i nuovi locali: passer da me sempre domani. Poi ho detto di venire qui al segretario di quella maledetta sezione, il Marozzi. Gli ho gi annunciato che proporr di lanciare una conferenza dei lavoratori comunisti della zona Sempione come risposta politica all'assassinio della nostra compagna. Se  stata una provocazione contro di noi - gli ho detto - dobbiamo mettere bene in chiaro che non ci facciamo intimidire, per non  il momento politico per alzare i toni delle polemiche. Se  stato un omicidio non politico, un po' di mobilitazione non far male. Il Marozzi mi sembrava molto soddisfatto. In seguito conto di comunicargli che l'ingegnere seguir la sezione per la conferenza dei lavoratori. E cos abbiamo sistemato la copertura di Cavenaghi. Infine, quando tutto sar organizzato, far sapere al segretario della Sempione che deve traslocare. Ho detto, poi, al Farias di lasciare per un momento i suoi affaracci miliardari e di trascinarsi qui domani mattina, sul presto. Conto che sia lui a tenere sotto controllo il commissariato di zona, evitandoci sorprese. Tra l'altro abita nel quartiere e quindi pu raccontare credibilmente di essere un vecchio amico della Calchi. E qui ho finito. Ora tocca a te.
Forse ho trovato il compratore per l'attuale sede della Sempione - disse Dondi. - I pensionati dello Spi-Cgil proprio in quel quartiere, gi da tempo, si stanno guardando intorno. Nella sede della zona Sempione dello Spi, la Fiom ha bisogno di espandersi e ha chiesto ai pensionati di cedere i locali. Finita questa chiacchierata vado da loro. Poi ho sentito a Roma Salvatore Cantalupo, che  diventato vicepresidente della commissione nazionale dei probiviri, e gli ho detto che avremo bisogno nei prossimi giorni di una loro squadretta per un trasloco. E magari per una serie di interventi successivi. Ho sentito poi l'Enrico Carena e l'ho informato che dovremo usare la sua solita cava. Non ho ancora potuto parlare con Cavenaghi ma gli ho lasciato un messaggio a Monza dove sta seguendo il tesseramento, conto di vederlo al pi tardi domani mattina.
Boh, mi pare che, per quello che possiamo, un piano d'emergenza l'abbiamo impostato. Vedremo se regge. D'altra parte dobbiamo lavorarci solo noi due. Ora diamoci una mossa. Sentiamoci verso le sette dopo il rendez-vous con architetti e pensionati. Adesso fammi incontrare Margutti e Bisanzi. L'Enrica si  affacciata perch devono essere arrivati.
Ezio Margutti ragioniere, 50 anni, basso e grassoccio, biondo, quasi albino, lavorava da quando aveva trenta anni nell'amministrazione di una fabbrica di cuscinetti a sfera, la Xira. Da oltre un decennio, poi, era consigliere comunale di Milano. Quando la sinistra aveva vinto le elezioni e dopo che la giunta milanese socialcomunista aveva fatto un paio di esperienze sfortunate con un ex sindacalista e con un ingegnere, era diventato assessore all'urbanistica.
Margutti era un ottimo amministratore, sgobbone, attento ai consigli delle persone intelligenti, capace di tradurre in fatti le idee pi astratte: lavorare troppo, come faceva lui, in un settore come l'urbanistica era peraltro pericoloso. Gli odi dei professionisti che non venivano utilizzati e le vendette dei settori immobiliaristici non sufficientemente soddisfatti non si facevano attendere.
Valerio Bisanzi, diversamente dal pragmatico Margutti, era un intellettuale, di qualit, padovano, 35 anni, alto, i capelli rossi tagliati cortissimi, due occhi grigi su una faccia scavata. Professore di architettura formatosi nella scuola milanese di progettazione pi celebrata, quella che privilegiava il contesto storico-ambientale e che aveva dato alcuni grandi progettisti milanesi all'architettura moderna. A un certo punto il suo maestro, il professor Claudio Zanetta, aveva detto al Bisanzi che non sarebbe stato il suo erede. Questo aveva depresso l'architetto padovano che si era lanciato in un'attivit politico-professionale frenetica, quasi con una vena di autodistruzione, assumendosi compiti che un intellettuale avrebbe fatto bene a lasciare a persone pi pratiche. L'adesione al PCI di Bisanzi ebbe l'effetto di portare, assieme all'arrivo di altri intellettuali del suo tipo, una nota di originale cultura della citt nel dibattito comunista. Oltre a Bisanzi, a cui guardava molto l'ala moderata del PCI, a seguire le questioni urbanistiche c'era un gruppo di professionisti, di minore spessore, ma cresciuti nel partito negli anni pi difficili, studenti del Politecnico nell'immediato e duro dopoguerra, che avevano formato una struttura professional-politica di supporto, il Nucleo. Erano un po' architetti a piedi scalzi, che polemizzavano sulle singole vicende della diffusa speculazione edilizia, pi che portatori di grandi visioni. Avevano, inevitabilmente, un rapporto stretto con la sinistra del partito. I loro leader erano Edoardo Lago, carnagione scura, capelli ricci, media statura, grande impegno politico, e Rossella Persiconi, da giovane una vera bellezza, occhi viola, capelli biondi, si era poi inquartata e incispita nel duro lavoro insieme politico e professionale.
Poi c'erano i cosiddetti pianisti che trasferivano l'esperienza dello zoning americano alla realt italiana. Organizzati intorno a un cattedratico potente, fiorentino d'origine, gi assessore in comuni delle regioni rosse, Valdo De Curtis, alla fine avevano puntato anche loro sulla sinistra del partito. La loro cultura molto semplificatrice aveva una certa attrattiva per i quadri intermedi del PCI. C'era poco da studiare la storia di un'area o di una citt: bastavano criteri meccanici per distribuire verde, residenza, attivit commerciali. Pi o meno come nel Monopoli.
C'era infine una schiera di veri e propri architetti della mutua. Costoro offrivano la loro professionalit, non sempre illuminata da vastissima cultura, a disposizione di quegli amministratori e dirigenti del PCI che sostenevano come in fondo il pi grande urbanista italiano fosse stato quell'operaiaccio che aveva fatto il sindaco di Bologna per qualche decennio nel dopoguerra, Giuseppe Dozza. Ed era stato il pi grande perch aveva fatto le scelte fondamentali da s, senza troppo delegare ai tecnici.
La lotta tra i diversi gruppi di architetti comunisti era feroce. Il presidio del territorio era implacabile: dove prevaleva un gruppo, gli altri erano estromessi.
Pessina conosceva bene questa realt e sapeva che Bisanzi era il pi sveglio per risolvere la grana del momento. Probabilmente, per, sarebbe stato inevitabile chiedere l'aiuto di qualche architetto di un altro gruppo. D'altra parte ormai era qualche anno che il lavoro sugli enti locali nel PCI implicava il fare i conti con questo balletto tra professionisti.
Ho una grana della madonna e pi non dimandate: devo trovare un locale di 3-400 metri a un prezzo decente, a piano terra, in buone condizioni, nel quartiere Sempione. Entro domani mattina. Vi do due minuti per salutarmi e poi vi caccio a cercarmi questo locale. Se non avete gi qualche proposta.
Un'idea ce l'ho - rispose Bisanzi che nel suo frenetico attivismo conosceva sempre tutto di tutti e aveva una soluzione pronta per ogni problema - ma preferisco verificarla.
Andiamo a verificare fece sarcastico Margutti.
Qui, alle 18, con il locale in bocca e con queste parole il segretario concluse il rapidissimo incontro.
Nella sua piccola Fiat, Dondi entrava appena. Anzi pi che entrarci la calzava. Terribile per il mal di schiena, era per fantastica per parcheggiare. Arrivato in cinque minuti dietro Porta Vittoria, la sistem in un attimo, e si diresse verso la monumentale sede della Cgil milanese.
Un gigantesco edificio, per larga parte in mattoni rossi, che era stato negli anni Trenta la sede delle Corporazioni fasciste. Progettato da tre ottimi architetti milanesi era chiara testimonianza del carattere tempestoso del Novecento italiano. Il calore dell'edificio, i suoi colori dominanti sembravano scelti apposta per una grande organizzazione sociale della sinistra. E invece era stato disegnato per una delle pi importanti istituzioni fasciste. Alla sede del sindacato faceva da contrappunto il palazzo di giustizia, un edificio persino pi imponente, pure questo dell'era fascista, progettato dal romano Marcello Piacentini, i cui marmi apparivano ancora pi gelidi (e arroganti) contrapposti ai rossi e proletari mattoni.
Dondi sal le scale che lo portavano agli uffici del sindacato pensionati. Qui chiese di Dario Guzzoni, il segretario provinciale dell'organizzazione. Guzzoni gli corse subito incontro. Era un sessantacinquenne dalla chioma folta e completamente bianca, una carnagione pallida e due occhi celesti che sembravano quelli di un protagonista di un film di John Ford sul New Deal. La posa era quella da candido eroe proletario che sfida le avversit.
Ciao Yanez lo salut Dondi, usando il soprannome da partigiano di Guzzoni. Un piccolo segno per spiegargli subito che la grana era grossa.
E d'altra parte se non fosse stato per una grossa grana, il presidente dei probiviri regionali del PCI non sarebbe corso cos a trovarmi pens Guzzoni, e ad alta voce replic: Ciao, Tex, usando anche lui il soprannome da partigiano di Dondi, per far capire che aveva capito.
Bene, saltiamo i preliminari. C' una sede del PCI, la sezione Sempione, che dovete comprare. Domani mattina.
Caspita, mi dai un bel po' di tempo per pensarci su.
Ho detto domani mattina, non ieri mattina. Non dirmi che non ti sono venuto incontro.
 in zona Sempione questa sezione. Beh, almeno l abbiamo bisogno sul serio di una sede perch i metalmeccanici, quei prepotenti, ci vogliono cacciare. Ma ora come faccio con il mio vice socialista a fargli decidere tutto in due minuti?.
Non dirmi che non hai qualcosa con cui tenerlo buono.
Quello l, l'unica cosa che vuole, anzi che vorrebbe, perch non osa formularmi esplicitamente la richiesta,  di assumere una sua amante come assistente. Cavoli, ma mi costerebbe una sommetta all'anno tra stipendio e contributi.
Se non avessi l'acqua alla gola, non ti chiederei un sacrificio.
S, s, ti conosco. E vabb, portiamoci una troiona nell'organizzazione. D'altra parte la nostra base sono i vecchietti. Hanno il diritto di lustrarsi gli occhi.
Ti ho portato tutta la corrispondenza tra voi e la federazione per dimostrare che di questo problema stavamo occupandoci da qualche mese.
L'affare s'ingrossa.
E la cosa si allarga. Stupide battute pecorecce per allentare un po' la tensione.
Guzzoni si sforz di non immaginare quel che c'era dietro una richiesta cos improvvisa, perentoria, articolata, militare.
Suppongo, da quanto mi chiedi, che sarai indaffarato osserv il Guzzoni.
Non lo nego.
Bene, la purga me l'hai fatta bere, adesso va pure a mettere nei pasticci qualcun altro.
Dondi se ne and di corsa.
Guzzoni, invece, si diresse verso l'ufficio del suo vice, il socialista Andrea Fossi. Come tutti i socialisti della Cgil Fossi aveva un'espressione irritata-sottomessa: irritata perch gli toccava sopportare l'arroganza, sia pure ammantata di cortesia, dei comunisti. Sottomessa perch la maggioranza ce l'avevano i comunisti e quindi decisioni, stipendi, favori dipendevano da loro. E ai socialisti alla fine toccava fare buon viso.
Fossi era un vecchio sindacalista degli enti locali. L i socialisti pesavano di pi. Di media altezza, era ormai completamente calvo, con tante rughe, due occhi neri luccicanti che ricordavano le sue origini napoletane, orecchie larghe e distaccate che gli davano un'aria simpatica.
Caro Fossi, il Pilastri ci ha combinato un bel casino, ha trattato con quelli della federazione del PCI per un paio di mesi la sede di una loro sezione, sai al quartiere Sempione dove cercavamo una soluzione, e non ci ha detto niente. Adesso i miei amici della federazione mi hanno detto che o concludiamo subito oppure hanno un'altra offerta. E ora sono qui a prostrarmi perch tu perdoni il Pilastri e soprattutto mi autorizzi l'operazione.
Chiss che porcata c' sotto pens Fossi che pur essendo dimesso non era affatto fesso. Ad alta voce disse: Non vedo come non possiamo portare la questione negli organismi dirigenti. Tu sai quanto ti stimi e come sia sempre interessato ad aiutare una soluzione rapida dei problemi. Per una scelta di questo tipo, con tanto di esborso di quattrini, va portata in segreteria e nel direttivo. Ma io star al tuo fianco e se la proposta  decente, come sono convinto che sia, nel giro di qualche settimana possiamo decidere tutto.
Quegli arroganti della federazione ci chiedono di decidere in poche ore, in compenso chiedono poche lire a metro quadro, un vero affare. Io credo che in certi casi segretario provinciale e vice possano e debbano fare delle scelte rapidamente. Tra l'altro pensavo che dovremmo decidere insieme su quella questione di un'assistente per te: e questo  un problema che se ne discutiamo troppo non si risolver mai. Guzzoni fece questo ricatto-offerta corruttiva mantenendo sempre la sua aria da cherubino proletario.
La grana deve essere bella grossa, se quel tiranno del Guzzoni cede cos sull'assunzione della mia assistente pens Fossi: Dammi tutte le carte e vedr cosa posso fare. Non accenn alla questione della sua assistente. Anche se la resa di Guzzoni sull'argomento lo aveva fatto veramente felice.
Conto su di te. E dammi il nome di un'assistente, che ne parlo subito con quelli dell'amministrazione concluse Guzzoni.
Un reclutato in pi dell'anno scorso, davvero hai fatto questo miracolo?, Pessina era al telefono con il coordinatore della zona Ticinese della citt, la cinque. Il tesseramento in citt stava andando un po' meglio che in provincia. C'erano persino alcuni reclutati giovani: una specie rara di quei tempi. Per poi i risultati complessivi erano inferiori a quelli dell'anno precedente. Comunque Pessina respirava un po'. Avrebbe voluto restare ancora con le statistiche, le annotazioni, i grafici sui nuovi iscritti. Ma l'Enrica lo avvis che erano tornati Margutti e Bisanzi.
Che entrino. Tel ch, ecco qui Cric e Croc, si rivolse cos alla coppia che si stava accomodando davanti alla scrivania del segretario: Spero che abbiate fatto i compiti.
Forse abbiamo trovato la soluzione - disse Bisanzi. - In via Giovanni da Procida al 10, uno stabile signorile, a piano terra, con accesso dalla strada, c' un salone da 300 metri quadri, con annesse due stanzette: una da 30, l'altra da 15 metri quadri. Il proprietario di questo salone  l'ingegner Melchiorre Filippacchi, il noto immobiliarista, uno che pu essere avvicinato.
Potete pensarci voi?.
No, il Filippacchi non ha grandi interessi in citt n in zone di mia influenza. Per a Nova Milanese da cinque anni sta tentando di trasformare la destinazione di un'area di diecimila metri quadri. Vuole che l'uso sia cambiato da verde agricolo a commerciale. Il sindaco di Nova  Domenico Settemini, un bravo compagno, ex operaio, alla testa del Comune da sei anni. Il piano regolatore  stato impostato ed  gestito con il suo abituale tocco di mediocrit da quella tosta della Persiconi che, come sai,  una bella piantagrane. Ma se il partito le ordina una cosa, non si tira indietro.
Nessun'altra soluzione che sia possibile gestire tra noi tre?.
Guarda, ho messo sotto un mio tecnico che sta lavorando su tutti i processi di ristrutturazione del quartiere Sempione, ha trovato solo qualche umida cantina, peraltro piccola. Una soluzione sfavillante come quella che propone Bisanzi, proprio non c'. O almeno non riusciamo a individuarla in tempi rapidi aggiunse Margutti.
Insomma avete fatto una parte dei compiti, per, poi, avete preferito scaricare la fase finale su di me e ancora di pi sulla Persiconi. Non vorrei che vi fosse della malizia in questo vostro comportamento. Comunque non ho tempo per strizzarvi come meritereste. Grazie di tutto e adesso lasciatemi fare il lavoro che non avete fatto voi. Pessina liquid Margutti e Bisanzi e chiam l'Enrica: Cercami il Settemini, sindaco di Nova Milanese, e poi la Persiconi. Di corsa.
Tre minuti e il telefono di Pessina suon.
Il segretario cittadino mi ha detto che c' qualche difficolt, un gruppetto di artigiani non vuole rinnovare la tessera - Settemini spieg a Pessina che lo aveva subito interrogato sulle tessere. - Forse abbiamo fatto qualche sciocchezza sulle tasse municipali, devo rifletterci su. Per, devo dirti la verit, con le rogne che ho qui in Comune, non ho tanto tempo per seguire bene il partito.
Non preoccuparti, parler con quelli della sezione di Nova. Anche se tutti dovrebbero interessarsi del tesseramento. Comunque ti chiamavo per un altro motivo. Devo vederti con la massima urgenza.
Dovrei rinviare un paio di appuntamenti, nessuno fondamentale. Se c' bisogno mi libero e arrivo.
S, c' proprio bisogno. In quanto tempo puoi essere qui?.
Per sicurezza dammi quaranta minuti.
Anche la Persiconi venne rintracciata subito dall'Enrica: era nel suo studio di viale Fulvio Testi.
Rossella, tra mezz'ora Settemini sar qui nel mio ufficio, avrei bisogno che ci fossi pure tu ordin Pessina.
Ci sar. Chiamata da un sindaco e dal segretario l'architetta non si pose il problema di chiedere il motivo della frettolosa convocazione. 
Cinque telefonate ai responsabili di zona, qualche altra notizia non tanto buona sul tesseramento (la zona Ovest era ancora debole) e per Pessina i quaranta minuti passarono assai rapidamente. Gi nella sua anticamera sentiva le voci della Persiconi e del sindaco di Nova Milanese. Chiese all'Enrica di farli entrare.
Scusatemi se vi ho disturbato a quest'ora e in modo cos affrettato. Ma c' un'emergenza per cui mi serve il vostro aiuto. C' un'occasione per vendere la nostra sezione del Sempione al sindacato pensionati, ci faremmo un affarone. Abbiamo poi l'opportunit di trovare locali pi ampi per la sezione. Ottime possibilit ma abbiamo i minuti contati. Se non realizziamo un accordo immediatamente i pensionati hanno un'altra offerta. Per di pi nel sindacato c' un po' di lavoro della corrente socialista che vuole mettere il naso nell'operazione. Abbiamo bisogno di concludere subito: per dirvi la verit vi sono altri aspetti che riguardano gli interessi di tutto il partito di cui  inutile parlarvi. La vostra opera  particolarmente preziosa perch la migliore soluzione per una nuova sede della sezione sono alcuni locali di propriet del Filippacchi, che credo sia una vostra vecchia conoscenza.
Questo  sicuro. Ci tormenta da cinque anni perch vorrebbe realizzare una speculazione su un'area di Nova disse la Persiconi.
Ho letto sull'Unit qualche polemica su questo tema. Anzi vi ho chiamato proprio per questo. Dobbiamo, cio dovete, trattare rapidissimamente col Filippacchi per i suoi locali nel quartiere Sempione, precisamente in via Giovanni da Procida 10, e ottenere un suo via libera. Che cosa gli darete in cambio, non voglio saperlo.
Ma come facciamo? - ribatt Settemini. - Sono cinque anni che baccagliamo. C' l'opinione pubblica, c' il gruppo socialista che sta nella maggioranza e in giunta con noi. Come possiamo trattare e per di pi condizionati da tempi cos rapidi che ci rendono ancora pi deboli nel confronto con l'immobiliarista?.
Quella dell'opinione pubblica  una sciocchezza. Se dai al Filippacchi il permesso di costruire un bel supermarket, la cittadinanza sar tutta contenta. Gli unici a irritarsi saranno alcuni commercianti che, peraltro, votano democristiano, e quelli della Coop che sono tanto tuoi amici, Rossella. Quanto ai socialisti che hai in giunta e in maggioranza, cominciando dal tuo vice, quelli che non sono nel tuo taschino senza dubbio lo saranno in quello del Filippacchi. Certo, se avessimo pi tempo potremmo organizzare un'operazione meglio confezionata e senza sbavature. Per quando vi dico che non c' tempo, dovete proprio credermi. Non c' nessun motivo al mondo per cui vi prenda in giro e vi costringa a perdere un po' di faccia, se non perch ho l'acqua alla gola.
La Persiconi e Settemini si guardarono negli occhi, Pessina aveva dato loro un ordine. Questo era chiaro. E non c'era nessuno spazio per sottrarsi. Non restava che mettersi al lavoro.
Forse  meglio che il Filippacchi lo veda da sola, la chiacchierata sar pi informale e posso cercare di trattare qualche condizione migliore offr l'architetta.
S, ma ti fisser io l'appuntamento - rispose Settemini. - Cos capir che facciamo molto sul serio e questo taglier ulteriormente i tempi, anche se la nostra fretta gli dar un forte vantaggio negoziale. Anzi, Pessina, fammelo chiamare subito.
L'Enrica cerc l'ingegner Filippacchi per Settemini, e il sindaco di Nova Milanese fiss un appuntamento tra la Persiconi e l'immobiliarista per la mattina dopo, alle 11 e 30.
Grazie. Mi dispiace sinceramente di essere stato costretto a coinvolgervi in questa vicenda e a farvi lavorare con ritmi cos veloci. Ma non avevo alternative. Cara Rossella, domani mattina, mi raccomando, devi proprio chiudere, so che a te piacciono le pause di riflessione, le lunghe analisi delle questioni: e questa  senza dubbio una virt. Ma domani devi chiudere a tutti i costi. Che fra l'altro non devono essere troppo alti per quel che riguarda l'acquisto dei nuovi locali della sezione. Meglio, piuttosto, qualche bancone di supermercato in pi a Nova che qualche milionata di troppo sulle nostre spalle.
L'ispettore Modena aveva mandato messaggi a tutti gli amici che aveva sparsi nei vari settori della questura milanese. Al di l dei rapporti di servizio, un po' contavano le cordate - in quegli anni consolidate dal lavoro, in una prima fase abbastanza clandestino - per costruire il sindacato dei poliziotti. Gli unici che gli avevano risposto positivamente, erano quelli della Buoncostume: Stiamo studiando un qualche legame tra fiorai della zona Sempione e il giro di Epaminonda. Tra qualche giorno ci facciamo vivi. Non tanto ma un piccolo sostegno al morale di chi indagava abbastanza nel buio.

Gioved 3 novembre
Cavenaghi arriv in federazione alle 8 e mezza, Dondi era gi l che lo aspettava. Come sempre quando si trattava di questioni delicate, lo invit a bere un caff e lo inform su tutto: l'assassinio, la faccenda dei mitra, i movimenti di fascisti e brigatisti, i casi di criminalit nella zona, le valutazioni del vicepresidente dei probiviri della Sempione. Gli spieg che ci voleva un po' di tempo prima di prendere iniziative: Il problema  far scomparire i mitra, prima di dare il via alla tua vera e propria indagine. Finch non siamo certi che le armi non saranno scoperte,  meglio che non ti avvicini alla sezione. Se scoppia un casino, almeno non ti coinvolge. E l'avvio delle attivit preparatorie dell'insensata conferenza dei lavoratori comunisti che dovr servire a coprire il tuo incarico reale, deve aspettare che siano sgombrate le armi. Per fortuna tutto sembra andare nel verso giusto. Ma abbiamo bisogno ancora di un giorno.
L'ingegnere chiese se intanto poteva studiare un po' di informazioni sulla sezione. Appena tornati in federazione passarono insieme dall'archivio e ritirarono il materiale che riguardava la Sempione. Poi Dondi si immerse nel suo lavoro, mentre Cavenaghi si prepar a partecipare al funerale.
Intanto Pessina aveva dovuto leggere i giornali in fretta e furia. Presto sarebbe arrivato l'avvocato Farias, anzi gi l'Enrica l'annunciava.
Ermete Farias era persona importante nel partito milanese. Con altri suoi colleghi iscritti al PCI teneva i rapporti con la magistratura e con altri fondamentali settori dell'establishment: banchieri, imprenditori e simili.
Gli autorevoli avvocati comunisti milanesi, vista l'importanza del Tribunale della citt e quella delle loro relazioni, erano molto valorizzati dalla direzione nazionale del PCI e nominati ora nel Consiglio superiore della magistratura ora nella Corte costituzionale. Quegli incarichi avevano prodotto ricadute consistenti per i nominati, permettendo di allargare il loro sistema di relazioni nonch il lavoro dei loro studi (in qualche caso pure di quelli delle consorti), peraltro sin dall'inizio assai solido per l'ottimo rapporto con la cosiddetta borghesia laica. E quindi innanzi tutto con settori di rilievo della massoneria.
Togliatti si era proposto nel '45 di rifondare un partito uscito dalla lotta clandestina che avrebbe dovuto resistere in una societ condannata dal patto di Yalta a restare per un lungo periodo nella parte occidentale e capitalista dell'emisfero. Non aveva cos mancato di pensare ad ammortizzatori che rendessero pi agevole la vita di una forza politica organizzata su una logica antisistema, e quindi tendenzialmente precaria. Aveva reclutato, senza farsi alcuno scrupolo, una leva di ex giovani fascisti, dando un rinnovato senso a una carica di ribellione che da gufini, cio militanti del Gruppo Universitari Fascisti, avevano dimostrato durante il regime mussoliniano. Ne era derivata una pi ampia rete di rapporti con persone ben inserite nei posti di comando della societ italiana. Infatti la mossa di Togliatti, la sua disponibilit al perdono e all'oblio di passati imbarazzanti avevano predisposto favorevolmente verso il PCI quelli che erano stati nel decennio precedente compagni di universit, di vita, qualche volta di amori e soprattutto di Guf e Pnf, degli ex fascisti diventati comunisti. Il leader del PCI aveva trovato poi il modo di selezionare pure alcuni cattolici rivoluzionari, certamente detestati dalle gerarchie intermedie del clero ma con ottimi interlocutori nelle alte sfere, dove l'esigenza di parlare con il mondo, con tutto il mondo, compreso quello comunista, era considerata fondamentale.
Sempre Togliatti, infine, aveva concesso, permesso, talvolta promosso e talvolta chiuso un occhio sul fatto che alcuni iscritti al PCI - avvocati, professori universitari, alti funzionari dello Stato, uomini di affari che accompagnavano le avventurose operazioni ora egemoniche ora pi prosaicamente di autofinanziamento del partito - fossero massoni. Quale tra le due obbedienze, il partito o la loggia, fosse centrale, non sempre interessava al capo dei comunisti e ai pi avvertiti dei suoi successori: servivano in ogni caso canali di comunicazione per non emarginare il partito.
Per spiegare questo tipo di spregiudicatezza togliattiana, i vecchi raccontavano di quell'ufficiale del MI6 inglese lasciato crescere nelle gerarchie di partito e poi liquidato nel 1955 con queste parole: Grazie caro Terni, tutto quello che volevamo far sapere agli inglesi e agli americani grazie a lei, glielo abbiamo fatto sapere, ora pu lasciare il partito. Il vecchio segretario dava del lei ai compagni di partito.
Anni dopo, ormai morto da un pezzo Palmiro, nel periodo dell'assassinio Calchi, i comunisti avevano compiuto un altro passo: nelle associazioni e negli organi di autogoverno di magistrati e giornalisti, nei consigli di facolt, nei consigli di amministrazione di banche ed enti di Stato, dove finalmente erano riusciti a insediarsi in modo significativo (anche grazie all'ondata del Sessantotto, non sempre organica - anzi - al PCI ma utile al suo sistema egemonico) avevano scelto di allearsi sistematicamente con i democristiani, meglio se di sinistra ma non sempre. C'era persino qualche fior fiore di bigotto reazionario ben contento di poter usare per la propria carriera l'appoggio dei potenti comunisti contro gli scalpitanti esponenti del partito socialista che seppur in modo confuso chiedevano un rinnovamento liberale degli sclerotizzati equilibri di potere italiani. Il comunista milanese Renaioli, che era stato uno dei protagonisti di alcuni di questi accordi nei gangli di settori dello Stato e delle professioni, soleva dire: Con queste intese riservate ma solidissime, abbiamo gettato radici profonde nelle lite e nelle istituzioni di questa societ. Vediamo chi riuscir a estirparle.
Figlio di un grande cardiologo (il padre era stato una nobile figura dell'antifascismo milanese, poi senatore socialista e infine tra i fondatori dello Psiup), Farias era uno dei protagonisti di queste lunghe reti gettate dal PCI. Alto uno e 65, calvo con solo due ciuffetti castani ai lati della testa, aveva un'aria perennemente annoiata, camicie di seta, cravatte Herms, vestiti di qualit e una costante esibizione di spirito critico. Una posa da insofferente ma un comportamento sicuramente fedele e altamente affidabile. Farias era preziosissimo per il partito.
Mi servono le tue arti pi raffinate per un'operazione complicata - chiar Pessina a Farias. - Forse avrai letto che  stata assassinata una nostra compagna non lontano da casa tua, la Calchi. Non sappiamo bene come sono andati i fatti ma non vorremmo che, in un modo o nell'altro, vi fosse di mezzo qualche iscritto al PCI. Abbiamo bisogno che tu tenga d'occhio il commissariato della zona Sempione perch se emergesse un'accusa contro qualcuno dei nostri,  bene che si sia i primi a saperlo.
Farias lanci uno sguardo di sottecchi, cisposetto e miope, al segretario, come soleva fare quando capiva di essere tenuto all'oscuro di qualcosa. Era evidente che c'era dell'altro. Per fu contento che non gli venisse riferito niente di quest'altro. Meno sapeva, meno grane gli toccavano: se, poi, qualcosa fosse andato storto, quelli della federazione si sarebbero in ogni caso rivolti a lui e gli avrebbero dovuto raccontare tutto. Come pensi che possa svolgere 'sta funzione di supervisore delle attivit del commissariato?.
La Calchi faceva la fioraia in via Procaccini a duecento metri da casa tua, dovresti dire che la conoscevi, offrire alla madre della ragazza, che si  interamente affidata al partito, di rappresentarla e in questa veste tenere i contatti con i poliziotti, e scoprire che cosa passa per la loro testa. Certo, quando ti vedranno apparire non mancheranno di avere sospetti. A Milano  nota la tua influenza. Un po' di dubbi su di noi i poliziotti li hanno gi, ci hanno mandato uno del commissariato di zona a fare l'amicone e ad annusare il nostro umore. Per con questa carta della madre, del buon vicino di casa, forse riusciremo ad attutire le loro diffidenze. E comunque la tua presenza li intimidir. Sono ben consapevoli dei tuoi rapporti con il Palazzo di Giustizia.
S, mi sembra che messa cos, la sorveglianza possa funzionare. Anche se sono convinto che non mi diranno granch.
Sar bene che tu venga al funerale cos potrai conoscere la madre della Calchi, prendere accordi e metterti al lavoro.
 una bella scocciatura, ho un sacco di impegni. Per, s,  bene non perdere tempo. Dov' 'sto funerale?.
Ore 11 e 15 in piazza Gramsci, l diranno due parole un paio di nostri e poi andremo al Cimitero Monumentale, proprio l dietro. Comunque con il commissariato non dovresti entrare in rapporto prima di una scadenza che ancora non posso definire. Abbiamo alcune altre faccende da sbrigare, che richiedono di non attirare l'attenzione su di noi.
Uscito Farias, l'Enrica annunci l'arrivo di Lello Marulli. Piccolo imprenditore dell'hinterland milanese, Marulli, occhietti scuri vivacissimi, portamento pimpante nonostante gli oltre cinquant'anni, capelli castani macchiati di grigio, bassotto, era cognato di un big del partito e presidente dell'Immobiliare Orgoglio Sestese. Sestese da Sesto San Giovanni, il pi grande centro industriale della provincia di Milano, a lungo roccaforte del PCI, dove accanto a quadri politici di sperimentata combattivit, era cresciuta una leva di amministratori a tutto campo, utilizzati ora per i problemi (e i traffici) della federazione ora nelle amministrazioni e nelle aziende comunali di tutta la provincia ora nelle cooperative. Nel PCI, come nell'esercito, uno andava dove veniva mandato, senza protestare, sulla base di vocazioni e specializzazioni spesso approssimative. Del tipo: sai leggere, allora vai in fureria.
Marulli era un amministratore attento e riusciva a tenere quasi sotto controllo le impasticciatissime propriet immobiliari del PCI: sezioni, stabili ricevuti in donazione dai testamenti di compagni fedeli, acquisti oculati, semi-estorsioni, operazioni sballate fatte in questa o quella occasione e rimaste sul gobbo al partito. Marulli si occupava di dare un aspetto presentabile a decine di atti non tutti proprio trasparenti. In quelli pi avventurosi l'Immobiliare O. S. cercava di non essere immediatamente coinvolta, almeno fino a quando non avessero assunto un'aria di una qualche decenza. Marulli, specialmente, prendeva atto delle propriet immobiliari in entrata e in uscita dal patrimonio del partito, solo quando avevano ottenuto la loro bella forma legale.
C' da cedere la sede di una nostra sezione e acquisirne un'altra - gli comunic Pessina. - Cediamo a poco prezzo, mentre l'acquisto per quanto vantaggioso ci coster abbastanza. Devi trovare i soldi per far tutto entro oggi. E fissare un appuntamento con il notaio Ravenna per il tardo pomeriggio. Scusami per i tempi stretti, ma cos  la vita.
Solo una riga di sudore mostr che l'operazione creava una qualche difficolt a Marulli. Per il resto aveva questo incarico da dieci anni e sapeva come si lavorava nel PCI: pochissima programmazione, una scelta improvvisata dopo l'altra, spesso in situazioni di estrema emergenza. Lo stupiva una cosa, che Pessina gli facesse vendere una propriet del partito. Il segretario come tutti i pi oculati dirigenti era un ultrapatrimonialista. Non voleva mai vendere. Solo se la nostra ricchezza  in solidi beni immobili, costruiti con le necessarie dosi di calce e cemento, solo in questo caso non ci sar nessun pasticcione intellettuale che ci far investire nell'ultima fesseria del momento: una radio, una rivista o altro. La ricchezza rester l per le future generazioni di comunisti. E le fesserie verranno finanziate solo inventandosi risorse apposite.
Se il Pessina si mette a vendere, ci deve essere sotto un casino tale che non voglio immaginare fu il primo pensiero di Marulli, poi a voce alta: Dovrai darmi una mano con qualche banca, ora come ora non abbiamo liquidit disponibile.
Telefoner al Piretti che  nel consiglio d'amministrazione del Banco del Lambro, mi pare che sia quello che abbiamo strizzato di meno in questo periodo. Poi faremo mettere una bella ipoteca sui bidet della federazione che mi sembra l'unico bene che non garantisca ancora una qualche fidejussione. Anzi il Piretti lo chiamiamo subito.
Trovato Quinto Piretti, Pessina gli accenn vagamente il problema e l'inform che Marulli sarebbe andato a trovarlo prestissimo.
La notizia - gliela diede Piretti nella telefonata - che il Banco del Lambro correva per gestire una grande acquisizione organizzata dal Comune di Milano, rinfranc il segretario della federazione. Era il momento buono per una stoccatina. Sugger anzi a Marulli di chiedere un affidamento superiore a quello che serviva per acquistare la nuova sede della Sempione. Coperto sul lato dell'indebitamento, il presidente dell'Immobiliare Orgoglio Sestese si mise in moto per portare a termine l'operazione.
Il tempo continuava a essere brutto, la strada della sezione, che iniziava in via Canonica, era fiancheggiata da case in cemento che esaltavano il grigiore del clima. Una scenografia ideale per il lutto. In sezione gli iscritti della Sempione incominciavano a srotolare le bandiere del partito che avrebbero accompagnato la bara della Calchi prima in piazza Gramsci e poi al Cimitero Monumentale. Intorno al catafalco, al centro della sala delle riunioni, era gi pronto il gruppetto di addetti alle esequie, coordinati da Ruvo, che oggi viveva la sua grande giornata, finalmente apprezzato in sezione per le sue qualit professionali. Erano arrivati poi i tranvieri del vicino deposito Messina: proprio loro avrebbero suonato gli inni del partito. Era la loro banda.
C'era gi la delegazione della federazione. Solo Pessina sarebbe arrivato all'ultimo minuto. Invece Cavenaghi era l da una mezz'ora e cercava di farsi una prima idea di chi fossero gli iscritti alla Sempione che in tanti casi vedeva per la prima volta quella mattina. C'erano delegazioni della Confesercenti-area fiori, del circolo Pax dell'Arci Sempione, del collettivo Nuovo quartiere Sempione, c'era l'ispettore Modena in divisa d'alta ordinanza per testimoniare l'attenzione delle forze dell'ordine alle vittime della criminalit e verso il PCI, forza ormai assai influente sul governo. In tutto c'erano poco pi di un centinaio di persone.
Alle 11 e 5 Marozzi decise di far partire il corteo.
In quegli anni, sotto l'influsso della pi generale secolarizzazione dei costumi, il PCI aveva trascurato alcuni aspetti formali della sua immagine pubblica, a cui un tempo invece dedicava grande cura. Le bandiere del partito, tranne qualcuna di quelle vecchie ormai sbrindellate, erano fatte con materiali anonimi e miserevoli: telacce, quando non si usava addirittura la plastica. Gli antichi drappi di seta ricamati che davano solennit ai funerali rossi non c'erano pi. E il rito che avrebbe dovuto aiutare a elaborare il lutto per i compagni scomparsi diveniva inevitabilmente sciatto.
Per fortuna, nonostante fosse un po' scalcagnata, la banda dei tranvieri del deposito Messina dava un minimo di dignit all'avvenimento. Quando, con qualche stecca, part l'Internazionale, cantata sottovoce come il momento richiedeva (Compagni avanti, il gran partito // noi siamo dei lavoratori) pi di un ciglio si bagn. Quel maledetto comunardo francese, inventore di musica e parole, sapeva quel che faceva, quando l'aveva composta a fine Ottocento.
Cento metri, quasi lo spazio per distendersi appieno, e il corteo si affacci in piazza Gramsci. Qui alcuni volonterosi della sezione, tra cui Elvio Sacchi, uno dei tre commercianti iscritti, titolare di un negozio di elettrodomestici nella vicina via Mantegna, avevano piazzato un palchetto, addobbato di qualche panno rosso e di un paio di nastri neri. La squadretta delle pompe funebri, coordinata da Ruvo, mise la bara, sospesa su un catafalco a rotelle, proprio davanti al palco.
Presero la parola Marozzi e Verzelli, responsabile dell'area fiori della Confesercenti. Marozzi era emozionato, bancario ma poeta, barricadero ma sentimentale, pensava e ripensava alla Calchi viva e alla miseria delle parole per restituirne la memoria. Rinunci alla velleit di lanciare un messaggio politico ai commercianti del quartiere. E tir via con qualche frase di circostanza: la vita strappata, ti ricorderemo, se  stata una provocazione nei nostri confronti la respingeremo nel tuo nome, la terra ti sia lieve e cos via. Una lacrima gli scese lungo il viso dicendo l'ultima pur scontata frase.
Verzelli, invece, si mostr imperturbabile. Il responsabile dell'area fiori della Confesercenti fisicamente sembrava un ramarro, verde-grigino di capelli, assai pochi peraltro, verde-rosino di carnagione, verde-bluino di vestito e cravatta, una faccina piatta, lucertolosa, e due occhietti mobili e retrattili. La pelle gli scintillava come se coperta di scaglie. E proprio come un ramarro aveva un sangue freddissimo. Non mostr nessun imbarazzo nell'illustrare l'intensa lotta della Calchi per democratizzare il mercato dei fiori e la tir in lungo per un intero quarto d'ora.
Intanto sulla piazza, mentre gli oratori si esercitavano, Cavenaghi aveva trovato un vecchio amico che era stato con lui nella federazione giovanile e che adesso era iscritto alla Sempione, Fausto Ribolla, tecnico della Fiera. Da lui si fece indicare per nome alcuni tra gli iscritti alla sezione presenti in piazza.
Chi era quel signore con l'aria apoplettica e due baffi da Cecco Beppe? Il professor Cattani, gloria del Liceo Manzoni, grecista impeccabile, un po' estremista ma retoricamente gentile. E quella compagna secca secca con il naso rosso? La Sarti, una neofemminista scassapalle. E quel ragazzo lungo lungo con l'aria tenebrosa? Il Villa, attore, cacciatore, organizzatore, geometra: uno simpatico. E quello basso, con un borsalino? Quello deve essere un questurino, non l'ho mai visto. I due amici andarono avanti un bel po' a parlottare, anche a rischio di infastidire la cerimonia funebre.
Dalla sua l'avvocato Farias s'era fatto presentare alla madre della Bruna Calchi, Fiorella, una donnina tutta spaurita che avrebbe preferito per i funerali della figliola un bel rito in chiesa, ma che non voleva tradire la sua bambina nell'ultimo momento. Trovare una persona cos distinta come Farias che voleva interessarsi delle indagini sulla sua ragazza fu un piccolo conforto per la disperata mamma.
L'ispettore Modena sfoggiava il suo atteggiamento pi simpatetico, era corso a rendere omaggio a Pessina, a Rotelli (Poi andiamo via insieme gli aveva detto) e ai dirigenti del PCI presenti, aveva espresso il suo cordoglio a Marozzi e alla madre della Calchi, aveva comunicato la certezza che presto l'assassino sarebbe stato catturato. La sua divisa d'alta ordinanza dava un tocco di distinzione a un incontro funebre per altri versi ben poco formale. Di tanto in tanto Modena rivolgeva lo sguardo a un furgone bianco coi vetri oscurati, parcheggiato di fronte al palchetto e alla bara. Nel furgone due agenti riprendevano i partecipanti.
Cavenaghi, da quando il partito gli aveva affibbiato quel suo incarico da mezza spia, aveva assunto in pieno la mentalit del sospettoso sempre e dovunque. Not gli sguardi di Modena al furgone e immagin che cosa vi fosse dietro a quei vetri scuri. Non hanno proprio idea di dove cercare - pens l'ingegnere. - Fanno tentativi a caso. L'unica loro risorsa  quella di ispirarsi a quella scemenza sugli assassini che tornano sul luogo del delitto.
Le orazioni finirono, il corteo si rimise in moto verso il vicino cimitero. Arrivati alla fossa, i comunisti rimasti arrotolarono le bandiere. La bara fu sepolta. Pure tra gli atei pi convinti pass per un attimo il pensiero che un saluto cos, senza neppure quel tocco cerimoniale che c'era nei tempi eroici, aveva qualcosa di arido. Qualche saluto con il pugno, in cui due o tre si avventurarono, non fece che rattristare l'ambiente.
L'architetta Persiconi, infastidita dai marmi che la circondavano (Cafone di un costruttore, non hai mai sentito parlare della sobriet del capitalismo milanese?) fece una smorfia raggiungendo l'anticamera del lussuoso ufficio dell'ingegner Filippacchi, ma l'interesse del partito aveva la precedenza e chiese dunque, senza esitazione, alla segretaria, naturalmente sgargiante e scosciata fuori misura, di annunciarla.
La Persiconi si trovava in difficolt, certo non le mancava l'esperienza delle trattative con le controparti su aree edificabili e simili vicende. Ma era abituata a lunghi e tempestosi confronti, nei quali per di pi tutto il potere, quello politico che decideva la partita, si trovava essenzialmente dalla sua parte. Ora invece le toccava realizzare subito un accordo e chiedere invece che pretendere un favore.
A Filippacchi, che ancora non conosceva le richieste che gli sarebbero state fatte, non sfugg la posizione di debolezza dell'architetta comunista. E solo questo pensiero bastava a illuminare il suo volto, bell'abbronzato: era un imprenditore a cui l'etica giansenista del capitalismo lombardo non impediva di prendersi le sue vacanze ai Caraibi.
Filippacchi, un omino dalla faccia furba e dai distinti capelli grigi portati un po' lunghi, discendeva da una grande famiglia di mercanti senesi, andati in rovina verso la fine dell'Ottocento. Il tratto signorile che una lunga storia di ricchezze gli aveva lasciato consent al derelitto erede di un'ex fortuna di far innamorare di s la figlia bruttina di un sabbiunat milanese, uno dei possessori di quelle cave di sabbia che diventarono una sorta di pozzi di petrolio quando nel secondo dopoguerra l'edilizia ripart di botto. Tornato ricco, Filippacchi giur a se stesso di non perdere mai pi la condizione del privilegio. E s'impegn cos a costruire, vendere, acquisire case e terreni con un'energia, un'oculatezza e un'avidit rare persino nello spietato mercato milanese. Per un uomo simile vedere una controparte in difficolt, era come per un avvoltoio scrutare una futura vittima nel deserto. Gi gli veniva l'acquolina.
Qual buon vento la porta nei miei uffici?.
Buone notizie per lei, ingegnere. Ieri discutendo con il sindaco Settemini che poi l'ha chiamata, avremmo deciso di chiudere la lunga diatriba sulle sue aree nel Comune di Nova Milanese. In fin dei conti un centro commerciale non  una iattura per la cittadinanza. Presa questa decisione vorremmo terminare il confronto in fretta e quindi io ho il mandato del sindaco per accordarmi sugli oneri di urbanizzazione che lei  disposto ad assumersi per ripagare il Comune della variante di piano. La tensione e l'imbarazzo facevano parlare la Persiconi come un geometra.
Lei sa qual  la nostra proposta: siamo pronti a dare 3.000 metri quadri di verde e attrezzarlo.
Facciamo 4.000 e l'accordo  chiuso.
La proposta dell'architetta stup molto Filippacchi: la professionista comunista sapeva bene che avrebbe potuto strappargli almeno 5.000 metri quadri. E per quanto un po' meschina in qualche occasione, la Persiconi non era una dilettante, conosceva le regole del gioco. D'accordo, il bene pubblico richiede sacrifici pure a noi pescecani. Qua la mano. Sa che mi fido di voi comunisti. Se foste al potere mi impicchereste, ma prima di quel momento non rompereste mai un patto.
Ma come fa a pensare che noi impiccheremmo qualcuno, l'unica cosa di cui ormai ci occupiamo sono i bollini delle tessere. A proposito di bollini, di tessere e di quegli impiastri delle federazione, c' un problemino di cui mi hanno pregato di parlarle, sapendo che lei e io ci conosciamo bene.
Oh, ecco che arriva il vero motivo della visita ridacchi Filippacchi, e ad alta voce: Certo, mi dica pure.
Il sorrisetto del genero del sabbiunat, come lo chiamavano i suoi detrattori, fece ben intendere alla Persiconi che il gioco si svolgeva a carte scoperte. Maledizione a chi mi ha incastrato in questa trattativa, io rendo solo quando la lite  lunga e sanguinosa, queste sveltine in punta di piedi non le sopporto rimugin l'architetta. Ma ormai era in ballo e doveva ballare, e non manc di rivolgergli uno di quei suoi sguardi color viola che un tempo facevano stragi di cuori: Ci sarebbe un salone in via Giovanni da Procida 10, di sua propriet, che interessa la federazione. Le saremmo molto grati se lei potesse venirci incontro.
Ma certo, conosco bene quel salone, lo voglio vendere, e lei sa quanto ci tenga ad avere buoni rapporti con voi. In quella zona, piano terreno, stabile lussuoso (perch  veramente lussuoso), il prezzo  alto. L'ingegner Filippacchi spar una cifra un po' sotto al prezzo di mercato, ma sempre consistente.
Ah, mi scusi, rispetto a quello che dicevamo prima di questa scemenza del salone che vuole la federazione, c' poi la questione del parcheggio per il centro commerciale aggiunse la Persiconi che sapeva che se avesse portato quella proposta di prezzo al Pessina, questi l'avrebbe sbranata.
S,  vero, c' il problema del parcheggio per il centro commerciale. Ma mi lasci finire la mia proposta per il salone. Il prezzo che le facevo includeva il garage interno al palazzo, il cui costo  compreso nel calcolo del valore a metro quadro del salone.
Alla federazione non interessano i garage, quanto diminuirebbe il costo a metro quadro senza questa struttura?.
Per una cifra che corrisponde pi o meno al valore di un parcheggio per un centro commerciale in Brianza.
La Persiconi arross, a lei serviva sempre una maschera d'ipocrisia per svolgere le sue trattative, aveva bisogno di sentirsi sempre dalla parte del bello, del buono e del giusto. La risposta di Filippacchi le rovinava i parametri di comportamento, ma era prioritario portare il risultato dell'acquisto del salone a Pessina. A Filippacchi questa sua impertinenza gliela avrebbe fatta pagare su qualche altra area: Nell'hinterland milanese ci si ritrova spesso comment tra s. Poi chiuse gli occhi e sospir: Va bene, allora mi pare che ci sia un accordo.
Un ottimo accordo osserv Filippacchi.
Luned Settemini convoca la giunta per la questione del centro commerciale. Le dispiace passare oggi alle 17 dal notaio Ravenna per chiudere questa cosa del salone di via da Procida? precis la Persiconi, praticamente in apnea per l'imbarazzo.
Cavoli, se avessi saputo della loro urgenza mi portavo a casa due parcheggi a Nova. Ma ormai l'accordo era fatto e comunque i comunisti andavano tenuti buoni. Anzi, forse questa Persiconi l'ho sfottuta un po' troppo pens il marito della figlia del sabbiunat. E ad alta voce: Ma certamente, quando posso aiutarvi, sono felicissimo.
Crepa, tu e i tuoi marmi imprec tra s l'architetta, e poi si accomiat: Le ho rubato sin troppo tempo, arrivederla. Si allontan quasi di corsa.
Trafelato tra un funerale e un incontro, Pessina era tornato nella sua stanza. Chiamava e richiamava i segretari di zona, ma le tessere non crescevano.
Erano anni cos. Nelle aree operaie della provincia, storici punti di forza del PCI, la deindustrializzazione cominciava a mordere. E meno lavoratori, meno iscritti. In tanti, espulsi dai posti di lavoro, non mantenevano pi i rapporti con il partito. Le relazioni si rompevano sia da destra sia da sinistra: non ci avete difeso per correre dietro agli studenti, dicevano quelli che se ne andavano da destra. E nei casi pi gravi assumevano posizioni reazionarie come sulla questione degli immigrati extracomunitari. Quelli che se ne andavano da sinistra accusavano il partito di essersi imborghesito e di non sapere pi difendere l'occupazione con la necessaria determinazione: Come si faceva nei bei tempi. Risultato: un buco nel tesseramento che stava provocando simmetricamente un buco nello stomaco del segretario.
A distrarlo gli arrivarono, una dietro l'altra, una serie di telefonate sul caso Calchi. La Persiconi fece sapere che la trattativa con Filippacchi era conclusa, il prezzo - che gli comunic - era buono e la chiusura dell'accordo nel pomeriggio definita. Dondi gli diede le ultime notizie sui pensionati, come erano stati convinti i socialisti della necessit di un rapido acquisto, e inoltre gli annunci l'arrivo della squadretta della commissione nazionale per il mattino successivo. Marozzi lo ringrazi per la presenza al funerale, per l'idea della conferenza dei lavoratori della zona in onore della Calchi, lo inform che durante il corteo funebre si erano fatte due tessere (Meno male si disse Pessina) e gli conferm l'incontro per il giorno dopo. Farias raccont della chiacchierata con la madre della fioraia e venne informato da Pessina che poteva cercare il commissario il pomeriggio successivo.
Marulli aveva, dalla sua, informato il notaio Ravenna che si era liberato per le 17, e aveva ottenuto il fido del Banco del Lambro.
Il composito puzzle ideato per affrontare l'emergenza del caso Calchi sembrava stesse andando a posto, pezzo dopo pezzo. Questo suscit un po' d'orgoglio nel Pessina: Forse se ci mettessimo di buzzo buono riusciremmo persino a fare la rivoluzione. 
Rotelli, il responsabile della commissione Problemi dello Stato, aveva invitato l'amico ispettore a uno dei ristoranti usati dalla federazione per gli ospiti di serie A. Per quelli di serie B c'era un ristorante ligure-pontremolese gestito da due compagni, Pino e Pina. Quelli di serie C poi, i compagni delle sezioni, venivano portati nelle trattoriacce dove mangiavano normalmente i funzionari del partito.
Rotelli pensava che un tratto di signorilit nei rapporti coi poliziotti andasse mantenuto. E poi la signora Alba sapeva garantire la riservatezza che il colloquio con l'ispettore Modena richiedeva.
La signora Alba era una veneziana, non altissima, bella rotondetta, con il colorito e i capelli pallidi di tante sue concittadine, due occhietti furbi a punta di spillo, un incedere matronale, valorizzato dai pizzi della gonna. Gestiva con sapienza il suo esercizio, con quella disposizione splendida nel tenere i rapporti con la gente che hanno tante dame della Serenissima, che non sai mai se sono contesse che si comportano come matresse o matresse che se la danno da contesse.
Da Sporti era un ristorante di una certa eleganza, con belle stanze dai soffitti alti. Si mangiavano solo pochi piatti realmente buoni: le specialit milanesi. Ma quel che contava erano soprattutto il bel giardino d'estate con tanto di pergolato, l'arredo, le tappezzerie ricercate, i tavoli, i kilim sparsi per tutto il locale, le sedie scelte con gusto e ancor pi le stanzine in cui la proprietaria sistemava i clienti che volevano chiacchierare in intimit.
L'Alba riusciva a essere democristiana con gli assessori democristiani dell'adiacente Regione, comunista coi comunisti della vicinissima federazione e banchiera con i dirigenti della sede del Monte dei Paschi, che si trovava a cento metri dal ristorante. Appena vide arrivare Rotelli che ben conosceva, assieme a un ufficiale di polizia per di pi in alta uniforme, cap subito che si trattava di un incontro particolare. La stanzina gialla, quella che ha un solo tavolo, mi pare adatta per quei due, decise la ristoratrice.
Allora, caro Francesco, qual buon vento ti porta dalle nostre parti? chiese Rotelli davanti a un bicchiere di Lambrusco (Rotelli beveva come pensava) in attesa di un risotto allo zafferano e di una cotoletta impanata.
C' preoccupazione, caro Paolo, per questo omicidio Calchi, soprattutto noi, elementi pi liberi e aperti del corpo di polizia, non vorremmo che fosse una provocazione contro di voi. E, quindi, anche per capire come comportarmi, sono venuto a chiedervi se c' qualche indirizzo particolare che  bene noi si assuma nelle nostre indagini gli rispose Modena, che dalla sua beveva solo Fiuggi, e mangiava orata ai ferri con spinaci sconditi. Physique oblige. Nel lessico un po' contorto si poteva cogliere la sua difficolt a svolgere l'incarico diplomatico-spionistico che si era assunto.
Guarda, ti dico con franchezza che sul caso non ho colto nessuna particolare agitazione in federazione. In questo momento, in cui opera nazionalmente una sorta di solidariet tra i partiti democratici e antifascisti, la nostra fiducia nelle forze dell'ordine e di sicurezza tende a essere molto alta. Anche se la coscienza dell'esistenza di settori deviati all'interno della Repubblica e dei suoi corpi separati  sempre un elemento presente alla nostra riflessione e questo ci spinge a essere assai prudenti. E comunque a valutare come preziosi i rapporti con leali servitori dello Stato come te, per esempio, che hai dimostrato di essere tale in ormai molte occasioni. Rotelli sceglieva parole molto concettose: secondo lui il suo ruolo richiedeva questo linguaggio. E per questo motivo impiegava qualche minuto di trop-po per trovare le parole appropriate.
Scusami, i vostri della sezione locale come la pensano sul caso Calchi?.
Sono lavoratori, comunisti, uomini aperti, schierati a sostegno della Costituzione, capaci di abnegazione nella difesa della democrazia e della libert. La pensano come il loro partito.
Ma hanno qualche posizione particolare che pu crearci problemi?.
Sono cittadini consapevoli, capaci di tradurre la linea, democratica e aperta, del partito secondo le pi articolate situazioni.
Ma questo volantino che ci critica perch non riusciamo a garantire la sicurezza della citt, che cosa significa?.
Rotelli lesse rapidamente il testo del manifestino di protesta che era stato preparato nella nottata da quelli della Sempione. Gli secc che nessuno, come avveniva quasi sempre, lo avesse informato. Ma non si perse d'animo. Vedi, la frase che tu intendi come parzialmente critica del vostro operato va inquadrata in un contesto che obiettivamente valorizza l'attivit del vostro corpo, almeno nella misura in cui lo sforzo democratico collettivo riesce a far cresce la consapevolezza della cittadinanza. Di quel consapevolezza della cittadinanza Rotelli fu particolarmente fiero, e lo rimastic in bocca assieme al Lambrusco e alla cotoletta per qualche minuto.
Tutti gli sforzi successivi di Modena per tentare di capire se i comunisti milanesi fossero preoccupati per un piano di provocazioni neofasciste o se la Calchi fosse in qualche modo legata ad ambienti estremistici in collusione con il terrorismo si scontr con la batteria di concetti concettosi che Rotelli usava con i suoi interlocutori.
Nonostante fosse un po' stordito dal taglio dato alla discussione dal funzionario del PCI, l'ispettore della zona Sempione trovava nuova materia per ammirare la furbizia e il mestiere dei comunisti: come Rotelli riuscisse a parlare e parlare senza dire niente, aveva del miracoloso. Furbate poliziottesche contro banalit picciste, si and avanti cos per una buona ora. Finch Rotelli, sinceramente soddisfatto perch aveva espresso ai livelli pi alti il suo pensiero, e Modena, avvilito perch non aveva strappato uno straccio d'informazione, decisero di terminare la conversazione, il pranzo e l'incontro.
Dopo Rotelli vol in federazione, dove riusc a incastrare Dondi. Pessina aveva detto di riferire a lui le conclusioni della chiacchierata con il poliziotto. Gli illustr l'importante lavoro politico svolto, mentre Dondi lo guardava impassibile.
Modena, assai compreso dell'abilit politica di Rotelli, rientr presto nella sede del commissariato Sempione. Nell'ufficio di Gerace trov un omino piccino piccino, tutto vestito di nero con una cravatta nera a pallini bianchi, una calvizie totale e un lungo naso arancione che contrastava con il visetto pallido e smunto. Era Samuele De Cesare, vicequestore di Milano, in visita pastorale.
Sul caso Calchi non s'era ancora definita alcuna pista e il vicequestore era venuto senza dubbio per sapere se spuntava qualche novit. A livello nazionale i rapporti tra il ministero dell'Interno e i comunisti erano abbastanza tranquilli, non bisognava turbarli.
La morte violenta di un'iscritta era senza dubbio un problema per il PCI, forse per si potevano contenere le tensioni sul piano locale. Ma non si sapeva mai.
Allora, Gerace, questo caso Calchi, novit?. De Cesare entr a piedi giunti sull'argomento del giorno.
Stavo per convocare la riunione di quelli impegnati nell'indagine.  tutto in mano all'ispettore Modena qui presente, un quadro del nostro commissariato, come sai, assolutamente affidabile.
Modena li inform sugli interrogatori di qualche ex compagna di classe della Calchi all'istituto commerciale in via San Michele del Carso, di qualche fornitore di fiori e due o tre altre persone. Non nascose che non era emersa alcuna pista definita. Spieg poi che non si riusciva ancora a capire da dove potesse essere saltata fuori quella Maschinenpistole. Nessuno degli abituali informatori aveva dato una qualche dritta sull'argomento. La convinzione maturata sinora era che c'entrasse la cosiddetta mafia dei fiori, un racket calabro-siciliano che voleva mettere le mani in quel mercato. Accenn a qualche segnale dato in quel senso da quelli della Buoncostume.
Modena chiese, poi, se volessero dare un'occhiata al filmino registrato di nascosto di corteo, comizi e sepoltura della Calchi, e ascoltare una sua analisi dell'avvenimento. De Cesare, anima politica della questura, apprezz questa proposta. Cos avrebbe potuto raccontare qualcosa di documentato sull'atteggiamento che il PCI dimostrava sul caso.
Montati il proiettore e la pellicola, fissato alla parete un lenzuolo bianco, Gerace, De Cesare e Modena si misero a guardare il filmino.
Terminata la proiezione, Modena illustr le conclusioni che aveva tratto richiamandosi alle immagini appena viste: Prima considerazione, mi pare che i comunisti milanesi non diano particolare importanza a questo caso. Non c' n un deputato n un assessore. Se ci fosse voglia di speculazione politica (tra l'altro la giunta di sinistra ha bisogno di rinsaldare i consensi e il prossimo anno ci sono le elezioni amministrative), ci sarebbero stati molti pi pezzi grossi. In questo senso il volantino della sezione distribuito ieri pu essere considerato una scelta essenzialmente locale. Ne ho parlato a colazione con il responsabile della federazione milanese dei rapporti con noi della polizia, Rotelli, che mi ha confermato come l'iniziativa corrisponda a un gesto emotivo. Pi in generale il colloquio con questo dirigente del PCI mi ha fatto intendere come non vi sia n troppa preoccupazione per l'accaduto n alcun reale spirito critico nei nostri confronti. Come si pu desumere dalle differenze tra il volantino e l'articolo uscito ieri sull'Unit, un testo chiaramente concordato con la federazione. Seconda considerazione, nonostante l'arma usata per l'omicidio, il mitra nazista, la federazione milanese del PCI non sembra convinta che la matrice dell'assassinio sia neofascista. Se ci fosse solo il sentore di una pista simile, non sarebbero mancati i partigiani dell'Anpi. In questo senso  utile leggere l'articolo dell'Unit. Terzo, i comunisti paiono escludere pure una pista legata per cos dire al sociale: conflitti con distributori di fiori o simili. In circostanze analoghe il PCI schiera sempre una qualche forte rappresentanza operaia, e qui in zona c' l'Alfa Romeo, il simbolo sociale perfetto da esibire. Invece nel funerale non vi  traccia di deputazioni di organizzazioni di fabbrica. C' il segretario della federazione, qualche quadro dirigente di poco peso. Il che rientra perfettamente nella tipologia della gestione di un avvenimento minore, ma che pur sempre tocca il partito e i suoi rapporti tra vertice e base. Forse l'unica presenza che mi ha sorpreso  quella dell'avvocato Farias, ma magari  iscritto alla sezione del posto. Di solito dove c' il Farias, c' sempre un'attenzione particolare per qualche problema legale. Da questa analisi traggo tre conclusioni: il PCI non  preoccupato e non valuta questo episodio come un attacco terroristico nei suoi confronti, non vuole farne un caso politico e, infine, se ha tante certezze, forse conosce qualcosa di pi di quanto sappiamo noi.
Varrebbe la pena di tenerli un po' pi sotto controllo osserv Gerace.
S, cos s'irritano e sollevano quel caso politico che per ora non hanno voglia di provocare sbott De Cesare.
Certo, c' questo rischio. D'altra parte abbiamo le risorse e le capacit per svolgere indagini approfondite senza stuzzicare i comunisti si accod, un po' intimorito, Gerace.
Per completare la sua analisi, mi dia piuttosto la sua idea sull'articolo dell'Unit uscito ieri a cui accennava, e che ho letto ma frettolosamente chiese il De Cesare a Modena.
 un articolo breve, trenta righe. Parte dall'accorato lutto per la morte di una giovane compagna e dalla solidariet alla madre e alla sezione Sempione. Allude ai problemi della violenza in un'area urbana come Milano, che persistono nonostante l'amministrazione di sinistra stia risanando gli ambienti fisici e morali della citt. In questo ambito c' un richiamo alle forze dell'ordine perch incrementino la loro azione. Usano il termine incrementare che in una minima misura  critico, ma dall'altra riconosce gli sforzi fatti, appunto solo da incrementare, non da produrre ex novo. Spiega come il terrorismo fascista, particolarmente attivo nella prima parte di questo decennio, sia stato isolato e sia sulla soglia di essere completamente stroncato. E conclude con un appello al partito e ai sinceri antifascisti perch da una parte migliorino la loro vigilanza e dall'altra evitino tutti gli atteggiamenti che possano ostacolare la crescita della democrazia in Italia. Il senso dell'articoletto collocato in apertura della cronaca e anonimo per sottolinearne l'autorevolezza : ci dispiace per la compagna morta ma la difesa del quadro politico  pi importante.
La sua analisi mi pare complessivamente perfetta, caro Modena, e offrir pi di un argomento al questore per farsi un'idea sull'evoluzione del caso e forse per preoccuparsi un po' meno. Complimenti osserv De Cesare.
Per l'assassino non lo abbiamo ancora scoperto intervenne il commissario.
Certo, dovrete lavorare duro ma mi raccomando senza sollevare tensioni sociali o ancor peggio politiche, un po' sulla linea implicita nelle analisi dell'ispettore Modena. In particolare, se non  proprio ultranecessario, e al momento non vedo perch, non infastidite l'avvocato Farias, una persona cos perbene e dalle tante e pregiate relazioni comment De Cesare. Queste parole furono il suo commiato. 
Bene, Ciccio, avere fatto contenti quei rompicoglioni della questura  sempre un'opera buona. Le direttive mi paiono chiare: indagare alacremente ma senza infastidire politicamente, soprattutto l'avvocato Farias. Forse c' ugualmente lo spazio per fare un buon lavoro. Gerace era un reazionario anticomunista ma era poi un poliziotto a cui piaceva compiere il proprio dovere ed era infine un uomo di mondo: poteva permettersi qualche sarcasmo ma mai imprudenze. Dalla sua Modena era un buon indagatore. Che aveva puntato insieme molte carte della sua carriera sul rapporto con i comunisti.
La direttiva di sorvegliare, sia pur blandamente il segretario di sezione Marozzi, venne annullata.
Finito il funerale, Cavenaghi se n'era tornato in federazione. Non era uscito a mangiare con gli amici del piano. S'era chiuso nel suo ufficetto a fare analisi e considerazioni sulle schedine degli iscritti e i materiali della sezione Sempione. Li avrebbe letti tenendo conto delle considerazioni di Tarcisi su cui era stato informato in mattinata. Come spesso gli capitava, aveva mangiato una banana e bevuto un quartino di latte, quello ottimo della Centrale che si trovava nel mercatino di piazzale Lagosta.
Cavenaghi aveva sparso su tutto il piano della sua scrivania le schedine delle tessere che venivano consegnate in federazione. Le schedine erano quelle che ogni iscritto doveva compilare in duplice copia: una per la sezione e una per la federazione.
Da un rapido esame, con i numeri l'ingegnere andava a nozze, la Sempione risult avere 253 iscritti, 114 pensionati, 111 iscritti dal 1948, 83 dopo il Sessantotto. Nei vent'anni intermedi si erano o comunque erano rimaste iscritte solo 59 persone.
Pochi operai, solo 17, ma tra i pensionati parecchi probabilmente erano ex operai. Un bel po' di tesserati legati al mondo della scuola, tra professori e maestri: 18. Sette studenti. C'erano, poi, 40 casalinghe. Molti impiegati: 36. Un becchino. 3 commercianti. 3 giornalisti. Due avvocati. Il rapporto tra i sessi era di 96 donne e 157 uomini. Erano iscritti 12 funzionari tra Cgil, Lega delle cooperative, Arci, Udi e partito (3). Et media sui quarant'anni, forse di pi; al pur velocissimo Cavenaghi sarebbe servito qualche tempo in pi per calcolare questo dato. Molti meridionali e tanti milanesi di nascita. Gli iscritti abitavano in larga misura nelle due zone pi popolari del quartiere. Cavenaghi riflett su quanto era vecchio il partito. Anche dopo il Sessantotto s'iscrivevano molti anziani o comunque persone in et pienamente adulta, collegati al partito dalle lotte sindacali, pi che i giovani. Presso la Sempione non c'era neppure il circolo della federazione giovanile.
Pass poi a dare un'occhiata ai verbali dell'ultimo congresso. La relazione di Marozzi era acclusa integralmente, battuta a macchina senza tanti errori. Tanti i concettini da ingraiano nell'introduzione riflett l'ingegnere. Innanzi tutto sul rapporto tra masse e istituzioni, pindarica elucubrazione materialmente collegata alla concretezza un po' squallida del consiglio di zona, una realt assai poco istituzionale e ancora pi scarsamente in rapporto con le masse. Tante petizioni terzomondiste combinate con la sfiducia sul carattere ancora rivoluzionario dell'Unione Sovietica. Ma non c'era analoga sfiducia per Cuba e Vietnam. La questione cinese era rimossa.
Il dibattito era articolato essenzialmente sulla linea del segretario della sezione. Solo un paio, tra cui il maestro Trotti, difendevano integralmente l'impostazione che il partito teneva in quel periodo verso il governo. La stragrande maggioranza chiedeva pi lotte e pi opposizione. C'era un intervento della Calchi, che parlava dell'esperienza della battaglia sui parcheggi e della tendenza alla proletarizzazione del ceto medio: c'era un cenno sul funzionamento del ciclo capitalistico della produzione e della distribuzione dei fiori. Tutte parole segnate da influenze ingraiane.
Peraltro non era facile capire del tutto che cosa avessero detto davvero gli intervenuti al congresso basandosi sulle dieci righe con cui il funzionario della federazione evidentemente in preda alla noia - lo si intuiva dalla sua stessa calligrafia - li aveva sintetizzati. Per anche cos, con l'aiuto della relazione completa, della mozione conclusiva, si capiva che era una sezione di sinistra. Lo si comprendeva ancora meglio leggendo l'intervento finale bacchettante del compagno della federazione. Le sezioni un po' fuori linea si bacchettavano cos: Cari compagni - diceva quello della federazione e poi trascriveva il suo giudizio nel verbalino per dare alla federazione la notizia essenziale: sono un po' fuori linea - ho ascoltato il vostro dibattito, la relazione del vostro segretario, e ho trovato i segni di una riflessione ricca e appassionata, di un'adesione vivace alla battaglia che il partito fa nella nostra societ. Sono tanti gli spunti e i temi intelligenti e condivisibili che ho potuto ascoltare. C' solo un punto che vorrei precisare. E quel piccolo punto da precisare era come il filo che disfa il gomitolo, la palla di neve che provoca la valanga. Dal piccolo punto da precisare passavano i battaglioni logici del compagno della federazione per portare la linea nella sezione vivace.
La composizione del direttivo e dei probiviri (quattordici pi tre persone), che risultava sempre dal verbalino del congresso, era questa: un operaio, sei impiegati, due casalinghe, due pensionati, e il resto intellettuali e professionisti. Appunto una sezione di sinistra, si riconferm Cavenaghi. Alcuni iscritti della Sempione li aveva gi conosciuti. Molti altri li avrebbe incontrati nei giorni successivi.
Ripose le schedine e si avvi a bere un caff. Sotto la federazione c'erano due alternative. Si poteva andare a dieci metri nel circolo cooperativo, il cui cortilone era proprio sotto le finestre della sede del partito. Oppure ci si spostava a fianco della porta della federazione in un moderno ampio locale, frutto di una speculazione organizzata dall'amministratore della federazione, con tanto di ristorante, bancone scintillante, camerieri con un accenno di divisa. Nel secondo posto se la davano da disinvolti-aggiornati-petulanti, secondo quello stile che milanesemente si chiamava da bauscia. I commenti della padrona, con le sue mise quasi-chic, potevano diventare fastidiosi. Nel circolo cooperativo, tutt'altra atmosfera: simpatia umana, calore e riservatezza, dote quest'ultima che caratterizza un'altra bella fetta della popolazione milanese. Per nel circolo cooperativo i clienti trovavano una specie di muffa al posto dei loro caff. E Cavenaghi, dunque, scelse senza esitazione il locale modernizzante.

Venerd 4 novembre
Pessina sapeva che quel venerd molto del suo tempo sarebbe stato assorbito dal caso Calchi. Aveva fatto appena in tempo a dare un'occhiata all'Unit e alle cronache dell'incontro del giorno prima tra il segretario nazionale e Leonida Breznev. A noi i sovietici avevano - riassunse Pessina - concesso grandi onori. Intanto, per, per far capire come girava il vento, avevano umiliato il capo degli spagnoli, Santiago Carrillo, non facendolo parlare dalla tribuna. Comunque, ahim, da tutto appariva chiaro che sarebbe stato ancora distratto dalla sacra missione di aumentare gli iscritti al PCI milanese. Cos andavano le cose. E Pessina non resisteva mai inutilmente al destino.
Appena arrivato chiese subito al potente segretario dell'organizzazione cittadina del partito di venirlo a trovare. Leonardo Sisti era un tipo bizzarro d'intellettuale, 37 anni, alto, di origini cuneensi, testone come tutti quelli che vengono da quelle parti, capelli biondi tagliati a spazzola, un viso intelligente segnato dall'acne, una personalit inquieta, indecisa se arrendersi al fascino dell'intruppamento di partito o abbandonarsi agli imbizzarrimenti di chi mette il proprio io davanti a tutto.
Sisti entr nell'ufficio del segretario e naturalmente tutta la prima parte della conversazione tra i due fu sul tesseramento: come andavano le iscrizioni nelle aree centrali e borghesi di Milano, come nella circonvallazione ricca di insediamenti di ceto medio e impiegatizio, e nelle aree periferiche pi popolari e sempre meno operaie. Sisti non aveva molto da aggiungere a quello che aveva gi detto al Pessina la sera prima, ma il segretario provinciale, ansioso e avido di particolari, lo spremeva: quanti giovani sotto i trent'anni, quante donne bionde, quanti reclutati albini, quanti lavoratori autonomi.
Ogni dato che Pessina riusciva a recuperare s'inseriva nel suo cervello-calcolatore e si trasformava immediatamente in una elaborazione statistica: da dieci anni queste sono le iscrizioni dei giovani, queste quelle delle donne, queste quelle dei lavoratori autonomi. E da qui, nuovi arzigogolati ragionamenti: dove abbiamo sbagliato, perch in quella zona le cose vanno male e in quell'altra no. E via rimuginando.
Non sempre i dati che snocciolava Sisti erano esatti, pur se da antico conoscitore delle manie di Pessina, non citava mai una cifra che finisse con lo zero. Peraltro il punto forte di Sisti era l'elaborazione politica pi che la precisione organizzativa. Per prudenza si cautelava con tanti mi pare..., credo..., a occhio... e aggiungeva comunque: Il responsabile organizzativo del cittadino ti mander i dati precisi tra due ore.
D'altra parte Pessina, pi che interessato ai dati precisi, che gli avrebbe fornito l'implacabile commissione organizzativa della federazione, era incantato dal rito: parlare del tesseramento, esorcizzare le paure, propiziare esiti felici.
Dopo dieci minuti di chiacchiera tesseramentesca, Pessina vir il discorso sul tema per cui aveva chiamato Sisti. Ah, Leonardo, poi ti volevo comunicare che ieri pomeriggio abbiamo venduto, materialmente lo ha fatto il Marulli dell'Immobiliare Orgoglio Sestese, la sede della Sempione al sindacato pensionati e abbiamo acquistato uno splendido salone in via Giovanni da Procida per non lasciare i poveri iscritti della sezione per strada. Si  trattato di due occasioni, una di vendere e una di comprare, che non potevamo perdere e abbiamo dovuto chiudere la partita in pochissimo tempo. Mi rendo conto che dal punto di vista della democrazia e della trasparenza c' qualche lacuna. Gli iscritti che cambieranno sede senza mai averne discusso e senza esserne mai stati informati precedentemente potrebbero inquietarsi. E quelli della Sempione mi sembrano gi ben predisposti alle critiche verso i burocrati della federazione. Peraltro sul caso Calchi hanno tenuto bene la linea di prudenza che gli avevamo, e in particolare tu avevi, consigliato. Comunque l'operazione immobiliare che abbiamo fatto, andava portata a termine. Naturalmente a giustificare questa iniziativa vi sono anche altri motivi di cui non  necessario parlare. Ora ho bisogno di una grossa mano per evitare che si crei un qualsiasi caso. Ogni tanto  bene che vi siano discussioni appassionate. In questa vicenda il dibattito  invece un lusso che non ci possiamo permettere, soprattutto per i possibili riflessi esterni. Mi prender quindi una piccola libert nei tuoi confronti, dir al Marozzi, di cui so che tu sei particolarmente amico, che l'idea e la gestione dell'operazione sono state tue. Lui sa quanto tu sia distratto, sa che potresti esserti dimenticato veramente di comunicargli la vicenda, ti vuole bene e ti coprir.
Sisti era spesso distratto, ma sempre acuto, e colse al volo il legame tra acquisizioni e traslochi di sedi e l'assassinio dell'iscritta alla Sempione che li aveva occupati negli ultimi giorni. Non gli venivano spiegate le cause precise di scelte cos sbrigative. Ma era evidente che dovevano essere particolarmente cogenti. Sisti si rese perfettamente conto di non dover creare la pi piccola difficolt nella gestione di una situazione cos d'emergenza.
Era vero, poi, che fosse molto amico di Marozzi. Pur con sensibilit diverse (cos i dirigenti del PCI chiamavano le tendenze politiche che da un punto di vista teorico si affermava non esistessero) rispetto alla politica del partito. C'erano parecchie cose che univano Sisti al segretario della Sempione: un singolare comune amore per il Fado portoghese, musica che non pochi considerano noiosa e sentimentalistica, ma che faceva impazzire i due comunisti in questione. E poi il fumo delle Gitanes, pestifere sigarette francesi che rendevano ancora pi opprimente il clima delle riunioni. Marozzi, poi, ascoltava come un innamorato Sisti quando questi filosofeggiava: al bancario-poeta sarebbe piaciuto essere un grande intellettuale e sfogava questo desiderio frequentandone uno che qualche numero ce l'aveva. Infine erano entrambi, segretario di sezione e segretario cittadino, tendenzialmente dei discreti cacciatori di gonnelle.
Certo, usa pure il mio nome. Non farti scrupoli rispose il segretario cittadino a quello provinciale.
Appena uscito Sisti, entr il segretario della Sempione.
Beh, il funerale  stato perfetto - osserv Pessina. - Complimenti. La povera Calchi ne sarebbe stata fiera.
Io come oratore ho fatto piet, avevo un groppo alla gola.
Non siamo della macchine. Ed  inevitabile e giusto che mostriamo le nostre emozioni. Sei stato chiaro e sincero. Non  poco. Ora, per onorare la povera Calchi vorrei passare a esaminare l'idea della conferenza dei lavoratori comunisti della zona Sempione.
 una proposta magnifica.
Al centro della conferenza bisogna mettere una riflessione sulle condizioni ambientali adatte per consolidare il tessuto produttivo di una zona emblematica per Milano come quella Sempione. Tra i protagonisti della conferenza vi devono essere i lavoratori dell'Alfa Romeo e quelli della sede milanese della Rai.
L'idea di una conferenza dove lui sarebbe stato co-protagonista con i mitici operai della leggendaria Alfa Romeo faceva impazzire Marozzi che non riusciva a dire che S, s.
Naturalmente i lavori della conferenza li presiederai tu, ma l'impegno nella preparazione, considerando che tu durante il giorno devi lavorare, va svolto da alcuni funzionari di partito: ci saranno il Tito Grassi, della commissione fabbriche della federazione, ex dell'Alfa Romeo, e il Cavenaghi, che lavora al regionale e pu essere distaccato dai suoi attuali compiti.
Conosco bene il Grassi, e di nome e di vista il Cavenaghi. Scelte ottime.
E c', poi, la fortuna che abbiamo a disposizione la nuova bellissima sede della sezione.
Marozzi pens di non avere capito bene che cosa stava dicendo Pessina: Nuova sede?.
S, mi ha detto Sisti che  tutto pronto. In via Giovanni da Procida  stato acquistato un salone bellissimo da 300 posti, proprio quello che serve per la conferenza.
In via da Procida?.
Non dirmi che Leonardo non ti ha accennato niente. Sono la nostra maledizione questi intellettuali, vanno benissimo quando si tratta di analizzare un problema politico, definire uno scenario. Ma se poi si passa a una questione concreta, combinano solo pasticci. Non te ne ha parlato?.
S, ma non nei particolari. Mi aveva accennato qualcosa, ma non pensavo che i tempi fossero cos stretti: forse mi ha cercato in questi giorni ma con la morte della Calchi il calendario  stato stravolto.
Del fatto che il sindacato pensionati dovesse acquistare la vostra vecchia sede, di questo ti aveva parlato?.
S, questo me l'aveva detto. Ma sui tempi era stato generico.
Cavoli,  stato generico e poi ha organizzato tutto per ieri pomeriggio. Tu e io vogliamo bene a quel ragazzo cos immerso nei suoi pensieri, bisogna evitare che la sua sbadataggine lo danneggi con la base della sezione che sar irritata per non essere stata consultata.
Credo che se presentiamo la scelta come una sorpresa, se la leghiamo all'esigenza di avere una sede di prestigio per la conferenza dei lavoratori di zona, riusciremo a superare le inevitabili perplessit, so di poter convincere i compagni della sezione su questa impostazione.
Sarebbe utile che in questo momento, colpiti dal lutto per la Calchi e impegnati a preparare la conferenza dei lavoratori, non si desse spazio a polemiche o sbandamenti. Io dalla mia far di tutto per coprire le responsabilit, comunque a fin di bene, del Sisti.
S, sono perfettamente d'accordo.
Bene, adesso dovresti dare le chiavi della sezione al compagno della Traslocoop che sta organizzando il trasferimento dei mobili e di tutto il resto, da via Rosmini a via da Procida.
L'idea di essere stato preso in giro attravers per un momento la mente del segretario della Sempione, ma poi tutto era cos bello: lui al centro della conferenza dei lavoratori, quelli dell'Alfa Romeo che ascoltavano la sua introduzione, il povero sbadato Sisti salvato dalla abnegazione di Marozzi. Cos bello che il segretario-bancario si rifiut di indulgere nel suo, appena virtualmente accennato, sospetto. Diede eroicamente le chiavi a una specie di gorilla che indossava una tuta della Traslocoop ed era appena entrato nella stanza del segretario provinciale, salut e si avvi all'uscita della federazione. Anzi prima sarebbe passato da Sisti a spiegargli come gli aveva salvato la reputazione: stavolta sarebbe toccato a quel distratto cuneense pagare da bere. E non era un risparmio da poco per Marozzi.
Dondi aveva convocato la squadretta inviata dalla commissione dei probiviri nazionali al circolo cooperativo sotto casa sua, per raggiungerlo si passava tra caseggiati popolari abitati per lo pi da vecchi operai della Pirelli e della Breda. Alcuni degli inquilini di quegli appartamenti erano stati partigiani con Dondi. Insomma c'era un bel po' di vigilanza sociale. Non era facile arrivarci inosservati e chi non conosceva l'intrico dei viottoli dentro il caseggiato al numero 5 di via Monte Grivola, a Niguarda, si perdeva.
Prima della squadretta erano arrivati quelli della Traslocoop, guidati dal loro capo, il presidente della cooperativa Giordano Guerrazzi, un ex facchino della Gondrad che con l'aiuto della Lega delle cooperative aveva creato la societ che ora dirigeva. A Guerrazzi, la cui impresa viveva innanzi tutto di lavori affidati dalle amministrazioni di sinistra, Dondi aveva detto che gli servivano tre camioncini e sei tute con il marchio della sua impresa. Il presidente della cooperativa di facchini era un uomo con poche ma solide certezze: una di queste era che bisognava sempre obbedire al partito. Non aveva chiesto a cosa servissero camion e tute. Dalla sua il presidente dei probiviri regionali non aveva pensato nemmeno un momento a dare spiegazioni.
I sei mandati da Roma arrivarono alle 9,30 in punto, e secondo istruzioni lasciarono le loro auto targate Bologna a qualche centinaio di metri di distanza, raggiungendo il circolo a piedi.
Gli uomini della squadretta erano singolarmente simili, tutti sul metro e sessanta, con due spalle enormi e manacce da boxeur, tutti con i capelli sugli occhi e sulle orecchie, che sembravano i Beatles nella loro fase pi capellona. Bassi ma massicci, di fronte ricordavano le carte-soldato della regina di cuori nell'Alice di Walt Disney: ma loro, poi, uno spessore ce l'avevano e consistente.
Portavano occhialoni neri che nascondevano gli occhi. Quando quello che doveva essere il capo, perch camminava davanti a tutti gli altri, si tolse gli occhiali, rivel uno sguardo acuto e intelligente che contrastava con l'aspetto scimmiesco suo e del gruppo: Ciao, tu scei il Dondi, no? Io sciono Ariele, mi manda il compagno Cantalupo. Altri cognomi, provenienze, particolari della squadretta era meglio che venissero trascurati: questo era il chiaro messaggio di Ariele (forse il nome era vero). N troppe informazioni interessavano a Dondi che, se non aveva mai incontrato la squadretta che allora gli si presentava, conosceva abbastanza bene gli uomini che il partito utilizzava per le operazioni speciali.
C'erano due tipi di quadri per le imprese d'emergenza. Per quelle amministrative, cio per fare avere, prelevare, controllare, gestire soldi si mandavano gli gnomi di Modena e provincia: ragionieri cresciuti nelle strutture del partito, della cooperazione, del Comune, della Provincia, del sindacato nella citt emiliana, che alla fedelt senza remore alla causa comunista, univano lo stile di efficienza burocratico-amministrativa che in quella terra la tradizione asburgica aveva consolidato. Per le operazioni in cui serviva di pi la forza bruta si sceglievano uomini del partito che provenivano dalle aree contadine profonde del bolognese. Dove il partito aveva costruito un sistema di radicamento sociale, tra municipi e cooperative, che arrivava a controllare intimamente tutto l'ambiente.
Negli anni della pi dura contrapposizione tra comunisti e democristiani, gli anni di Mario Scelba ministro dell'Interno, la polizia aveva cercato di addentrarsi nelle roccaforti rosse, dentro le quali erano nascoste allo Stato borghese tante iniziative forse extralegali. Ma penetrare in luoghi caratterizzati da una lunga tradizione di astuzia contadina, efficiente e imperscrutabile, fu impossibile. E proprio quella rete, fatta di solidariet familiari inattaccabili, resisteva nel tempo e rendeva invisibile una certa parte della macchina del partito.
Di quella macchina facevano parte i sei gorilla di fronte a Dondi.
Il presidente dei probiviri era venuto all'incontro ben preparato. Aveva con s una mappa della vecchia sede della sezione, un disegno di dove erano nascoste le Maschinenpistole (glielo aveva procurato Grotti), una piantina della nuova sezione dove sistemare i mobili presi dalla vecchia sede, una guida per come raggiungere la cava di Enrico Carena e dove seppellire per l'eternit i mitra. Mentre uno dei gorilla era andato in federazione da Pessina a ritirare le chiavi della sede di via Rosmini, Dondi aveva distribuito ai restanti gorilla-facchini tre chiavi per i tre camioncini, pi una per un motorino che doveva scortare il camioncino con i mitra tedeschi e curare che nessuno lo seguisse verso la cava, pi le chiavi della nuova sezione, e infine quelle di una porta laterale della palizzata che recintava la cava di Carena.
I gorilla dalla loro avevano portato un consistente mucchio di carbone, che avrebbero collocato al posto delle armi nella vecchia sezione, in modo da coprire eventuali tracce dell'antico e compromettente deposito.
Distribuito tutto, Dondi augur buon lavoro alla squadretta, e raccomand ad Ariele di passare in federazione, lui solo e con il motorino senza targa, una volta completati i lavori. Gli chiese, infine, di tenere tre o quattro proiettili della partita delle Maschinenpistole che forse potevano venire utili successivamente.
Cavenaghi era stato informato da Dondi che tutte le iniziative preparatorie, necessarie per investigare senza suscitare sospetti sull'assassinio della Calchi, erano state portate a termine: la copertura per l'indagine, cio il lancio della conferenza dei lavoratori della zona (ora l'ingegnere doveva solo mettersi d'accordo con Grassi della commissione fabbriche), era stata ben organizzata. Marozzi, poi, aspettava Cavenaghi la sera stessa nella nuova sede della sezione; Farias sarebbe andato nel pomeriggio al commissariato della zona Sempione e avrebbe in seguito riferito in federazione su eventuali novit nelle indagini della polizia.
Insomma la cornice dell'inchiesta interna era definita. Toccava a Cavenaghi mettersi al lavoro. Chiam subito Grassi e fiss un appuntamento a colazione. Si sarebbero visti alle 13 e 30 da Pino e Pina. Poi telefon a Sisti e gli chiese se avesse un minuto per lui. Voleva incontrarlo per raccogliere ancora pi notizie possibili sulle persone che avrebbe dovuto passare al setaccio per scoprire qualcosa sull'assassinio della Calchi. Ma c'era un altro scopo nell'incontro con Sisti. Ricevere una sorta di viatico morale da parte del segretario cittadino per favorire rapporti pi semplici con la sezione.
Il PCI era una bestia particolare, cos l'aveva costruita Togliatti nel secondo dopoguerra. Prima del '45 era stata un'organizzazione di quadri: iscriversi implicava accettare grandi rischi e una disciplina di ferro. Dopo il '45 Togliatti immagin un partito per un verso aperto a un ampio settore di popolo, in cui di fatto contassero molto anche i non iscritti, persino gli iscritti ad altri partiti come una parte dei socialisti, dall'altro, per, volle una forza politica ancora ben centrata su una macchina che continuasse ad avere la stessa efficienza della antica piccola organizzazione di quadri, impegnata e rodata nella clandestinit durante il fascismo, la lotta partigiana, nei rapporti con il Comintern, in occasioni rivoluzionarie come la guerra di Spagna.
Nacque cos un'organizzazione che aveva un'anima, il popolo del PCI e dei simpatizzanti, fatta di sentimenti e passioni (emozioni non sempre commendevoli: non mancavano invidie, risentimenti, odi meschini), e una macchina assai razionale e gerarchizzata che rispondeva perfettamente al gruppo dirigente-cervello: l'apparato. Tutti i funzionari del partito, naturalmente, facevano parte della macchina, ma alcuni erano pi attenti al funzionamento di questa e altri, invece, pi appassionati nel rapporto con l'anima.
Pessina, cos ossessionato dai riti organizzativi, era chiaramente un animale da macchina. Sisti con i suoi voli pindarici, le sue pulsioni individualistiche, era uno che parlava pi facilmente all'anima.
Per penetrare nei cuori degli iscritti di una sezione dalla linea radicale, un po' estremista, passionale come la Sempione, Cavenaghi aveva bisogno non solo della autorevolezza degli uomini della macchina ma anche della benedizione di quelli dell'anima. Per questo motivo aveva chiesto un colloquio con Sisti.
L'ufficio del segretario cittadino era spartano, al terzo piano, appena un piano sopra quello nobile del segretario della federazione.
L'intellettuale cuneense conosceva bene i compiti collaterali dei probiviri regionali, gli incarichi d'indagine che questa commissione si assumeva sulla vita del partito, e comprendeva con chiarezza come la scelta del vicepresidente di questa commissione per seguire una conferenza di zona dei lavoratori fosse la copertura di un altro evidente compito: indagare sull'uccisione della Calchi. Questo non significava che Sisti volesse in qualche modo alzare un velo sulla riservatezza della missione affidata al Cavenaghi. Conosceva le regole della casa. Di quel che non si doveva discutere, non si discuteva. E basta.
N lo infastidiva il dialogo ipocrita che avrebbero affrontato. Anzi provava simpatia per chi doveva adempiere a una missione cos difficile come indagare su un assassinio facendo finta di occuparsi di altro. Si sforz di dare a Cavenaghi tutto l'aiuto necessario. Senza infrangere formalmente lo schermo della finzione cavenaghesca ma senza essere reticente sulle informazioni utili.
Nei fatti, a parte qualche valutazione acuta sui singoli esponenti pi in vista della sezione, Sisti non gli disse niente di nuovo rispetto a quello che il proboviro della sezione, Tarcisi, aveva raccontato a Dondi e quest'ultimo trasmesso all'ingegnere.
Cavenaghi prese diligentemente appunti, ringrazi e infine: Spero che tu abbia due minuti di tempo per chiamare quelli della Sempione e chiedere loro di collaborare senza riserve con me. So che in quella sezione il tuo prestigio  particolarmente alto.
Tutte le telefonate che sono necessarie saranno fatte in onore della potente commissione regionale dei probiviri e in sostegno della formidabile conferenza dei lavoratori comunisti della zona Sempione rispose Sisti, sorridendo appena.
Cavenaghi accolse Grassi, che seguiva le giornate del tesseramento dalla zona Sud, sulla soglia della Trattoria Pina e Pino, in via Jacopo dal Verme 15, nella parte pi balorda dell'Isola. Era un locale semplice, con una trentina di tavoli, gestito da marito e moglie, due comunisti della Lunigiana, che avevano avuto la sede della loro trattoria da una cooperativa legata al PCI. Incomparabilmente di pi del ristorante da Sporti, Pino e Pina era un locale al servizio del partito: quando in federazione ne avevano bisogno, si chiudeva al pubblico. In ogni momento c'era una stanzetta per incontri riservati. Un tavolo per quelli dell'apparato si trovava sempre.
Pina, Spada da nubile, era una bella morazzona, con occhi da principessa bizantina, truccatissimi. Ogni tanto osava una mise panterata. Pino Varchi era un tipo burlone, magrissimo (lo riduceva cos la Pina, dicevano quelli della federazione), con un ciuffo che impensieriva chi mangiava le portate da lui personalmente servite.
Visto che era un po' la loro mensa di lusso, i dirigenti della vicina federazione del PCI avevano pensato bene di rifornirla di prodotti di ottima qualit: salumi di Varzi, prosciutti di Parma, grana-lodigiano migliore di quello emiliano, bonarde e barbera da collezione, salsicce a cura del Macello cooperativo di Pegognaga fatte apposta per Pino e Pina. Questi prodotti superselezionati rimediavano in larga parte ai deficit qualitativi della cucina della trattoria con la sua terrificante specialit, una sorta di gnoccolone molto largo, di farina e sale, pieno di acqua, servito con un pesto impresentabile, il terribile testarolo. Il prezzo da pagare alla lunigianit di Pino e Pina.
Grassi e Cavenaghi all'unisono spiegarono a Pino accorso a servirli che dovevano stare leggeri, una salsiccina mantovana con qualche verdura. Gli impegni di lavoro impedivano di deliziarsi con gli ottimi primi della casa. Solo assumendo una linea intransigente si riusciva, e non sempre, perch Pino si metteva quasi a piangere se non si assaggiava la specialit, a evitare il mortifero gnoccolone. I due funzionari erano consolidati esperti della tattica antitestarolo e fecero prevalere il loro intento. Evitata questa disgrazia, iniziarono a chiacchierare su come si doveva preparare la conferenza dei lavoratori comunisti della zona Sempione.
Grassi esord: Per quel che riguarda l'Alfa Romeo, l'unica opzione sarebbe chiuderla. Costruiamo macchine perdendoci su una cifretta per ogni esemplare che esce dall'azienda, pure se viene venduto. Abbiamo incrementato la nostra capacit produttiva fuori da ogni criterio. Gli aumenti salariali conquistati dopo l'autunno caldo hanno collocato il nostro costo del lavoro a livello di quello tedesco pur non contando sul loro stesso posizionamento di mercato. Questa  la realt. L'unica cosa di cui si pu parlare in una nostra conferenza senza tradire i fatti ed evitando di seguire le frescacce di una buona parte della Fiom nazionale che chiacchiera di un nuovo modo di fare l'automobile,  che bisognerebbe difendere le fasce di produzione di qualit rivolte a un mercato di redditi alti. Abbiamo ancora un centro design coi fiocchi, che pu preparare prodotti di lusso.
E facendo questa scelta l'Alfa si potrebbe salvare?.
Assolutamente no, potrebbe solo rallentare la crisi e trovarsi un buon compratore.
Ed  possibile che trovi questo buon compratore?.
Assolutamente no. La Fiat e i suoi proprietari hanno troppo peso politico, recentemente sono intervenuti in forza a Milano, nelle banche, nella stampa. Alla fine troveranno il modo per farsi vendere l'Alfa per due soldi, per diminuire la concorrenza interna e per evitare quella straniera.
Beh, almeno la Fiat si salver.
Assolutamente no. La tendenza in atto  quella all'integrazione totale del mercato europeo. Mi pare che dagli Stati Uniti venga, poi, una forte spinta alla liberalizzazione pi generale dei mercati globali. La Fiat ammazzando la concorrenza, difendendosi protezionisticamente si prepara un destino di declino.
Ma allora che cosa diciamo in questa conferenza dei lavoratori della zona Sempione?.
L'unica possibilit ragionevole che ci resta  parlare il meno possibile delle questioni produttive dell'Alfa. Al massimo qualche banalit sul design, sui centri di ricerca da potenziare. Ma stando ben lontani da ragionamenti pi approfonditi che finirebbero per essere ridicoli o controproducenti. Bisogner concentrarsi sugli argomenti ambientali: la mobilit dei lavoratori nella zona, gli asili nido per le impiegate, come utilizzare gli impianti sportivi dell'azienda fruibili da parte del quartiere, il sistema di formazione e riqualificazione presente in zona, come pu essere utile al rilancio della fabbrica.
 vero? Il sistema di formazione e riqualificazione della zona pu essere utile per il rilancio della fabbrica?.
Assolutamente no. Per qualche stupidaggine su questo tema, qualche bella scemenza sul rapporto masse-istituzioni-produzione pu rendere felici molti compagni, soprattutto delle sezioni territoriali, senza provocare nuovi terrificanti guasti produttivi come succede con quelle fesserie sul nuovo modo di fare l'automobile.
Ma che guasti pu produrre dire una fesseria?.
Nessuno, se il partito e il sindacato non fossero cos influenti. La pura propaganda riscalda i cuori e diverte le menti. Ma oggi, in un'azienda statale, il nostro peso  fortissimo. Almeno met delle fesserie che proponiamo, vengono accolte. I guasti che produciamo sono perlomeno pari a quelli che combinano i manager che dirigono l'Alfa e non hanno pi una prospettiva.
Come si dice, caro Tito, hai proprio una fede e una speranza senza limiti nell'avvenire.
Tu non frequenti le grandi imprese, non hai idea di quel che sta succedendo. E come peser sull'orientamento degli operai. Tempo qualche anno, avremo interi settori di militanti che diventeranno reazionari come sta gi succedendo in qualche roccaforte rossa in Francia. Ci vorrebbe un cambio di mentalit, dovrebbe affermarsi l'obiettivo di governare il mercato, non irrigidirlo. Ma non siamo in grado di trasformarci culturalmente. Dei manager si dice - ce l'hanno spiegato nei corsi che ci hanno tenuto alcuni nostri giovani professori bocconian-keyensiani - che la Borsa li costringe a cercare successi a breve, rovinando la capacit di pensare sul lungo periodo, cio avendo presente quell'orizzonte che determina i veri successi di un'impresa, di un prodotto. Per i sindacalisti, per i nostri quadri nelle aziende lo stesso effetto  prodotto dalla politica: l'esigenza di portare a casa successi a breve nelle prossime elezioni, nel prossimo scontro sindacale, impedisce di attuare le variazioni strategiche necessarie.
Ma non potremmo parlare di questo nella conferenza?.
E farci fischiare da qualche centinaio di persone? E perdere il posto con cui do da mangiare ai miei bambini? Che cosa vado a fare, poi, il portiere in un caseggiato? No, parliamo delle linee di trasporto pubblico, delle scuole professionali, delle mense aperte, delle piscine operaio-studentesche. Non diamo contributi troppo attivi al decadimento ma evitiamo di esporci: non c' nessuna possibilit di correggere politicamente le cose. Quindi tanto vale fiancheggiarle.
Ma come mai ti sfoghi cos liberamente con me? chiese a questo punto Cavenaghi, che pur abituato al cinismo vis--vis dei funzionari comunisti, era sinceramente colpito dal pensiero eretico di Grassi che non poteva essere frutto solo della copiosa Bonarda bevuta fino a quel momento.
Ti conosco, so che sei intellettualmente onesto e incapace di colpire alle spalle un compagno. Non credo, poi, che di questa conferenza t'importi molto. Ti hanno chiesto di aiutare e tu lo fai. Poi su voi probiviri regionali nell'apparato circolano mille leggende, sui vostri compiti misteriosi di cui non si deve parlare e di cui dunque non parleremo. In questa situazione preferisco mettere bene le carte in tavola, dandoti un quadro pi chiaro possibile della realt. Cos si potr lavorare per perseguire l'unica meta realistica, quella di evitare obiettivi particolarmente dannosi. La pretesa di impostare battaglie per cose che possano servire in positivo , allo stato dei fatti, utopistica.
Sulle altre realt produttive della zona, hai qualche idea, magari ugualmente incoraggiante?.
C' la Rai, in una situazione analoga a quella dell'Alfa: poche ottime professionalit inserite in un ciclo di piena decadenza, ancor pi rovinata dalla presenza della politica rispetto a una fabbrica di automobili. La Rai, per, gode del fatto che la concorrenza internazionale potr essere tenuta lontana a lungo. Magari per sempre. Pure per questa azienda siamo ricchi di soluzioni fanfaluccose che se vuoi ti recito per filo e per segno: dal rilancio del centro di produzione milanese all'avvenire della tv via cavo. Tutto sommato, rispetto all'Alfa, essendo la Rai rovinata dalla politica invece che dal sindacato, la televisione di Stato se la cava meglio. I politici sono meno nefasti perch sulle cose pratiche sono meno zelanti: non sono interessati veramente a realizzare le proprie proposte. Al massimo puntano a scoparsi qualche ballerina.
Doveva essere la Bonarda andata a male, o forse era il mefitico odore dello gnoccolone lunigiano che, pur se non materialmente ingerito, influenzava ugualmente gli ospiti di Pino e Pina. Fosse quel che fosse, Cavenaghi si rese conto che non avrebbe potuto ricavare indicazioni positive da un Grassi in piena crisi di ultracinismo. Lo avrebbe rivisto alla presenza di testimoni, cosa che di per s avrebbe contenuto la vena catastrofistica.
Beh, caro Tito, come dicevano i classici, ci vuole un po' di pessimismo dell'intelligenza per affrontare bene i nostri compiti di rivoluzionari. Quanto all'altrettanto necessario ottimismo della volont  probabile che non riusciremo a recuperarlo cos pieni come siamo oggi di salame di Varzi: un ostacolo oggettivo. Il quadro e i suggerimenti che hai dato mi paiono, a parte il tono scherzoso, utili. E cos il consiglio di soffermarci pi sui servizi per i lavoratori, su cui possiamo in qualche modo intervenire, che sull'organizzazione della produzione, sulla quale si possono fare solo chiacchiere. O, ancora peggio, guasti. Credo che sar bene rivederci con i compagni della Sempione.
C' l'avvocato Farias che la vorrebbe vedere l'agente avvis il commissario Gerace.
L'avvocato Farias, e cosa vuole quel diavolo da me s'impaur il commissario: Chiamate subito Modena grid.
Mentre Farias entrava nella stanza, con la sua solita arietta di superiorit ben esibita grazie a una sorta di ghigno sdegnoso stampato sul volto, Gerace si era alzato ed era corso a lato della porta: Buongiorno avvocato, che onore una sua visita, non erano proprio pi i tempi della polizia scelbiana che trattava con insofferenza gli esponenti del partito comunista.
Buongiorno, commissario, mi scusi se la disturbo. Per ragioni di amicizia e vicinanza ho accettato di aiutare la povera Fiorella Calchi, la mamma della Bruna, la giovane iscritta al mio partito assassinata qualche giorno fa. Questa vicenda ha un aspetto molto privato: i dolori di una signora anziana, mia vecchia conoscenza, la sua ansia di giustizia, la mia solidariet. Ma potrebbe implicare qualche altro risvolto: un attacco al PCI, una strumentalizzazione contro le forze della polizia o qualche altra provocazione. Ed  proprio per questi possibili lati politici del caso che ho pensato di avere uno scambio di punti di vista con una persona cos intelligente, sensibile e preparata come lei.
 una scelta quanto mai opportuna, se non collaboriamo tra noi, tra persone che hanno un comune intento di impedire lacerazioni in questa societ, che cosa mai potrebbe succedere a questo nostro cos travagliato paese? Che l'indagine proceda in modo stringente senza suscitare tensioni nell'opinione pubblica corrisponde all'interesse di tutti gli uomini di buona volont.
Ero sicuro che la pensasse come me. Dunque, che cosa mi pu dire sulle indagini?.
Ho chiamato a questo proposito l'ispettore Modena che sta seguendo il caso e pu spiegarvi a che punto siamo.
E, rivolgendosi al sopraggiunto Modena: Conosci gi l'illustre avvocato Farias, che  venuto a farci visita perch assiste nella ricerca di giustizia la madre della Calchi ed  qui per darci pure una mano contro eventuali provocazioni che s'inneschino nelle o contro le indagini. Nell'ambito della riservatezza naturale richiesta dal rispetto della legge, ti pregherei di spiegare come si sta orientando la nostra ricerca dell'assassino.
Al momento non abbiamo indizi sufficienti per individuare un colpevole e in parte neanche una vera pista. Nel giro di pochi giorni riusciremo a farci qualche idea pi precisa. Per ora non abbiamo elementi per sostenere che l'assassinio abbia una matrice politica. N intorno ai fiori ci risultano traffici tali da giustificare un omicidio. Il quadro delle acquisizioni probatorie insomma non  molto confortante. Il riserbo istruttorio poi mi impedisce di raccontarle tutti i particolari, specie sulla vita privata della Calchi, dove forse c' del materiale da scrutare meglio. Modena si tenne per s le sue idee sulla mafia: non voleva che i comunisti pensassero che accostava una di loro alla mafia. Senza uno straccio di indizio.
Non hanno in mano proprio niente, forse si orientano verso il fidanzato come si fa nelle situazioni disperate o in una commedia di Feydeau. Chiss se in federazione saranno soddisfatti di questo indirizzo delle indagini. S, se il fidanzato non  iscritto al partito pens Farias e poi ad alta voce:  da ammirare la cura delle vostre indagini e la prudenza garantista con cui ne esponete i risultati.
 un diavolo, un diavolo: hai visto quelle sue sopracciglia a punta, sono come quelle di Mefistofele. Sono sicuro che ha il piede caprino. E quel ghigno con cui ci osservava, cos il commissario si sfog con l'ispettore appena l'avvocato si fu adeguatamente allontanato. Parlare con Farias aveva messo sotto tensione Gerace. Quel maledetto l'aveva guardato tutto il tempo in modo sprezzante, facendo ben intendere che non credeva a nessuna delle parole scambiate in quella occasione, neppure alle proprie. Recuperato pi o meno il suo stato d'animo naturale, chiese al Modena: Che idea ti sei fatto della visita demoniaca che abbiamo appena ricevuto?.
Esageri sempre: scambi una certa freddezza del Farias per disprezzo e invece probabilmente  timidezza. Sicuramente, comunque,  venuto per tastarci il polso pi che per avere informazioni.
E per intimidirci.
Intimidirci  una parolona. Metterci sull'avviso.
E noi come ce la siamo cavata? Non ci romper i coglioni con il prefetto?.
Mi pare che ce la siamo cavata bene. Bisognerebbe riflettere su che cosa spinga i comunisti a mandarci tra i piedi un personaggione come Farias.
La vicinanza, l'amicizia per la mamma della Calchi? Tutte balle?.
Il Farias  cos freddo che usa il ghiaccio per riscaldarsi. Si muove solo perch c' profumo di soldi o perch glielo ordina il partito. Non credo che in vita sua abbia incontrato prima di qualche giorno fa la madre della Calchi, a meno che questa non andasse a fargli le pulizie in casa. No, la visita di Farias segnala un atteggiamento di curiosit e di prudenza del PCI. Di questo dobbiamo prendere atto.
Tu li conosci, tu me li spieghi. Quei maledetti comunisti. Mi affido alla tua analisi. Questa visita mi ha guastato il pomeriggio, senti tu i responsabili delle indagini per l'appuntamento della giornata. Modena corse dai suoi e accoratamente domand: ci sono novit sulla pista mafiosa?
Cavenaghi pass un'ora a leggere materiale preparatorio per l'indagine. Se n'era andato alla biblioteca Sormani in Porta Vittoria, nelle sale un po' buie piene di studenti aveva consultato quotidiani, periodici e libri sulle diverse materie toccate dal caso: ora poteva dire di avere una buona cultura da fioraio, da becchino e da parcheggiatore. Adesso era necessario sentire qualche compagno impegnato professionalmente nel settore del commercio dei fiori. Pens a quel Verzelli di cui aveva ascoltato la terrificante orazione funebre il giorno prima. Gli sembrava un tipo mediocre. Ma non si poteva non sentirlo. Prima di vederlo era meglio, per, consultare qualcuno che lo conoscesse e che potesse spiegargli come si doveva trattarlo. S, una chiacchierata con Alfonso Zatterieri, il responsabile dei ceti medi della federazione, era indispensabile.
Diventare il responsabile dei ceti medi, soprattutto in una federazione dalle antiche tradizioni operaie come quella di Milano, era come per un prete curare i rapporti con i non cattolici. Utilissimo, per carit. Ma intanto nei corridoi della curia i chierici ti dicevano dietro le spalle: Poveretto, a dover trattare con quella robaccia, Per carit, preziosissimo, ma gli resta addosso una puzza.
Il vecchio Togliatti aveva spiegato in lungo e in largo ai comunisti italiani: Senza i ceti medi non si vince, Bisogna unire tutti i ceti antimonopolistici contro le centrali del capitalismo. Ma quando in una riunione comunista si parlava di mentalit bottegaia, non s'intendeva certo un complimento.
Gli uomini dell'apparato impegnati nel settore, quelli tipo Zatterieri, dunque, erano sempre frustrati. Certamente, o almeno spesso, convinti di assolvere a una funzione indispensabile. Come aveva spiegato il Togliatti ma consapevoli della piet che si provava, dentro il partito, nei loro confronti: un sentimento sicuramente ricco di comprensione ma non privo di commiserazione: Se fa quel lavoro l nel partito, qualche tara la dovr pur avere.
Da qui l'atteggiamento permanente di sfida tipico dei responsabili dei ceti medi: sempre un tono di voce pi alto del normale, sempre a dir la loro e a inquadrare il mondo sulla misura dei ceti medi: Secondo l'insegnamento di Togliatti. E a temperare un po' il destrismo implicito nell'incarico, c'era un invincibile amore per l'Unione Sovietica. Carri armati e artigiani. Commercianti e Armata rossa. Cooperative e Cremlino. Pescatori e Sputnik. Uno strano mix.
Zatterieri era cos, strabordante parolaio, cetomediologo sopraffino e Cremlinodipendente. Con la chioma rossa lunga, nonostante i cinquant'anni, incalzava sulle alleanze sociali, spingeva a emendarsi dai difetti di operaismo ma, insieme, teneva ferma la convinzione che Mosca fosse il faro della civilt.
Cavenaghi conosceva la leggera follia del responsabile dei ceti medi, ma in confronto a Verzelli gli appariva una persona normalissima e dunque senza esitazione entr nell'ufficio di Zatterieri, naturalmente collocato all'ultimo piano, l'ottavo.
Sulla disadorna scrivania svettava un salvadanaio della Confesercenti con la scritta arricchitevi contro i monopoli e una foto incorniciata del responsabile dei ceti medi davanti al Cremlino.
Devo coordinare una conferenza dei lavoratori della zona Sempione - spieg Cavenaghi - e vorrei che un posto rilevante in questa conferenza fosse attribuito ai lavoratori autonomi....
Non riusc a completare la frase che Zatterieri scatt: Solo l'alleanza dei commercianti, degli artigiani, dei piccoli proprietari terrieri, persino dei piccoli, e talvolta dei medi, e in alcuni casi dei grandi ben orientati imprenditori con la classe operaia pu portare l'Italia a fare un passo verso un socialismo in cui la piccola propriet sia valorizzata dalla possibilit di indirizzare i grandi mezzi di produzione su finalit sociali....
Sarebbe andato avanti almeno un'oretta, ma Cavenaghi approfitt di una pausa per il fiato e lo interruppe: Scusami, ma sono stato a un corso di partito dove tu facevi una lezione sull'argomento, e sei stato esaurientissimo, dunque non ho bisogno di alcun inquadramento ideologico. Avrei la necessit, invece, di informazioni circoscritte su qualche singolo compagno.
Zatterieri era pettegolo come una scimmia e parlare dei singoli era una gioia, quasi come spiegare il ruolo progressivo dei ceti medi o quello di faro dell'umanit dell'Unione Sovietica. Farlo poi con uno dei responsabili della commissione delle tenebre, cos nell'apparato si chiamavano i probiviri regionali, era un onore. Dunque non s'indispett affatto: Chiedimi pure, Mario.
Innnanzi tutto m'interessa capire un po' la personalit di Verzelli e pi in generale l'attivit di quelli che si occupano dell'area fiori della Confesercenti.
Il Verzelli  un friuliano,  stato assunto dalla Confesercenti perch in quel periodo il lavoro sui ceti medi in federazione era svolto da un giovane friulano, uno studente che veniva dai movimenti extraparlamentari, che non capiva assolutamente niente di ceti medi ma aveva una forte propensione alle camarille regionali. Verzelli  chiaramente matto. Io che ho dormito assieme a lui durante un convegno a Forl sul mercato florovivaistico, sai che a noi dei ceti medi, i figli della serva della federazione, ci fanno dormire in stanze a due a due, mi sono convinto che un dopobarba verdino, abitualmente usato dal Verzelli, gli procura con i suoi terrificanti effluvi la costante e permanente distruzione di cellule cerebrali.  quasi impossibile sentirgli dire cose che abbiano un senso compiuto. Di solito recita frasi roboanti sulla produzione di fiori che nessuno riesce a capire. Nonostante queste sue caratteristiche non  particolarmente contestato nell'area fiori della Confesercenti. La spiegazione che mi sono data  che non solo  tenuto su con i soldi degli emiliani, delle loro cooperative florovivaistiche, dei loro mercati comunali dei fiori, dei grossisti che aderiscono alle Confesercenti di Bologna, Reggio, Ferrara e cos via, ma  popolare innanzi tutto a causa del colorito naturale, peggiorato dalla sua lozione dopobarba. Il Verzelli, infatti, ha sempre un bell'aspetto grigino-verde cadavere che ricorda ai fiorai i loro principali clienti.
Una descrizione esauriente, caro Alfonso. Che cosa posso spremere a questo Verzelli, secondo te? E non fare lo spiritoso, perch ho i minuti contati.
L'unica cosa sensata che puoi ottenere da lui sono i nomi di alcuni fiorai comunisti. Poi, forse, uno di questi compagni potr dirti qualcosa di utile. Nel selezionare i nomi che eventualmente ti dar, usa un criterio rigido: scarta quelli che ti raccomanda. E concentrati su quelli su cui esprime dubbi.
Tu non conosci nessuno?.
No,  un campo in cui non ho lavorato mai. Bench molti di loro siano ambulanti, cio facciano parte di un settore del commercio dove abbiamo un'influenza particolare. Non mi ricordo neanche protagonisti della vita del partito che siano finiti a lavorare nel settore dei fiori, come invece vi sono tra gli edicolanti o i macellai.
Ti ringrazio, Alfonso, sei stato molto caro. Mi dovresti fare un ultimo favore, telefonare al Verzelli e chiedergli se posso andarlo a trovare tra una mezz'oretta. Una tua raccomandazione lo render ancora pi collaborativo.
La missione della Confesercenti ambrosiana, nuova organizzazione di sinistra dei commercianti milanesi costruita coi soldi degli emiliani, era sfidare la potentissima Confcommercio cittadina, di orientamento moderato come i suoi associati, che aveva quaranta volte gli iscritti dei neonati sfidanti. E la competizione non era solo un problema di iscritti, la Confcommercio aveva una sede gigantesca nel cuore della citt, nel centralissimo corso Venezia. Un palazzo di quattro piani che fronteggiava e s'accoppiava con altri grandi e marmorei stabili prestigiosi, firmati dai migliori architetti dell'Ottocento e del Novecento.
Gli uomini della Confesercenti emiliana che nella loro regione contrastavano senza complessi i concorrenti, poich un bel pezzo della categoria in quegli ex territori pontifici era schierato con l'organizzazione di sinistra, avevano deciso che il loro grande rivale nazionale non dovesse dominare Milano senza che nessuno lo contrastasse. Cos, lavorando in sofferta collaborazione con la federazione locale del PCI, avevano raggruppato un po' di commercianti rossi, spesso ex operai che si erano acquistati una bottega, un po' di partigiani restati legati al partito dopo la Resistenza e finiti a lavorare nel commercio, diversi immigrati che si sentivano emarginati dall'altezzosa Confcommercio. C'era poi un forte nucleo di parrucchieri, spesso in provincia, ma c'era pure un famoso coiffeur rosso in centro a Milano, uno che ricordava un po' una Charlie's Angel. Diversi avevano aderito nel settore alimentare, venivano da precedenti esperienze di contadini, poveri naturalmente, se non braccianti almeno mezzadri strozzati dai grandi proprietari terrieri. Non mancavano parecchi ambulanti, i proletari della categoria, e tra questi qualche fioraio.
Gli gnomi del commercio rosso emiliano avevano lavorato con pazienza, spesso litigando con la federazione del PCI, corteggiata dalla Confcommercio, che offriva ai comunisti milanesi ottime condizioni per un'alleanza: posti di potere, di lavoro, preferenze alle elezioni purch non aiutassero la Confesercenti a impiantarsi in citt. Gli emiliani, alla fine, avevano acquistato una sede lussuosissima nell'aristocratico piazzale Baracca. Certo per dimensioni e marmi non poteva competere con il palazzo degli avversari in corso di Porta Venezia ma l'edificio attrezzato per la Confesercenti ambrosiana aveva tutti i suoi soffitti ben cassettonati, tappeti con arabeschi e specchi fino al soffitto. In certi casi l'emiliano non bada a spese. Dentro tanto lusso per, c'erano i funzionari reclutati per mandare avanti la baracca. E questo era il punto debole. Perch la federazione del PCI, costretta dalla direzione nazionale a non cedere alle insidiose e affascinanti offerte della Confcommercio, s'era vendicata scaricando parecchi pesi morti dell'apparato.Tra questi brillava Verzelli, responsabile di un'area ristrettissima ma ben finanziata dagli emiliani: l'area fiori.
Cavenaghi entr nell'ufficio di Verzelli, che era tre volte quello del proboviro in federazione e trenta volte pi riccamente addobbato. Ho bisogno di scambiare due chiacchiere con te.
 un onore intrattenermi con un membro della potentissima commissione probiviri regionale rispose Verzelli.
Non sono qui come proboviro, ma perch in federazione mi hanno chiesto di occuparmi dell'organizzazione della conferenza dei lavoratori comunisti del quartiere Sempione. E siccome uno dei luoghi di lavoro dell'area  il Cimitero Monumentale, essenziale nel commercio di fiori, ho pensato che tu mi potessi dare qualche informazione importante. Cavenaghi era abbastanza imbarazzato da tutte le giravolte in cui doveva prodursi per mascherare (ma la mascherava, poi?) la sua indagine sull'assassinio della Calchi. Ma non c'era altra via.
Hai trovato l'uomo giusto per i tuoi problemi, il massimo esperto di fiorai di tutta Milano.
Vorrei innanzi tutto sapere dell'influenza che la sinistra esercita in questo campo.
Cavenaghi respinse tutti i disperati tentativi di Verzelli di spiegargli come era organizzato il mercato florovivaistico a livello internazionale, la funzione dei garden center, la necessit del passaporto vivaistico. Voleva solo i nomi di qualche fioraio comunista dell'area Sempione. Le richieste semplici facevano imbizzarrire Verzelli che tent di spiegargli quanto era organizzata l'area fiori della Confesercenti all'Ortomercato, quanto pesava nel centro di Milano. Ma alla fine grazie alla sua autorevolezza di uomo del partito riusc a portare il discorso su alcuni nomi precisi, innanzi tutto quelli legati al Sempione.
Forse potremmo partire da qualcuno del giro della Calchi.
Partiamo pure dalla Calchi. Nonostante quello che ho detto in piazza Gramsci, era una che non mi piaceva. Un'estremista, pur se iscritta al partito. Faceva sempre lega con quel Natale Torre, che coordina i cosiddetti fiorai alternativi, uno dei gruppetti.
Natale Torre?.
Collabora con una cooperativa di fiorai delle Langhe, che mette insieme qualche antica comune di hippie e un'impresa agricola fondata dai maoisti di Servire il popolo. Dirige un volantone mensile che si chiama Rosso un fiore: guarda, ne ho qui una copia. E gli pass una sorta di tazebao pieno di schizzi di fiorellini.
Cavenaghi appur che sul volantone vi fosse indirizzo e numero di telefono dove rintracciare Torre, e se lo mise in tasca. Poi continu a insistere con Verzelli perch gli desse i nomi di fiorai comunisti della zona Sempione. Ne ricav due: Giulio Rudin, con un chiosco a Porta Volta, e Danilo Morini della Florcoop. Un'agenzia che porta i fiori dai chioschi ai clienti: omaggi di lusso a prezzi contenuti  il suo slogan. So che lui ha un giro intorno alla Fiera e lavorava con la Calchi lo inform Verzelli. Presi indirizzi e numeri di telefono di Rudin e Morini, Cavenaghi salut.
Tornato alla sua scrivania subito cerc Torre. Sono Cavenaghi della federazione milanese del PCI, stiamo organizzando con la sezione Sempione un'iniziativa per rendere omaggio a una nostra compagna morta pochi giorni fa, la Bruna Calchi. Lei era un suo amico e aveva con la nostra compagna un rapporto politico-culturale, vorrei scambiare due parole sull'impegno democratico della Bruna nel settore dei fiori. Se lei mi racconta qualcosa troveremo il modo di farlo emergere nell'iniziativa di partito.
Diamoci del tu - propose Torre - siamo compagni, bench io non sia dei vostri, lo sai, no?.
Certo, ho parlato con il Verzelli. E ho letto quel vostro volantone Rosso un fiore. Avete un approccio interessante al mercato florovivaistico. Il Verzelli mi ha detto che Bruna collaborava un po' all'attivit dei fiorai alternativi. Peraltro, non mi pare, con l'approvazione del responsabile dell'area fiori della Confesercenti.
Quel Verzelli sa essere un fottuto burocrate quando vuole. E mi pare che lo voglia sempre.
Scusami, il mio problema, per, non  la correttezza ideologica, ma ricostruire l'azione di una giovane e coraggiosa compagna scomparsa. Mi sembra bello ricordarla nei modi possibili.
Bruna se lo merita.
L'opera tua e in qualche misura di Bruna feriva concretamente interessi forti e organizzati cos da spingerli a reagire?.
Tu pensi che possa essere stata colpita per la sua lotta nel mercato florovivaistico?.
Non l'escluderei, ma comunque il mio compito non  quello di indagare su un delitto: a questo ci dovrebbe pensare la polizia. Ma di capire politicamente la portata della vostra lotta.
Sarebbe bello e romantico che Bruna fosse caduta nella sua battaglia per spezzare il predominio dei gruppi pi arroganti che controllano il mercato florovivaistico, tra i quali vi sono, te lo voglio dire con chiarezza, forze legate al tuo PCI. Per il nostro lavoro politico sui fiori era marginale: qualche rapporto con comuni di giovani floricultori, qualche azienda alternativa. Per restare nel linguaggio florovivaistico abbiamo solo seminato. Il momento dei germogli non  ancora arrivato. Allora chi fa il prepotente nel settore dei fiori se la vedr brutta.
Sempre al telefono, poi, Rudin sembr a Cavenaghi di un'altra pasta rispetto a Torre. Gli accenn subito dei rapporti con il Cimitero Monumentale come questione centrale dei fiorai di quella zona. L'ingegnere gli chiese se si potevano vedere un momento in giornata. Rudin smetteva di lavorare alle 19 e 30 e potevano andare a bere qualcosa l vicino. Si diedero appuntamento al chiosco, accanto alle dogane di Porta Volta.
Cavenaghi aveva ancora un'ora e un quarto, forse poteva incontrare Morini. Il presidente della Florcoop era in sede: nessuno stava inviando rose cooperative a quell'ora. I suoi uffici erano in viale Zara, non lontano dalla federazione. Cavenaghi chiese a Morini se potesse fare un salto al partito.
Per un iscritto non tanto militante, come il trasportatore di fiori, andare in federazione era un invito a cui non era facile resistere. In un quarto d'ora fu nella stanza del vicepresidente dei probiviri regionali.
Caro Morini, mi scuso per la fretta ma abbiamo pochissimo tempo. Passo dunque subito al motivo per cui ti ho chiamato. Tra qualche settimana organizzeremo nella zona Sempione una conferenza dei lavoratori comunisti, anche in onore della povera Bruna Calchi. Dunque si parler di fiorai. Vorrei conoscere tutto sul rapporto fiori-zona Sempione.
Nella zona Sempione - spieg Morini - c' il Cimitero Monumentale, grande centro del commercio di fiori. Per ai defunti i fiori si portano a mano, i fattorini non servono le tombe e dunque io non ho nessuna esperienza per quel che riguarda questa realt. Nella zona Sempione c' poi la Fiera Campionaria, che alimenta in modo decisivo il mercato. Arrivano e alloggiano in zona decine di migliaia di persone che offrono e ricevono fiori. A hostess, modelle, allegre signorine che non mancano in una Fiera come quella milanese, vengono recapitati decine e decine di mazzi. Glieli inviano robusti industrialotti, scattanti rappresentanti commerciali, disinvolti uomini di affari coinvolti nelle esposizioni. Proprio questo giro di corteggiamenti floro-fieristici mi spingeva a tenere un rapporto stretto con la Bruna che esponeva una locandina su come e a che prezzo inviare rose tramite la Florcoop. Quando lei mi procurava un cliente, io le riconoscevo una percentuale.
Senza immischiarsi, naturalmente, in questo giro di prostitute pi o meno mascherate chiese Cavenaghi. 
La Calchi stava attenta a mantenersi alla larga, ma il giro c'era rispose Morini.
Alle sette e mezza in punto Cavenaghi si trov a fianco del gabbiotto dell'ex dogana di Porta Volta. A qualche metro di distanza c'era un chiosco di fiori. Un uomo biondo di capelli, alto, con pantaloni di fustagno verde, una giacca a vento blu e un maglione blu, stava chiudendo la clr.
Rudin?.
S, e tu sei naturalmente il compagno Cavenaghi della federazione.
Si avviarono verso un bar di via Pasubio, l vicino. C' una saletta cos sporca che non c'entra nessuno disse il fioraio.
Scusami per la fretta, ti ho raccontato della conferenza su cui sto lavorando. Le scadenze sono vicine e ho bisogno di farmi una scaletta di argomenti da approfondire. Spiegami il lavoro dei fiorai nel quartiere Sempione disse Cavenaghi.
Nei chioschi vicino al Cimitero Monumentale i nostri primi clienti sono i parenti dei defunti.
Avete un rapporto con le agenzie di pompe funebri che preparano corone e mazzi di fiori per i funerali?.
I chioschi raramente sono parte organica di quel giro che ha logiche, in qualche caso per cos dire mafiose, di gestione integrale del defunto: dalla corona alla bara. Per un collegamento c': per le emergenze, le agenzie devono poter contare su qualcuno che si trova in zona. Se arriva chi vuole un mazzo o una corona all'ultimo momento, avere un buon rapporto con noi semplifica le cose. Comunque il chioschista  marginale in questo giro d'affari. Ha un ruolo centrale, invece, nel fornire ai parenti dei sepolti fiori per la tomba. Insomma, nel secondo giro della gestione del morto. Nel business intorno al defunto da seppellire e poi seppellito non mancano le tensioni. Ed  utile, appunto per questo motivo, avere un buon rapporto con chi lavora nel cimitero: guardiani e becchini.
Ci sono brutti tipi in questo ambiente? L'altro giorno ero nella delegazione della federazione alle esequie di quella compagna fioraia della Sempione. Non sar mica stata vittima di un qualche racket legato al cimitero?.
Parli della Bruna, una ragazza impetuosa. Certo qualche faccia poco rassicurante la si trova nel nostro mondo cos vicino all'altromondo. Il Ruvo, per esempio, quel compagno becchino della Sempione, m'impressiona. E sicuramente c' chi tenta di controllare con mezzi impropri i flussi di soldi intorno al defunto. Per, nonostante vi siano tante persone abituate a convivere con la morte, cos a occhio, non mi sembra un ambiente da omicidi. Magari, per, tra lapidi e fiori vi sono altre attivit che, queste s, potrebbero motivare comportamenti pi violenti.
Cio?.
Gira tanto contante, vi sono parecchie occasioni per pasticciare, l'atmosfera del cimitero, poi, inibisce persino i poliziotti. Se io volessi impiantare un bel traffico illegale, l'ambiente mi offrirebbe una bella copertura.
Sensazioni o fatti?.
Molte sensazioni, qualche fatto. Intorno al chiosco della Bruna, ad esempio, c'era qualcosa che non sono mai riuscito a capire. Di sera un paio di volte sono pas-sato di l, l'ho salutata e lei stava parlando con persone che non parevano interessate ai fiori. Certe facce che non mi sembravano n da partito n da associazionismo culturale. Se fossi un poliziotto cercherei di capirci qualcosa. Magari partendo da quel nostro Ruvo.
Va bene. Comunque sono cose che spettano ai poliziotti. Per quel che riguarda, invece, fiori e cimitero nel quadro della prossima conferenza dei lavoratori comunisti, le tue prime indicazioni mi sono state assai utili. Verr a trovarti di nuovo salut Cavenaghi.

Sabato 5 novembre
La mattina seguente, dopo la sbornia di fiori, fioristi e fiorologi, il proboviro era un po' stordito. Aveva pochi punti fermi e ancor meno opinioni chiare. In quella pass il suo compagno di piano Fani, che vedendolo cos assorto, s'inform: Stiamo pensando alla Carla?.
Lascia perdere.
Comunque noi del soccorso rosso di federazione ti offriamo un'occasione per questa sera - propose il responsabile della commissione Problemi internazionali. - Quelli della commissione culturale mi hanno dato due biglietti per il teatro e quella stronza di Marisa mi ha dato buca.
Posso rimpiazzarla a teatro ma non di pi - gli rispose l'ingegnere. - Che cosa c' da andare a vedere?.
Mi voleva Strehler, una commedia di Simonetta al Gerolamo con Maurizio Micheli, un attore bravo e divertente. Quelli della commissione culturale dicono che  veramente carina. E non solo perch va in scena in uno dei pochi teatri su cui comandano loro e non i socialisti.
Conosco bene i testi di Umberto Simonetta: il suo Tirar mattina  uno dei rari libri italiani degli anni Sessanta che mi sia veramente piaciuto. Per mi pare pi anarchico che comunista.
Solo un ingegnere pu ancora parlare di una cultura comunista lo schern Fani.
Piantiamola l. Va bene. Pizza e Gerolamo. Ci vediamo alle 19 e 20 davanti al teatro.
Andare a teatro era un piacere che la nomenklatura di partito del comunismo milanese, almeno l'area meno colta, aveva scoperto o praticato con pi intensit dopo il '75 e le giunte rosse. Spiega bene questa nuova passione l'aneddoto di un funzionario di partito un po' sbalestrato che, mentre faceva la fila per ritirare i biglietti omaggio di uno spettacolo e si accompagnava a giornalisti e uomini di teatro, spettatori a sbafo come lui, not alcune persone che pagavano l'entrata, e comment con stupore: Ma ci sono quelli che comprano il biglietto?.
Uscito Fani, Cavenaghi si concentr sul caso: la mattina successiva aveva un primo incontro con quelli della Sempione, ed era bene che notizie e sensazioni che avrebbe raccolto dagli iscritti s'inquadrassero in qualche ipotesi strutturata. Cos gli aveva insegnato innanzi tutto il duro studio dell'analisi matematica. C'era bisogno di scambiare due idee con Dondi.
Allora, facciamo il punto? chiese per telefono al suo capo.
Fare il punto  il nostro destino rispose Dondi.
Dalle prime chiacchiere, scambiate soprattutto con alcuni compagni fiorai, emergono due tracce, un po' evanescenti, sull'assassinio della Calchi. Rudin, un attivista della Confesercenti con chiosco vicino al Monumentale, sostiene che intorno ad alcuni fiorai, compresa l'assassinata, vi erano giri strani di soldi e commerci probabilmente illegali. Non sa bene se droga o altro. Questo compagno avanza qualche dubbio sugli ambienti del Monumentale, dove il racket delle tombe e dei funerali agisce con un'organizzazione assai articolata, forse disponibile per altri traffici. Fa in questo senso il nome di un iscritto alla Sempione, il Ruvo, che avevo gi notato per l'aria losca al funerale della Calchi. Morini, invece, della Florcoop, parla di collegamenti tra prostituzione, Fiera Campionaria e qualche fioraio. Secondo il Morini  improbabile che da questo ambiente possano partire azioni cos clamorose come il mitragliamento della Calchi. Per non si sa mai. Ho sentito qualcun altro, compreso il nostro segretario cittadino, per capire che tipo d'ambiente c' alla Sempione. Ma non ho ricavato niente di pi di quel che ti aveva detto Tarcisi. Domani mattina andr in sezione per prendere i contatti direttamente con il Marozzi e i suoi, approfittando delle ultime giornate del tesseramento. Poi mi immerger nell'indagine. Avrei bisogno, per, ancora di qualche aiuto.
Oltre a quello che hai detto e che in parte conferma le informazioni del Belli dell'Unit su prostitute e giri di becchini, non abbiamo in mano molto altro. Il Farias  passato qui ieri dopo avere fatto un giro al commissariato di zona. Secondo il nostro avvocato i poliziotti hanno dubbi sul fidanzato della Calchi, un tal Enzo Gandolfi, idraulico che non risulta iscritto alla Sempione ma che, al seguito della povera defunta, la frequentava: e come sappiamo noi, ma non i poliziotti, l'assassino non pu che essere un frequentatore. Ora ci serve qualche informazione in pi. Farias ci  stato e ci sar utile per capire il clima al commissariato ma pi che tanto non porter a casa.  il momento secondo me di ascoltare qualche nostro amichetto della stampa per valutare la qualit degli indizi che abbiamo raccolto, e magari per trovare qualche nuova pista.
Ancora una fonte dell'Unit?.
L, il pi sveglio, il Belli, l'ho sentito. Dobbiamo cercare informazioni dal Corriere, dove abbiamo compagni e amici che non ci negano notizie. Al Pozzi, che in segreteria segue cultura e informazione, chieder se si possano scambiare due chiacchiere con qualcuno di via Solferino.
Servirebbero indicazioni su questo Gandolfi.
Mettiamoci al lavoro. Domani mattina alle 9 e 30 ci berremo un cappuccino insieme in piazza Gramsci, prima che tu vada alla Sempione. Al bar Rachelli. Cos se i nostri amici del Corriere ci avranno detto qualcosa, potremo impegnarci su altre piste.
Dondi cerc Pozzi nel suo ufficio al quarto piano della federazione, pure lui impegnato a seguire una zona per il tesseramento. Appena gli chiese di scendere, Gregorio Pozzi si mise in movimento. Alla commissione probiviri regionale si doveva sempre il massimo rispetto.
Era un intellettuale piccolo e cicciottello dai boccoli castani, coordinava tre commissioni sui tre diversi filoni, che a loro volta erano seguite ciascuna da un responsabile, funzionario o militante del partito.
Nel PCI il cosiddetto lavoro culturale riceveva un'attenzione particolare. Come aveva detto Togliatti: Iscrivere un cattedratico  pi importante che tesserare cento operai. Gli avversari descrivevano l'egemonia culturale del PCI come un virus inarrestabile, e non mancavano di esagerare l'abilit dell'apparato comunista nel perseguire la propria influenza. Esageravano, certo. Non moltissimo.
Che cosa c' di cos urgente da interrompere il sacro rito del tesseramento, rischiando di innervosire il massimo sacerdote, il santissimo compagno Pessina? chiese Pozzi a Dondi.
Agisco su mandato del gran sacerdote, non temere. C' solo una piccola grana per cui mi serve la tua collaborazione. Non so se nei giorni scorsi hai seguito le notizie sull'omicidio di quella compagna, la Calchi, in via Procaccini?.
Ne ho letto sull'Unit: una sventagliata di mitra contro un chiosco di fiori.
Gli inefficaci poliziotti incaricati delle indagini non hanno ancora un'idea di chi sia l'assassino. Nel nostro cuore, del segretario e mio, alberga un piccolissimo sospetto che si possa trattare di una provocazione o, ancor peggio, di un qualche insano pasticcio maturato all'interno della sezione Sempione, dove era iscritta la Calchi.  opportuno dunque tenere sotto controllo le indagini per essere pronti politicamente a ogni tipo di grana. Avremmo bisogno -  inutile che ti sottolinei la massima riservatezza di questa indagine - che un qualche tuo amichetto del Corriere ci aiutasse a sapere cosa precisamente bolle in pentola. In particolare il commissariato della zona Sempione sembra sospettare il fidanzato dell'assassinata, un certo Enzo Gandolfi, non iscritto al partito ma spesso in sezione al seguito della Calchi. Ci piacerebbe sapere se su tale Gandolfi c' qualche notizia in pi.
Per un'informazione cos precisa e dettagliata, tocca sentire il Gulletti, l'inviato del Corriere. Lui ha tutti i suoi giri nella Digos e nei commissariati, e sa rintracciare notizie e non solo sensazioni. Poi ha quella sua stravoglia di fare il cospiratore. Se il partito gli chiede una cosa un po' misteriosa, lo considera un onore e non un attentato all'integrit professionale.
Senti chi vuoi, ma rapidamente. Il tempo stringe. Puoi organizzare un incontro tra questo Gulletti e il mio vice, il Cavenaghi?.
Nessun problema. Gli ordini della potente commissione regionale dei probiviri sono legge rispose Pozzi, sarcastico e ossequioso. E si allontan per chiamare prontamente Filiberto Gulletti del Corriere della Sera.
C' un autorevole compagno della federazione che ti vorrebbe parlare, ti scoccia se ti fisso un appuntamento? domand Pozzi.
Il termine autorevole compagno mise subito in orgasmo Filiberto Gulletti: Va bene tra dieci minuti al Bumbn?.
Era sabato, il sesto giorno dall'assassinio e dall'inizio delle indagini, ed era ancora nebbia fitta. Forse valeva la pena di rifare un giro nell'appartamento dell'assassinata dopo le prime perquisizioni, quella a caldo, a qualche ora dall'omicidio, e quella alla ricerca degli scialli indicati dalla portiera, consider l'ispettore Modena avvicinandosi alla casa della Calchi in corso Vercelli 22, uno di quegli strettissimi edifici a tre piani che affiancano ampie case borghesi di maggiore eleganza. Non un brutto posto - pens l'ispettore - per una ragazza vivace come la nostra fioraia:  cos pieno di bar e bei negozi, cinema e teatro di una certa qualit. In piazza Piemonte, a un centinaio di metri c'era il Nazionale, in quegli anni rilanciato da un intellettuale di talento come Ciccino Valedi.
Sal rapidamente per le scale anguste e ripide fino al terzo piano. L'appartamentino era sistemato in modo originale senza una parete divisoria. Due mobiletti-librerie distinguevano l'angolo notte dall'angolo salotto e da quello cottura. Il bagno era sostanzialmente compreso nell'open space, separato dal resto da un armadio abbastanza alto: per lavarsi o per sbrigare i propri bisogni corporali non si passava nessuna porta. Si aggirava l'armadio. Il tono dell'arredamento era indiano (forse finto indiano: vista la qualit di certi oggetti e addobbi). Molte stoffe stile sari usate per coprire i cuscinoni sparsi per terra e per le tende, qualche mobiletto di bamb. L'idea che dava era quella di uno sforzo di anticonformismo a scapito della comodit. E del gusto.
Rifece il giro di cassetti, armadi, vestiti. Frug nelle tasche, dietro ai mobili, dal bagno alla cucina. Poi si concentr sui libri che erano stati esaminati con qualche fretta nel primo passaggio della polizia. Non mancava Hermann Hesse, un po' di Calvino, Moravia, Pasolini, il Terzo sesso di Simone de Beauvoir. Qualche libretto di dogmatica marxista, sia Editori Riuniti sia Samon Savelli. Due o tre opuscoletti femministi. Un'Afrodite di Pierre Louys, che Modena apr trovandovi una dedica: Dimmi cosa ne pensi, firmata Anna. Qualche Shakespeare, qualche Molire, un Arlecchino servitore di due padroni. Mancava l'Ottocento da Balzac a Tolstoj fino a Conrad, cosa che per il colto ispettore Modena appariva una colpa. Come si far a essere marxisti senza l'Ottocento? si chiese. 
C'era invece una bella fila di opere di Bertolt Brecht, con un'edizione pi lussuosa di Einaudi. L'ispettore la prese in mano e avvert che sotto la copertina bianca a righe rosse si sentiva qualcosa.
Nel primo controllo i poliziotti avevano scrollato i libri per vedere se contenevano corrispondenza, documenti o appunti di qualche interesse. Ma il teatro completo di Brecht doveva essere stato esaminato approssimativamente perch l'oggetto nascosto nella copertina era ancora l.  ancora l perch era stato fissato con lo scotch. Non bastava scrollare il volume riflett Modena. Con un piccolo temperino l'ispettore liber l'ingombro misterioso. Si trattava di un libretto al portatore emesso dalla Popolare di Gorgonzola e intestato a Margherita, il soprannome scelto dalla Calchi. Guard quanti soldi erano registrati ancora sul conto: ventisette milioni. Bella cifretta. Beh, almeno adesso abbiamo una cosa precisa da indagare: da dove vengono questi milioni.
L'ispettore se ne torn in commissariato. Rintracciare l'origine di quel gruzzolo, ragion, al momento  l'unico obiettivo sicuro sul quale puntare. Come una ragazza di meno di trent'anni, impegnata in una quantit consistente di attivit politiche, culturali, sociali abbia trovato i mezzi e il tempo per raccogliere quella somma. La pista pi invitante era quella fornita dal chiosco: luogo di scambio di contanti, d'incontri insospettabili, dove si pu nascondere facilmente merce, anche illegale, da vendere.
Il caso della cricca dei becchini spacciatori era stato chiuso solo due anni prima quando l'ispettore era gi in commissariato, e il legame tra fiorai e cimitero veniva considerato naturale e consolidato. Si trattava di vedere se c'era spazio per la droga in questo rapporto. Se c'entrava la banda Epaminonda. 
Modena sent subito quelli della Narcotici che sollevarono qualche dubbio: un bottino di trenta milioni legati al traffico di stupefacenti sembrava loro abbastanza misero. Magari era in attivit da poco o aveva un ruolo marginale, si trattava di controllare con la banca che andamento avessero avuto i flussi di denaro.
Riesamin gli incartamenti. Chiese di riesaminare le carte sugli informatori che avevano permesso di sgominare il clan dei pugliesi del Monumentale.
Magari il personaggio chiave era quel losco-riccioluto di cui aveva parlato la portiera. Era lui l'uomo di Epaminonda?
Entrambi puntuali, Cavenaghi e Gulletti s'incontrarono nel fumoso bar Bumbn, un pub ricostruito pedestramente all'inglese sulla Cerchia degli ex Navigli milanesi, in via San Marco.
Ciao, sono Mario, credo Pozzi ti abbia spiegato che il partito ha bisogno da te un'informazione preziosa, scusami quindi se salto i preliminari e ti spiego qual  il nostro problema. Dobbiamo capire chi  un certo Enzo Gandolfi, il fidanzato della Calchi, che la polizia sospetta come assassino della nostra compagna. Se  un provocatore, se si  infiltrato con un piano tra i compagni della zona Sempione, oppure se  uno sbandato o  la vittima di una provocazione. Pozzi mi ha spiegato bene la tua esperienza proprio in questo campo: scoprire le trame che s'intrecciano a episodi gravi come un omicidio all'apparenza marginale politicamente. Per capire come operino i settori deviati dei corpi separati dello Stato, mi ha detto che non c' nessuno pi bravo di te.
Gulletti, 55 anni, capelli biondo cenere, occhiali con una montatura molto leggera, ex dell'Unit, era chiamato il cagacomplotti. Sembrava camminare guardandosi sempre dietro le spalle come per capire se era seguito, parlava a voce bassissima, spesso portava con s una radio a transistor, da accendere durante le conversazioni riservate per confondere con la musica eventuali ascoltatori clandestini. Pozzi aveva spiegato a Cavenaghi di accentuare al massimo le ipotesi cospiratorie dietro il delitto Calchi perch questo avrebbe spinto il cagacomplotti ad agire pi rapidamente. Non fu una speranza infondata. 
Il tono del compagno della federazione, sconosciuto - Cavenaghi si era presentanto solo con il nome - ma autorevole, aveva acceso subito la passione pistarola di Gulletti: Non ho seguito in tutti i suoi particolari l'assassinio della fioraia, per nell'uso di quel Mp 40 c'era qualcosa che mi puzzava: far intravedere una troppo esplicita matrice nazista per spingere a escludere proprio la matrice nazista.  un tipico giochino da servizi deviati. Non conosco questo Gandolfi, pur se mi ricordo un maresciallo della Decima Mas che aveva un cugino con questo cognome. E non  improbabile che certe storie s'incrocino. Comunque conosco alcuni quadri della Digos, funzionari che vogliono riscattare un passato di mediocri compromessi per diventare servitori integerrimi dello Stato democratico. Mi potrebbero raccontare qualcosa. Penso che se ci rivediamo questa sera alle sei e tre quarti per un bianchino, potr raccontarti qualcosa di interessante.
Cavenaghi lo salut, soddisfatto. Era quasi sicuro che la sera avrebbe recuperato un po' di notizie utili.
L'ingegnere si trov quindi con un po' di tempo libero. Un'occasione per andare a trovare un vecchio amico che gli poteva dare qualche buona idea.
Gustavo Rinetti, cinquantenne, alto, capelli corti, grigio-castani, due occhialini tondi con una montatura di tartaruga, era uno degli uomini pi colti di Milano. Ottimo architetto ma discontinuo nell'impegno progettuale, sapeva tutto di tutto: dalla storia al teatro, dalla linguistica all'archeologia. La moglie, una simpatica trentacinquenne anche lei architetto (un caso di amore tra maestro e allieva), raccontava come il marito, nelle loro vacanze, finisse abitualmente in mare vestito perch saliva e scendeva dalle barche leggendo sempre un libro.
Cavenaghi aveva conosciuto Rinetti da studente, quando l'erudito professionista aveva tenuto un corso al Politecnico. Si erano poi frequentati nella sezione universitaria, dove erano iscritti insieme studenti e professori. Ed erano diventati grandi amici.
Quando aveva un qualsiasi tipo di problema, andava a trovarlo, persino il sabato e qualche volta di domenica, nel suo studio in piazzetta Giordano 2, proprio dietro San Babila, sicuro che dall'amico sarebbero venuti stimoli stranissimi e imprevedibili riferimenti culturali laterali e paradossali rispetto al tema che stava esaminando, comunque sempre interessanti o almeno divertenti.
Se ci ragionava su, Cavenaghi doveva ammettere che usava Rinetti un po' come da bambino avrebbe fatto con un cestino dei giochi. Si discuteva del Vietnam e l'architetto si concentrava per ore sui fronzoli migliori per scrivere con decoro la V di Vietnam: come ci stava bene un ghirigoro nelle due stanghette superiori, come era meglio ombreggiare di pi la prima lineetta e cos via. Si discuteva del Godot di Samuel Beckett e Rinetti ti teneva l a parlare per l'intero pomeriggio di una foto dell'irlandese, discettando per un tempo interminabile del divano dove era seduto il drammaturgo, sul perch avesse scelto un mobile simile per farsi ritrarre. E cos via. Cavenaghi non usciva mai da una conversazione con Rinetti senza avere imparato decine di nozioni, che spesso poi gli consentivano di fare la sua figura in questa o quell'occasione mondana. Per non otteneva quasi mai informazioni precise sul tema specifico sul quale interrogava il colto amico.
Forse quegli approfondimenti un po' folli potevano servire come i fondi di caff a una zingara o le viscere di un uccello a un aruspice: segni che introducevano alla natura misteriosa della realt, non a quella banalmente razionale, non a quella degli ingegneri.
Dovendo occuparsi della zona Sempione, in qualche modo del suo carattere, il proboviro regionale si convinse che era proprio il caso di richiedere una pirotecnica introduzione al problema da parte di Rinetti.
Caro Gus, ho proprio un bell'argomento per le tue divagazioni: parlami degli aspetti produttivi e di quelli criminogeni della zona Sempione.
Mio giovane amico, ecco un tema che non mi dispiace affatto. Per ragionarvi su, devi partire da una constatazione: la zona Sempione nasce da un atto d'imperio di tiranni, dai Visconti agli Sforza. Atto compiuto per dominare sull'antico e democratico comune di cui sono diventati protettori prima e dittatori poi, gli Sforza sulla scia dei Visconti. Questa l'ispirazione con cui i tiranni costruiscono il Castello, fortezza che spezza la citt condensata, apre su spazi nuovi, introduce una nota di comando militaresco con la sua piazza d'armi nell'antica citt ancora di pianta romana. Quella scelta viene consolidata dalla dominazione spagnola, spesso ottusamente guerresca, e diventa poi la base per il grande intervento urbanistico d'impostazione napoleonica, il piano dell'Antolini, poi corretto da cinque ottimi architetti (Cagnola e altri). Anche in questo caso la monumentalit, gli spazi aperti di quello che  oggi il nostro vialone, hanno quel sapore militaresco che accompagna sempre tutte le iniziative del Grande Crso, pure quelle non belliche. La zona che attira dunque oggi la tua attenzione  un'area segnata dagli eserciti e dalla guerra: non mi sorprende che sia nutrice di violenza.  un'occasione di sfoghi imperiali, collegata alla grande via romana verso il Sempione dell'imperatore Settimio Severo, sin d'allora pensata come via militare oltre che di commerci. E la stessa logica vale per Napoleone. Si sa naturalmente che imprese belliche e modernit marciano a braccetto. E dunque il corso Sempione  anche luogo dell'affermarsi del nuovo, dagli edifici razionalisti, dal palazzone della radio e della televisione pubblica, dalla Fiera Campionaria alla imponente fabbrica di automobili Alfa Romeo al Portello. L'auto si sa  simbolo supremo del novecentismo, la tecnologia perfetta al servizio della libert di movimento dell'individuo. Ma la guerra  anche Apocalisse, cio la morte, e il quartiere Sempione  inquadrato dal Cimitero Monumentale e da quello di Musocco. Facendo una rapida sintesi: per quello che riguarda l'aspetto produttivo, devi puntare tutte le tue carte sulla modernit. L'area e le sue strutture produttive vanno valorizzate con tecnologie sempre pi innovative, aerodinamiche sopraelevate, tapis roulant per la Fiera, un'integrazione pi stretta con un rilanciato aeroporto della Malpensa che si trova in linea con il quartiere. Il Sempione deve stare sempre all'avanguardia. Questo  il suo destino. Per ci che riguarda gli aspetti criminogeni dell'area devi tenere conto che l'atmosfera stessa di questa parte di citt porta al delitto. E non parlo di quel delitto architettonico che stanno studiando per la sistemazione dell'Arco della Pace, si narra infatti di terrificanti lampioncini a palla pronti a essere l collocati. Parlo di delitti-delitti;  assai probabile che negli assassini, negli atti di violenza compiuti in questo quartiere vi sia una componente di raptus ispirata da un ambiente speciale, da quell'atmosfera particolare che influisce su quest'area di Milano.
Pu una sventagliata di mitra essere un raptus? si chiese Cavenaghi. Ma non poteva entrare nei particolari. Certo che se avesse potuto accennare alla questione pi precisa, Rinetti non avrebbe mancato di spiegargli per filo e per segno le analogie tra l'uso di un mitra e l'Arco della Pace che chiudeva corso Sempione. Comunque, qualche ideuzza l'ingegnere l'aveva portata a casa e, in ogni caso, parlare con Rinetti lo divertiva sempre. Divagarono ancora su qualche altra decina di argomenti, Cavenaghi frug nella meravigliosa libreria che seguiva muro dopo muro tutte le pareti dello studio, poi venne l'ora di congedarsi.
Con in testa la lezione dell'amico-maestro, l'ingegnere aveva il pomeriggio libero sino all'appuntamento con Gulletti alle sette e mezza. Prese la circolare 94, scese all'altezza del parco Sempione per fare una camminata nei luoghi del caso Calchi, dal chiosco di via Procaccini alla sezione di via Rosmini, al teatro-garage di via Eupili, alla sede dell'Arci di piazza Prealpi sino alla residenza dell'assassinata in corso Vercelli. Voleva proprio vedere se quella mescolanza di guerra e modernit di cui gli aveva parlato il colto amico si poteva respirare girovagando per strada. 
Via Eupili, dove si trovava il teatro-garage, era una via nascosta proprio dietro l'Arco della Pace, tipica dei dintorni di un parco: quelle vie messe letteralmente in ombra dalle tante e imponenti piante che vi crescono di fronte. L'effetto dei grandi parchi sul contesto urbano  spesso di questo tipo, le vie che fronteggiano lunghe aree attrezzate con alberi e giardini, vengono organizzate e valorizzate dalla distesa di verde, come i caseggiati costruiti dinanzi alla riva di un mare o di un lago. Le vie ortogonali ai parchi invece assumono naturalmente l'aspetto di viottoli di borgo, un po' anonimi. Gli edifici di queste strade sembrano un po' tirati via, senza grande sforzo progettuale. Cos era via Eupili che non godeva, dunque, in pieno di quell'aspetto di rispettabilit borghese che avevano via Rosmini, appena appena toccata dal contiguo quartiere cinese (ma si vedeva che nel futuro non avrebbe retto alla crescente invasione), e via Procaccini, strade che assorbivano il fascino del vicino corso Sempione, ma con uno stile pi riservato e conservatore.
Piazza Prealpi tratteneva qualcosa del decoro dell'area contigua, un certo stile le era trasmesso attraverso i due vialoni che vi affluivano, via Espinasse e via Mac Mahon, e che nascevano vicino a corso Sempione. In piazza Prealpi si leggeva per il progressivo passaggio dalle vie borghesi alla periferia di Quarto Oggiaro, quartiere insediato nelle immediate vicinanze.
Quanto a corso Vercelli, questa era una delle grandi arterie del commercio milanese. Certo, non del livello delle maggiori strade centrali tipo corso Vittorio Emanuele, per non parlare dei luoghi del lusso intorno a via Monte Napoleone. La lunga via che univa piazza Piemonte a piazzale Baracca risentiva dello stile di alcune delle vicine vie altoborghesi di Milano quali corso Magenta e affluenti, e quindi si teneva un po' pi su di strade segnate da analoghe funzioni principalmente commerciali come via Padova o Paolo Sarpi. Di fatto il corso collegava San Siro, la zona dei giochi sportivi della citt, ai luoghi pi classici di residenza dell'alta borghesia milanese sia pure insidiati dalle funzioni non proprio di altissimo valore del vicino carcere di San Vittore, ed era dunque sostanzialmente estranea alle atmosfere pi moderne dell'area Sempione.
Camminando per via Rosmini e via Procaccini, Cavenaghi si sforz di verificare le annotazioni di Rinetti: l'aria futurista non era fortissima, erano zone attente a un decoro borghese molto tradizionale, forse l'abbondanza del grigio, uno dei colori fondamentali di Milano, rispetto ai gialli e ai rossi-mattone di altre zone poteva dare un'impressione di tristezza da collegare all'idea della morte, non per nulla dietro l'angolo c'era il Cimitero Monumentale. E un'atmosfera di questo tipo si avvertiva in piazza Prealpi, su cui incombeva la presenza del vicino cimitero Musocco. Comunque aveva ormai fatto il pieno delle sensazioni, adesso gli toccava concentrarsi sulle analisi razionali e fattuali. Era ora di rincontrare il cagacomplotti.
Cavenaghi trov Gulletti gi seduto a un tavolo vicino al televisore. Il manuale del cospiratore dettava questa regola di base.
Buone nuove? chiese l'ingegnere.
Devo dire che non sono insoddisfatto. Ho sentito quel bulletto dell'ispettore Ressa, il vicecapo della Digos milanese, che vuole essere molto valorizzato dal Corriere nonch dal PCI. Ha in testa grandi piani per il suo futuro e quindi mi ha dato un sacco di dritte. Ed era ben informato. Al Viminale e nella questura milanese c' una forte preoccupazione. Non si vogliono incrinare i rapporti con i comunisti e dunque il caso Calchi viene considerato una grana potenziale. Come saprai, le notizie sono poche, i nostri compagnucci tastati qui e l non danno molte piste - una vecchia abitudine che non mi sento di condannare - e per ora il pi dell'attenzione  concentrata su questo Gandolfi, una sorta di convivente della fioraia, legato a lei dalla passione per il teatro. Di professione  idraulico, la prima cosa che risulta  che non ha un vero alibi per l'ora del delitto. Dice che era a casa un po' rimbambito per una bisbocciata della sera prima ma nessuno avrebbe confermato questa sua versione dei fatti. La polizia si  poi informata sui suoi trascorsi. L'insegnante di religione all'istituto tecnico di Bergamo dove ha studiato lo ricorda come un tipo violento, che frequentava un gruppetto estremista del luogo, un'organizzazione da cui sono usciti parecchi terroristi. La questura di Bergamo, per, non ha particolari informazioni su attivit illegali del Gandolfi.  stato fermato solo una volta durante un'occupazione della sua scuola. Il sergente che lo segu durante la leva, lo ricorda come un pigrone, s'invent un mal di denti cos ben congegnato che se ne stette tre mesi all'ospedale militare di Milano. Non impar quasi a sparare. Almeno sotto l'esercito. Il portiere della casa vicina (la sua casa non ha portineria) non ha raccontato nessun particolare importante, se non che il suo appartamento oltre che dalla Calchi era frequentato di quando in quando da qualche grande sventola, in particolare una biondona dall'aria nonch dalla pronuncia straniera. Non si  riusciti, per, a rintracciare un nome di qualcuna di queste maliarde. Il suo giornalaio ha confermato gli orientamenti di sinistra delle sue letture quotidiane: il disgraziato non legge neppure il Corriere. E sempre l'edicolante ha detto che non l'ha mai visto comprare pubblicazioni su armi. Non una grande prova. Il suo barista lo giudica un mediocre bevitore, questo s che  un grave indizio perch si sa come si debba diffidare di astemi e affini. Sono stati ascoltati poi alcuni suoi clienti che hanno parlato di un lavoratore puntuale e preciso. Caro nelle parcelle come tutti gli idraulici milanesi, compresi quelli di sinistra. E con una passione per la cultura. Dai suoi amici dell'Arci teatro i poliziotti non hanno ricavato molto: per caso un ispettore della Digos aveva visto uno degli spettacoli del gruppo Gandolfi-Calchi (la polizia s' buttata a sinistra e nessuno la trattiene neanche dalle consuetudini gauchiste pi devastanti come seguire le recite di piccoli gruppi brechtoidiani). L'ispettore brechtofilo dice che la recitazione del gruppo era indecorosa, che le rappresentazioni teatrali a cui ha partecipato la sua bambina alle medie avevano un ben pi alto valore artistico. Invece un altro appunto in commissariato ha consentito di ricostruire la passione del Gandolfi per i viaggi nei paesi dell'Est. Aveva decine di visti di Polonia, Romania, Cecoslovacchia, Ungheria e Unione Sovietica sul passaporto che ha presentato per il rinnovo qualche mese fa.
Un puttaniere, probabilmente: nei viaggi si trova forse la pista per le misteriose bionde. Finora abbiamo trovato pi argomenti per giustificare un mitragliamento di Gandolfi da parte della Calchi che viceversa.
Considerazione interessante. Infine Ressa mi ha dato un'altra importante informazione, trasmessa da un agente della Digos che ha collaborato con il Sim, che da questo ottobre - grazie alla collaborazione tra Cossiga e Pecchioli -  diventato Sismi: in una recente indagine sullo spionaggio russo in Italia Gandolfi  stato visto e fotografato con un agente, sia pure minore, della residentura italiana del Kgb, un certo Remizov. Nel marzo dell'anno scorso in un caff di largo Cairoli.
Oh, per carit. Ci mancavano solo i russi.
Pi rispetto per la potenza guida, compagno dirigente scherz Gulletti. 
Scusami - disse Cavenaghi. - Ma non voglio nasconderti la mia preoccupazione. Se consideri politicamente la notizia che mi hai riferito, dovrai ammettere che se si scopre la presenza di un agente del Kgb collegata all'assassinio di un'iscritta del PCI, noi siamo comunque danneggiati: cornuti se complici, mazziati dai nostri amichetti-con-stella-rossa, se vittime. Comunque la cosa pi importante  conoscere per tempo gli scherzi che ci prepara il destino. E in questo senso la tua raccolta d'informazioni  stata veramente preziosissima. Persino al di sopra di quello che la tua fama faceva prevedere.
Fiero di avere impressionato il funzionario della federazione raccogliendo cos tanti elementi in cos poco tempo, Gulletti salut l'ingegnere e si avvi verso il suo giornale, quasi impettito per il dovere compiuto.
Cavenaghi si allontan di corsa a sua volta. Doveva cercare di arrivare per le 19 e 20 al Gerolamo se no Fani poi lo avrebbe rimproverato per mesi sulla mancanza di puntualit. Lui, il precisino.

Domenica 6 novembre
Dondi stava mettendosi in bocca una fragrante brioche piena di crema quando con la coda dell'occhio vide arrivare Cavenaghi. Sono le nove e un quarto,  in anticipo quel tarantolato di un ingegnere pens, e ingoi d'un colpo quasi tutta la leccornia che aveva ordinato. Lo stalinismo era finito, ma nella testa del vecchio funzionario comunista era rimasta la convinzione che un autorevole dirigente non dovesse essere colto mentre si lasciava andare a un momento di sfrenata ghiottoneria. Fosse stata vuota, la brioche, si sarebbe sentito meno colpevole. Ma alla crema! Un rapido saluto e poi Cavenaghi pass a raccontare gli strani legami tra uno spione sovietico e l'idraulico bergamasco Gandolfi. L'ingegnere disse che non sapeva proprio come poter indagare su un'eventuale spia russa, propose quindi di concentrarsi innanzi tutto sulla pista becchini-Sacra corona unita, pi alla sua portata. Anche se, al di l naturalmente dal sentire l'area becchini della Cgil enti locali, gli mancava qualche fonte pi articolata e precisa: Ho bisogno di qualcuno che sia introdotto nella vita del cimitero e di cui mi possa fidare. E non so bene dove trovarlo.
Cimiteri? Preti - osserv Dondi. - Il viaggio verso la tomba e oltre,  tra le loro attivit distintive.
Buona idea, ma a chi mi rivolgo: all'Arci-Tonaca o alla Cgil-Sacrestani?.
Uomo di poca fede. C' sempre il compagno giusto per ogni problema. Il mitico Canino, responsabile delle relazioni internazionali del partito e grande star del comunismo milanese, ha magnifici collegamenti con i gesuiti del Centro San Fedele. La Compagnia infatti usava Canino per tenere i rapporti sia con Botteghe Oscure sia con il Cremlino, e in cambio non mancavano di scambiare favori proprio come poteva essere quello di dare informazioni sugli ambienti del Cimitero Monumentale. Giorgio Canino, poi - prosegu Dondi -  quello che pu aiutarci a capire se questi contatti tra spioni del Kgb e amanti di fioraie nascondono qualcosa di serio.
E sulla Fiera?.
Potrei scambiare due idee con Zoncada. Lui  molto amico di quel democristiano che  diventato segretario generale della Fiera, come si chiama? Rinaldo Palombo, mi pare.
E sar possibile fare tutto rapidamente?.
Per incontrare Canino abbiamo a disposizione l'occasione: stasera alle 18 c' il rinfresco al consolato sovietico in via Masaccio 6, dietro San Siro, per festeggiare l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, e l troveremo la nostra eminenza grigia. Quanto a Zoncada, chiamalo tu. Sai com' alla mano, trover subito il modo di vederti. Adesso, definito il piano di lavoro per le questioni essenziali, mettiamoci d'impegno a eseguirlo. Quel che viene dopo, lo vedremo dopo.
La vita per i comunisti non era altro, in fondo, che un piano di lavoro.
Dondi si alz, aveva ancora un pezzo di brioche con grandi tracce di crema nascosta sotto un tovagliolino di carta e senza esitazione se lo mise in tasca. Meglio i rimbrotti della moglie per un paio di calzoni sporchi che scuotere la fiducia del vice sulla frugalit del capo.
Cavenaghi si avvi verso la sede della vicina sezione, ma prima si ferm in una cabina telefonica per sentire Zoncada. Il capo-delegazione-PCI-nella-Giunta-di-Milano era a casa, cap al volo che Cavenaghi aveva un motivo serio per incontrarlo presto e gli propose di andare con lui alla partita, alle 14,30 a San Siro, dove il Milan giocava contro il Verona.
Alle 10 in punto Cavenaghi fece la sua entrata nella nuova sede della sezione Sempione. Cribbio, che lusso fu il primo pensiero. Dal precedente stabile, non brutto, con le facciate esterne di cemento a vista - una finezza secondo i canoni dell'architettura modernista - si era passati a un edificio i cui muri esterni erano tutti coperti di piastrelle marroncine con riflessi verde-azzurri dall'effetto assirobabilonese. E dentro l'edificio, l'enorme sala principale della sezione aveva un luccicante pavimento di marmo.
I compagni della sezione erano orgogliosi per lo sfarzo della sede: Guarda te, quanta strada ha fatto il proletariato milanese. Ora si pu permettere 'sta roba da sciuri. Ma un po' perplessi: Tutto questo marmo mica c'imborghesir?. Un po' il dibattito che divideva due noti comunisti asiatici del periodo: il nordcoreano Kim Il-sung, con i suoi palazzoni rutilanti, e il khmer rosso Pol Pot, che preferiva le capanne. I poveri compagnucci della zona Sempione partecipavano allo stesso dilemma. Per fortuna senza contorno di cadaveri.
Prima d'impegnarsi nella diffusione dell'Unit, rito domenicale del buon comunista, quelli del direttivo volevano scambiare un paio di opinioni sugli impegni della settimana. Grande questione al centro del dibattito: la preparazione della conferenza dei lavoratori comunisti della zona. E c'era da accogliere ufficialmente il compagno che la federazione aveva mandato per la conferenza.
Chi incontrava quella domenica gli iscritti della Sempione era proprio quello della federazione, non il solito funzionario del cittadino, una specie di badante della sezione.
C'era un misto di rispetto e diffidenza nel rapporto delle sezioni con i funzionari del partito. Rispetto perch i funzionari rappresentavano la linea del partito, il sacro indirizzo fissato dalle relazioni ai comitati centrali e dagli editoriali pi solenni dell'Unit, a met tra politica e ideologia, faro per il lavoro di tutti i militanti. Diffidenza perch le sezioni erano comunit gelose delle loro prerogative e ricevevano con fastidio le costanti e pressanti richieste della federazione: pi soldi, pi iniziative, pi disciplina e cos via.
C'era poi un altro fattore: il PCI da una parte era un'organizzazione quasi militare in cui i soldati semplici ubbidivano ai sottoufficiali che a loro volta dipendevano dagli ufficiali e su su fino allo stato maggiore. Dall'altra, era un'organizzazione carismatica, nella quale il segretario nazionale rappresentava quasi misticamente l'unit della classe operaia e la materializzazione della sua coscienza; il rapporto tra la base e il segretario generale, divenuto poi nazionale quando il partito si laicizz un po', scavalcava i livelli intermedi. Anche il segretario della federazione esercitava una particolare influenza carismatica, non guariva per dalla scrofolosi col semplice tocco della mano i bambini degli iscritti al partito come invece il segretario nazionale.
Il funzionario da una parte trasmetteva la volont divina del capo, dall'altra era in qualche misura un ostacolo al vero e proprio rapporto carismatico, che si realizzava allo stato puro con gli articoli, i comizi, gli interventi, le relazioni del segretario nazionale-generale. Di qui il rispetto e insieme la diffidenza di cui godeva l'apparato del partito.
Cavenaghi, che come ogni funzionario si faceva almeno un paio di riunioni alla settimana, non era mai stato alla Sempione. Ed era un tipo riservato, non un grande oratore: non era quindi conosciuto e riconosciuto dalla grande parte degli iscritti, neanche dagli attivi. Con il segretario della sezione, Marozzi, non aveva mai avuto particolari rapporti. Fu necessaria quindi una presentazione formale al direttivo.
L'ingegnere butt l un paio di cose sull'importanza della conferenza dei lavoratori comunisti, propose alcune idee raccolte nei giorni precedenti, chiese di convocare un attivo (l'assemblea di tutti gli iscritti) dopo qualche giorno alla presenza dei sindacalisti di zona, Quelli che meglio conoscono i problemi della produzione, ricord pedagogicamente. Marozzi, dalla sua, espresse nuovamente la soddisfazione per la scelta della federazione e aggiunse poche parole, naturalmente sulla funzione delle masse.
Nessun altro volle parlare. I membri del direttivo pi qualche attivista-diffusore dell'Unit si sparsero per la sede: era il primo incontro che si teneva nel nuovo edificio, c'era curiosit. Alcuni corsero a vedere i cessi: molto assirobabilonesi. Altri commentarono l'ufficetto pre-salone: quasi da anticamera di studio di un dentista. Nonch la saletta per le riunioni ristrette con al centro uno strano lampadario, con orribili riflessi arancioni, grande, di vetro, rimasto l a rappresentare gli incubi di chiss quale propriet.
Il compagno addetto a ritirare in edicola le copie dell'Unit arrivava alle 11 e un quarto. C'erano una decina di minuti per le chiacchiere.
Cavenaghi rintracci il vecchio amico di Fgci, Ribolla, e accompagnato da lui avvicin qualche compagno della sezione. Non ebbe bisogno di artifizi per far cadere il discorso sulla Calchi, la memoria della fioraia assassinata era naturalmente viva. Tra i tanti ricordi pieni di rimpianto e affetto, l'ingegnere colse un Orca, se era una ragazza scatenata, da parte di Sara Moretti, autorevole esponente del direttivo. Cerc, tentando di non apparire troppo curioso, di capire bene in che cosa consistesse questa scatenatezza: Certo, sentendo che cosa ha raccontato il Marozzi al funerale era proprio una ragazza vitale: lotte di categoria, lotte di quartiere e poi tutto quel teatro.
L'era vna che ghe piaseva st al mund sparl ancora la Moretti. In quel mund c'era un evidente accenno alle mondane. Il che per certe signore borghesi piene di s, certe cattoliche con poca disponibilit al perdono o per certe bigotto-comuniste, non era un complimento.
Tra chi assisteva alla conversazione, qualcuno colse il tono non proprio encomiastico della compagna e cerc di correggerla. C'era quello della federazione e la sezione non doveva fare brutta figura. Era bello avere fra noi una ragazza cos appassionata. E allegra reintervenne la Moretti, caricando di nuova ambiguit le sue parole. Ti ricordi come si tirava dietro il suo fidanzato che non era nemmeno iscritto. Eh. Il fidanzato comment ancora l'acida Sara. Certo che a tutti noi uomini brillavano gli occhi quando passava la Bruna ricord Gianni Landrotti, vecchia gloria della sezione e tranviere in pensione. Omen ricomment l'acida. Questo ultimo intervento fece scattare i compagni del direttivo che si trovavano nei pressi e si sentivano custodi del culto della Calchi. Uno di loro prese per un braccio la Sara, un altro offr un caff a Cavenaghi (c'era una vecchia macchinetta che faceva poltigliette imbevibili), un altro and a verificare se si potesse partire per la diffusione dell'Unit. E in effetti proprio in quel momento fece la sua entrata il compagno mandato a ritirare le copie da vendere.
Un gruppo di iscritti, guidato da Marozzi, si diresse dunque verso le case popolari che si trovavano dietro via Canonica. Un intero caseggiato ancora a ringhiera, con gli appartamenti di dimensioni molto ridotte che si affacciavano sul cortile e pi immediatamente su un balcone esterno protetto da una balaustra in ferro: appunto la ringhiera. Cortili non privi di fascino e molto socializzanti: gli inquilini s'incontravano nei ballatoi di collegamento ogni mattina, alla partenza per il lavoro, e ogni sera, al ritorno. La forma interna del caseggiato ricordava le antiche cascine bracciantili, residenze originali per parte consistente del proletariato milanese che, nella seconda met dell'Ottocento, aveva occupato edifici di questo tipo. I locali in ogni appartamento erano per lo pi due, un soggiorno-cucina e una camera piena di letti, oltre che, nelle tipologie evolute, un bagno. In tanti piani, cesso e lavandini erano ancora alla fine del ballatoio di collegamento: servizi collettivi.
Vecchi pensionati, lavoratori pi giovani eredi di antichi inquilini, immigrati meridionali, spesso occupati nelle vicine Alfa Romeo e Siemens, costituivano la maggioranza dei residenti, ed erano assai cordiali con i diffusori dell'Unit. Stava crescendo, per, la presenza di famiglie orientali che dal nucleo originale della Chinatown milanese, a qualche decina di metri dallo stabile popolare dietro via Canonica, si stavano diffondendo in tutte le direzioni. Molto cortesi, gli immigrati orientali opponevano un fermo No, glazie ai diffusori del quotidiano comunista. Questi ultimi un po' dispiaciuti perch accesi di fede internazionalista avrebbero voluto organizzare pure i proletari cinesi.
Era un grande rito formativo la diffusione del giornale del partito: si tenevano i legami con le masse, si mostrava e acquisiva spirito di appartenenza applicandosi a una mansione che chiedeva capacit persuasiva e umilt. Soprattutto i giovani borghesi che alla fine degli anni Sessanta si erano iscritti in un certo numero al partito, dovevano sottoporsi a questa pratica per dimostrare di non avere borie intellettuali.
Un simpatico studente di lettere, piccolotto, baffuto e grassottello, in quegli anni molto comunista, impegnato (specie dagli occhi azzurri di una giovane gi iscritta), e insieme timido, ogni domenica si prendeva le sue dieci copie, andava dietro un angolo, le nascondeva nel bagagliaio della sua auto - naturalmente una Citron Due Cavalli, per color cammello, non rossa: era un originale -, faceva un giro nei bar fuori dalla zona frequentata dagli altri diffusori, poi arrivava in sezione e cacciava i soldi di tasca propria, pur di non perdere la stima dei compagni, soprattutto di quelli con trecce bionde e occhi azzurri. Cavenaghi non aveva di questi problemi, prese le sue dieci copie, si mise al lavoro affiancato dal suo vecchio amico di Fgci. Suon diciannove campanelli, bevve due amarini, tre caff, due limonate annacquate, illustr sette o otto volte la difficile situazione politica ed economica dell'Italia e complet il suo giro. Intanto, tra un campanello e l'altro, cerc di capire dall'amico che cosa significassero acidit, frasi allusive, occhiate di rimprovero della compagna autorevole membro del direttivo, ma non riusc a sapere molto perch il suo amico, ingegnere come lui, un ragazzone di oltre un metro e ottanta per novanta chili, con una disordinata zazzera castana, impiegato alla Fiera nel settore esposizione grandi macchinari, frequentava la sezione solo in certe occasioni (per un suo gusto masochistico gli piaceva soprattutto la diffusione dell'Unit), non aveva voluto far parte del direttivo e dunque non partecipava ai segreti della sezione. Per di pi felicemente fidanzato e distratto come spesso capita agli ingegneri non seguiva neppure i pettegolezzi sugli amori di sezione, argomento che veniva subito dopo quello delle lotte della classe operaia nelle conversazioni degli iscritti.
Tornando in sezione l'ingegnere cerc di riprendere con il pensionato dell'Atm il discorso sull'acidit dell'autorevole compagna, ma raccolse solo frasi di circostanza. Cavenaghi si rese conto che approfondire l'argomento avrebbe esposto la sua indagine riservata. E, poi, tra mezz'ora l'aspettava sua madre, che abitava in tutt'altro quartiere, a Lambrate. Aveva giusto il tempo di prendere il metr, comprare due fiori che facevano sempre contenta la genitrice e presentarsi per il pranzo domenicale.
Via Pacini era una bella strada, al limite (verso il centro) della periferia est di Milano, in gran parte costruita negli anni Trenta appositamente per alcuni insediamenti di impiegati statali. Portava alla stazione di Lambrate, la terza per importanza a Milano. Gli edifici erano curati, con decorazioni esterne vagamente liberty su muri e terrazzini, questi ultimi per lo pi addobbati con vasi di fiori.
I Cavenaghi erano venuti ad abitare in via Pacini 9 a met degli anni Sessanta, lasciando un appartamento in una casa cooperativa a Niguarda. Il loro nuovo domicilio aveva la pianta tipica degli anni Trenta, quando decoll un'edilizia di massa per la piccola-media borghesia: salottino-ino-ino, saletta da pranzo, cucina separata, bagno e due stanze da letto, una delle quali, microscopica, per Mario. E i mobili erano in linea con lo stile dell'appartamento.
Elena Cavenaghi nata Repossi, 57 anni, esile, sul metro e sessanta, occhi castani, ancora giovanile, una capigliatura nera con solo tracce di grigio, aveva lavorato in una fabbrica di caramelle fino a tre anni prima. Allontanandosi dal lavoro solo pochi mesi quando era nato Mario, che poi era stato affidato alla nonna, ora morta da sei anni. Legatissima al marito, Bruno Cavenaghi, l'Elena era sempre stata un'attivista del PCI.
Il pap di Mario era stato un classico operaio comunista milanese, tornitore alla Ercole Marelli, grande organizzatore sindacale e del partito. Aveva la mentalit tipica di tanti lavoratori della sua citt. Fermi nelle loro idee ma capaci di apertura mentale e non chiusi nei rapporti sociali. Al contrario di Torino dove gli operai della Fiat avevano una forte identificazione nell'azienda, favorita dalla politica sociale dell'impresa, ma una netta distinzione dagli altri ceti, a Milano gli operai si mescolavano di pi socialmente: artigiani, operai, commercianti, piccoli professionisti vivevano spesso vite non troppo dissimili, coi figli che frequentavano le stesse scuole. E anche con la borghesia pi alta non c'era, in molti casi, nella scelta delle aree di residenza, una completa separazione.
Tanto Bruno, da proletario milanese, era aperto e pronto al dialogo (senza rinunciare alla vena pedagogica tipica dei comunisti che volevano ogni volta spiegare il mondo a tutti), tanto Elena invece era petulante e combattiva, assai meno disponibile a riconoscere la liceit di altri punti di vista. Forse le donne, almeno quelle dei ceti popolari, erano pi fedeli non solo ai loro uomini ma anche alle idee che avevano sposato e combattevano per difenderle come fosse in gioco l'esistenza del proprio focolare.
Mario trovava la sua mamma settaria, banale, ripetitiva. E pur se le voleva bene, ancor pi dopo la scomparsa del babbo avvenuta un paio di anni prima, non sopportava le sue divagazioni politiche. Elena, dalla sua, era divisa tra l'orgoglio per il figlio dirigente del partito a cui tanto era legata, e un'insoddisfazione di fondo perch dopo avere studiato cos a lungo e materie cos concrete come quelle ingegneresche, il figlio faceva di fatto un mestiere pieno di chiacchiere.
Le reciproche riserve di Mario e della mamma, pur tanto uniti, ponevano dunque parecchi ostacoli alla conversazione. E tutti e due preferivano concentrarsi sullo stato della famiglia grande (Come sta lo zio Mariano, Ho visto la Gabriella e cos via) o su qualche tema neutro: Hai guardato quella cosa in televisione? Hai letto quell'articolo sulle mamme sole?. Oppure su argomenti del tipo: Non si sa pi come vestirsi. Hai il soprabito adatto per i nuovi freddi?, E tu ti sei ripresa i guanti che hai perso al bar?.
La mamma non manc di informarsi della Carla, pur sapendo che era un argomento rischioso: E con quella bella tua fidanzata siete sempre in freddo?.
Cavenaghi non le rispose, ebbe quasi la tentazione di andarsene, ma quella mattina aveva bisogno di qualcosa da Elena. Come tutti quelli che avevano fatto il sessantotto pur sotto l'ala del PCI in Cavenaghi si era operata una qualche rottura antropologica sul tema dell'amore rispetto ai pi anziani di lui e forse ai coetanei non rivoluzionati. Prima del Grande Casino, gli innamorati erano innamorati, la gelosia non era socialmente esibita ma privatamente ammessa e in qualche misura sollecitata. Dopo il Grande Casino, almeno per un certo giro e una certa generazione, mostrarsi troppo apertamente innamorati era considerato abbastanza disdicevole. Certo non quanto essere addirittura gelosi.
Naturalmente il giovane Mario aveva visto l'Otello, in particolare quello girato da Orson Welles. Shakespeare gli aveva spiegato moltissimo della natura umana. Ma aveva bisogno di riflettere pi precisamente e contemporaneisticamente sulla possibilit che si consumassero ancora delitti passionali in quegli anni, a Milano, persino in un ambiente ideologicamente depurato come una sezione del PCI.
In giro non poteva parlarne, correva il rischio di attirare l'attenzione sull'indagine. Con Dondi si vergognava di affrontare una simile conversazione. Gi si vedeva il sorrisetto di scherno del vecchio comunista. Gli restava la Elena. Che, dalla sua, era una specie di Doxa. Ogni mattina appena uscita incominciava a zabettare con la portinaia: Quelle scale, non vogliono venire pulite, poi con le sorelle proprietarie dei negozietti sotto casa: un etto di crescenza qua, due fiocchetti per la vestaglia l, poi con la edicolante mentre acquistava una copia dell'Unit, poi con quelle meridionali dei mercati all'aperto: Vorrei due finocchi un po' andanti: costano meno, poi con la cassiera del bar: Un t. Leggero, per favore, poi con la domestica della signora del piano di sopra, con il vigile che stava all'angolo, con la Bernardoni, che doveva occuparsi della tombola nella prossima festa dell'Unit in sezione. E via cos.
E tutto secondo un preciso copione. Prima si affrontavano i bisogni materiali: Uei, io alla mia et con la pensione che mi ritrovo, devo sempre cercare le cose al prezzo pi conveniente. Mica posso fare la sciura. Poi si passava all'elemento centrale di propaganda: I prezzi, caro il mio fieou, diglielo ai cervelloni della federazione:  sui prezzi che conquisti l'attenzione e poi la passione della gente semplice. Io gli faccio sempre notare a tutti quanto questo governo di democristianoni non sia capace di controllare i prezzi. Aumentano in modo pazzesco e intanto i nostri stipendi e salari, per non parlare delle pensioni, se vanno su, lo fanno col passo della lumaca. E il terzo punto erano i sentimenti: Bisogna sempre ricordarsi che le masse - pure la mamma diceva le masse: degenerazione da anni di sezione - sunt di carn e oss, e se te le vuoi tenere legate, ci devi parlare di amori, dolori, soddisfazioni. Stuzzicarla sui suoi dialoghi con le masse per conto del partito poteva essere pericoloso. Si poteva finire sommersi da vagonate di aneddoti scipiti e banali, ma forse qualche ideuzza su quel tema cos rilevante per lui: Si uccide ancora per amore?, forse Cavenaghi poteva riuscire a raccoglierla.
Dopo avere consumato i terribili tortellini della mamma - Cavenaghi non riusciva a capire dove riuscisse a trovarli con un'aria cos vitrea, con un gusto al sapone cos scivoloso - e avere mangiato una fetta di lesso che sembrava di spugna, si fece coraggio e butt l l'interrogativo su amore, gelosia e assassinio. Ripassati mentalmente i materiali delle sue lunghe inchieste, la signora Elena sentenzi: Sopra i quarant'anni la Gianna, la Caterina, l'Eleonora, la Giacinta e la sciura Elisa, sono sicura che se beccassero il marito a tradirle, se scattassero i cinque minuti e magari avessero la possibilit di passarla liscia, lo farebbero volentieri fuori. Sotto i quarant'anni la Clara, la Wanda, la Gilda e la Nori, e persino l'Antonia che  di Catania, mi hanno detto che si limiterebbero a mollarlo.  uno dei temi nei quali la divisione per et  pi chiara.
E opinioni di maschietti, non ne hai raccolte?.
Il vigile Teodoro ha 36 anni compiuti ieri, dice che non ucciderebbe mai una donna per gelosia, cos Egidio, 32 anni, che fa il maestro alle elementari qui dietro e che compra spesso il pesce con me. Forse, per, pensandoci bene, l'Egidio mica mi sembra tanto interessato alle donne. Invece il parrucchiere Luigi, 53 anni, a cui regalo le pagine dello sport sull'Unit se prima si legge l'editoriale di giornata, dice che se pescasse sua moglie con un altro gli scapperebbe qualche rasoiata.
Neanche quel simpatico sociologo e mago della demoscopia che si era appena avvicinato al partito, Gianmarco Paris, avrebbe potuto fargli un'indagine migliore. Sopra i quaranta si ammazza ancora per gelosia, sotto no. Certo, gli restava il dubbio che la natura umana dei trentenni fosse pi varia di quella che s'incontrava in via Pacini e nel quartiere Lambrate. Comunque aveva fatto le due meno un quarto e gli restavano solo tre quarti d'ora per l'appuntamento con Zoncada.
Entrando in tribuna d'onore Cavenaghi vide subito, in fondo all'angolo sinistro, la massiccia figura di Aldo Zoncada: mediamente alto, due spalle larghe come un lottatore, un po' di pancia, una testa tra condottiero rinascimentale e contadino bulgaro, mezzo centimetro di capelli castano chiaro, zigomi all'orientale e occhi azzurri. Non c' che dire. Si distingueva dai fighetti e dai cazzari della tribuna d'onore.
Zoncada era il capo-della-delegazione-PCI-nella Giunta-di-Milano: solo la paranoica psicologia comunista aveva potuto inventare un incarico simile.
Il significato era questo: c'era un vicesindaco, apparentemente il pi importante dei comunisti impegnati nell'amministrazione milanese. Ma c'era un capo-delegazione-in-Giunta che in realt comandava su tutti i comunisti e faceva gli accordi con il sindaco.
La scelta rifletteva senza dubbio lo stile della casa, doppiezza dove era possibile, ambiguit dov'era necessario, non far mai capire che cosa bolliva nel PCI, seminare un gioco di ombre e contrombre su tutto. Gi nella gloriosa Resistenza si era sperimentata una formula simile: il comandante della brigata partigiana poteva essere un indipendente, magari persino un nobile. Ma il commissario, quello che controllava tutto, doveva essere un comunista di lungo corso preferibilmente con esperienza di guerra di Spagna o di esilio a Mosca.
A Milano l'involuta mentalit comunista era stata aiutata dal fatto che si era dovuto decidere tutto in fretta: le amministrative erano andate molto bene ma non c'erano i numeri per una giunta di sinistra. Poi improvvisamente i socialisti avevano comprato un po' di consiglieri. Il vecchio sindaco dello Psi, Andrea Asia, temeva che il PCI facesse una giunta di compromesso storico e mettesse in mora l'ormai consolidato potere socialista. E i comunisti si erano trovati spiazzati, costretti a decidere in tempi strettissimi e per di pi divisi tra loro, perch un pezzo spingeva per l'accordo col Psi e un altro con la Dc.
Alla fine quelli dell'accordo con la Dc persero ma riuscirono a piazzare un loro uomo a gestire l'operazione: altro esempio della deviata psicologia comunista per cui chi perdeva non doveva perdere oltre un certo limite, se no s'incrinava l'unit del partito. Inoltre pesavano i giochi romani tutti orientati a far s che le cose del PCI milanese fossero sempre un po' incasinate, in modo che non decollasse un potere locale troppo forte, tale da infastidire la direzione nazionale.
Cos in dodici ore i perdenti, in realt in maggioranza nella federazione ma messi in riga dalla direzione nazionale, avevano dovuto trovare una soluzione caratterizzata da due criteri: una grande apertura alla societ milanese che aveva regalato una magnifica avanzata al PCI, ma era ancora molto segnata nelle sue lite dalla presenza socialista-riformista e da quella estremista; e una scelta di sicura efficienza che proteggesse gli interessi del partito e del suo elettorato. Non c'era una persona che da sola fosse in grado di soddisfare questo duplice obiettivo e fosse coerente con gli equilibri interni alla federazione? Ebbene, se ne trovarono due che grazie alle magiche capacit organizzative dei comunisti avrebbero funzionato come una sola.
Si nomin vicesindaco un sessantenne architetto, Umberto Billovich, grande protagonista della vita culturale del secondo dopoguerra, uomo delizioso e di vasta cultura, assai competente in tema di trasporti, ma con un'intelligenza molto astratta (distratta dicevano i maligni). Capo-delegazione-in-Giunta venne scelto invece Zoncada, ex bracciante, autodidatta, una delle intelligenze politiche pi brillanti della citt, dalle enormi capacit di lavoro, e determinato nelle decisioni. Ma le cui zeta pronunciate esse e i cui congiuntivi avrebbero creato qualche problema nei salotti su cui il PCI contava di estendere la propria influenza.
Zoncada era uno dei classici esempi di come il PCI riuscisse a promuovere quadri dalla intelligenza vivace e di origini schiettamente popolari. Anche la Chiesa sceglieva tra il popolo una parte decisiva dei propri preti, ma li reclutava ancora giovani, faceva far loro lunghi percorsi di formazione, li trasformava in intellettuali. Il PCI, invece, li selezionava in et pi avanzata, nelle lotte pi che sulla base dell'esibizione di vocazioni culturali.
Sia come sia, Zoncada, da un decennio concentrato sugli enti locali, piano regolatore dopo piano regolatore, bilancio dopo bilancio, delibera dopo delibera, era diventato un genio dell'amministrazione e mangiava in testa a tutti gli espertoni del ramo, anche quelli con fior di laurea.
Cavenaghi lo salut mentre quello lo accoglieva con la sua tradizionale aria impassibile. Sembrava essere sempre a far di conto, pure l nella tribuna d'onore di San Siro. Il contesto era formidabile, tutto lo stadio pieno, uno stadio-monumento spettacolare, a strapiombo sul campo. Chiss se sarebbero mai riusciti a rovinare un edificio cos perfetto con un'erba come un panno di biliardo?
Quando in campo le due squadre si disponevano a iniziare la partita, l'ingegnere si avvicin a Zoncada. Guarda qui chi si vede, il giovane vice della potente commissione probiviri.
Il Milan premeva, erano gli ultimi anni che correva ancora per lo scudetto, sarebbe poi subentrata una fase triste, con presidenti magliari e la serie B. Cavenaghi, non molto tifoso, e l'amministratore comunale, pure lui poco appassionato anche se considerava suo dovere di autorit cittadina farsi vedere spesso allo stadio, seguivano distrattamente quel misto di vecchietti (Rivera, Capello, Bigon, Albertosi) e di giovanotti (Baresi, Novellino, Antonelli) che sembravano volere vendicare la partita del 1973 con la fatal Verona che aveva sottratto lo scudetto ai rossoneri.
Dai, mentre quegli smutandati si affaticano - Zoncada parl assai sottovoce per non essere accusabile di lesa maest - raccontami come posso esserti utile.
Avrei bisogno che scambiassi due chiacchiere con il Palombo, il segretario della Fiera, per capire se secondo lui ci pu essere un qualche legame tra clienti fieristici, prostitute e fiorai, e se in questo ambito pu essere addirittura maturato un delitto.
Gol! Lo stadio esplose. Aveva segnato il vecchio Bigon su un perfetto passaggio di Maldera, il terzino che crossava, un'idea all'olandese maturata nel Milan. Il chiasso imped per qualche minuto a Cavenaghi e Zoncada di parlarsi. Ed era meglio simulare un qualche entusiasmo, per non indebolire i legami del partito con le masse. Pochi minuti, disturbati dal brivido che l'ex Calloni procur al quasi quarantenne Albertosi, e i due dirigenti del PCI poterono riprendere la loro conversazione. Tra l'altro era finito il primo tempo.
Palombo  senza dubbio affidabile e conosce tutto della Fiera, dall'ultimo posteggiatore ai pi alti dirigenti.  uno a cui abbiamo fatto un favore pesante: il voto di un nostro compagno della Cna  stato decisivo per la sua segreteria. Il suo posto lo voleva un socialista. Gi un paio di volte, per esempio quando quel rompicoglioni di Scaravella, come sempre appoggiato dalla Marella della direzione del partito, chiedeva sostegno per conquistare la cattedra di Sociologia del tempo libero qui a Milano, lui si  speso per noi. Per governare quel bordellone della Campionaria ha un rapporto strettissimo con il commissariato che si trova proprio a fianco della Fiera nonch con il ministro dell'Interno. Chiedergli questa informazione, dunque, non  un problema e la risposta sar sufficientemente precisa. Magari su questo giro di squillo dovresti sentire Cossoni del sindacato spettacolo, segue il settore entraneuse. Potrebbe sapere qualcosa.
Organizziamo persino quelle signorine l? domand stupito Cavenaghi.
Organizzare bene, organizzare tutto. Ma adesso lasciami guardare la partita.
Dopo una maga di Rivera e un gol di rapina dei veronesi, segnato da Antoniazzi, la partita fin due a uno a favore dei padroni di casa. Zoncada e Cavenaghi si avviarono verso l'uscita mentre i tifosi si attardavano a festeggiare i beniamini.
Erano le 18 e 30 quando Cavenaghi, vestito grigio e cravatta rossa-sette novembre, si present all'entrata del consolato sovietico e consegn il suo invito con tanto di magnifica intestazione sbalzata in oro e rosso. Cccp, allori, falce e martello. Due omoni addetti agli ospiti lo portarono rapidamente in una sorta di grande garage, pur in una zona di eleganti villette, aperto su un giardino, con tavoli imbanditi di tartine, vodka e champagne crimeano: tutto sommato un ambiente squallido.
Si vedeva che erano figli di una rivoluzione proletaria. Oltre al locale del ricevimento, alle tartine malmesse, c'erano i funzionari e dirigenti del consolato, quasi tutti con abiti strapazzati, colletti delle camicie asimmetrici, polsini sdruciti.
La vecchia eleganza zarista era stata sostituita da quella di una generazione di figli di contadini che non si erano integrati a un'lite ma l'avevano bruscamente sostituita-soppressa senza avere il tempo e la volont d'imparare le buone maniere. Solo qualche raro sovietico con i tratti delicati sembrava avere ancora qualcosa dello stile dell'aristocrazia russa: talenti sopravvissuti all'epurazione. O pi spesso agenti del Kgb residenti da tempo all'estero, che cos avevano affinato i loro modi.
Certo magari era valsa la pena di perdere quello stile da Giardino dei ciliegi dei loro aristocratici, per superare secoli di sfruttamento, quelli che avevano consentito cos incantevoli incarnati. Per non si poteva fare a meno di notarlo.
Nel garagione non mancavano i dirigenti dei gruppi industriali italiani pi impegnati in traffici con l'Unione Sovietica. Qualche funzionario della Farnesina, un ministero da sempre attento a ci che si muoveva a Mosca, qualche esponente della Dc. Ma soprattutto una ventina di uomini del PCI di Milano.
La togliattiana unit nella diversit del movimento operaio internazionale, le divergenze sull'intervento del Patto di Varsavia a Praga, il lancio dell'eurocomunismo, la denuncia della presenza di tratti d'illiberalit nei regimi socialisti, qualche frasetta un po' contorta sul valore universale della democrazia, la Nato come ombrello protettivo, le perplessit sulla politica sovietica in Afghanistan e Polonia: erano state pi di una nell'ultimo decennio le contrapposizioni tra Cremlino e Botteghe Oscure. Ma al fondo nel gruppo dirigente, e ancor pi tra gli iscritti al partito, si considerava il legame tra PCI e Mosca, come fondamentale: senza la Rivoluzione d'Ottobre il movimento comunista in Occidente non ci sarebbe stato. Il duro realismo dei comunisti, che consentiva non raramente atteggiamenti pi moderati rispetto a quelli di altre forze di sinistra, nasceva da una certezza: il comunismo poggiava su fondamenta solide che permettevano ogni spregiudicatezza possibile senza per mai perdere l'anima. E fondamento di queste fondamenta era l'Unione Sovietica. Mosca non era uno dei tanti riferimenti, era la base dell'esistenza stessa del movimento comunista internazionale di cui bene o male i comparti dei vari Paesi si sentivano segmenti. L i contadini erano diventati ministri, generali, ambasciatori. L il popolo era diventato padrone, trasformando la Russia nella seconda potenza industriale e militare del mondo, mandando per primi nello spazio Gagarin.
La convinzione che l'Unione Sovietica fosse finita su un binario morto era diffusa tra i comunisti italiani assieme alla consapevolezza che bisognasse cercare una via d'uscita. Quelli proprio certi del suo cattivo stato di salute, pensavano comunque non ad abbandonarla, ma a curarla, ricoverarla. Quasi sicuri che si sarebbe riformata. Era una cosa che i compagni di strada, quelli che pensavano di utilizzare, cambiare, orientare il PCI (e venivano sistematicamente utilizzati, orientati e cambiati dal PCI) non percepivano. Sfuggiva loro la profondit del legame tra il partito italiano e Mosca, e cos si rimuoveva il come le posizioni che i comunisti italiani volta a volta prendevano, erano comunque condizionate da questa realt. Tanti di questi compagni di strada pensavano che alla fine si sarebbe riusciti a far uscire il PCI dalla tana in cui era cresciuto. Ma non si rendevano conto che se non fosse cambiata completamente la realt internazionale, il comunismo italiano non sarebbe stato in grado di autorigenerarsi. Chi dall'interno sognava la socialdemocratizzazione del PCI, sapeva con quanta circospezione dovesse alludere ai propri sogni per non essere emarginato.
E dunque, eccola l, in via Masaccio, la crme de la crme comunista milanese a rendere omaggio al colpo di Stato leninista del 7 novembre del 1917, a fremere all'inno sovietico, solenne e minaccioso, Soyuz nyerushimiy ryespublik svobodnykh / Splotila navyeki vyelikaya Rus' / Da zdravstvuyet sozdannyy voley narodov / Yediniy, moguchiy Sovyetskiy Soyuz!. Questo era l'inizio dell'inno che pressappoco si traduceva cos: Indistruggibile Unione di Repubbliche nate libere / La Grande Russia fu saldata per rimanere in piedi per sempre / Creata nella fatica per volont del popolo / Unita e forte, la nostra terra sovietica!. E subito dopo a ingozzarsi di grigie tartine (ma coperte di eccellente caviale) e a bere, in sfida con quegli ubriaconi dei funzionari del consolato sovietico, vodka alla salute della rivoluzione.
In fondo al garage, coccolato dal console, c'era Canino, l'eminenza grigia del PCI milanese, sei anni di studi all'Universit di Economia di Mosca, un profilo sempre pi grifagno, gli occhi piccoli e stanchi, un vestito di buon taglio con una camicia un po' troppo grigia. 45 anni, ex studente, una carriera politica tutta nel PCI, era un esponente dell'ala pi riformista del partito ma molto legato all'Unione Sovietica. Di cui frequentava la massima nomenklatura. In quegli anni era responsabile della sezione Esteri del partito e in questo ruolo litigava costantemente con l'uomo del Politburo del Pcus incaricato dei rapporti con gli altri partiti comunisti, Boris Ponomariov, e il suo secondo, il ben pi acuto e preparato Vladimir Volodin, che seguiva solo quelli dell'Europa occidentale e che di tanto in tanto si poteva incontrare a casa di Canino, un appartamento in una cooperativa a Niguarda, a cucinarsi due spaghetti.
Cavenaghi individu rapidamente Dondi e con lui si avvicin a Canino che li salut: Eil, c' pure il giovane vice. Una delegazione, dunque.
Avremmo bisogno di parlarti.
Qui?. E con gli occhi fece capire che in quel posto la loro conversazione sarebbe stata ascoltata da almeno due o tre servizi.
Facciamo due passi a prendere le sigarette propose Dondi. Il console aveva appena finito di pronunciare alcune dimenticabili parole sulla Rivoluzione d'Ottobre e il concerto che concludeva la celebrazione si sarebbe tenuto tra un'ora.
Per strada a qualche isolato dal consolato i due della commissione probiviri spiegarono bene a Canino di cosa avevano bisogno. Un'informativa sui rapporti tra i becchini iscritti al PCI e gli spacciatori della Sacra corona unita. E forse, attraverso i gesuiti, un prete del cimitero poteva fornirla con una qualche attendibilit. Serviva poi un chiarimento con i sovietici sugli incontri tra il fidanzato dell'assassinata Calchi e un uomo del Kgb a Milano.
Per quel che riguardava la consultazione dei gesuiti, spieg Canino, non c'erano problemi. Probabilmente gi luned mattina sarebbe andato a trovare il suo amico del San Fedele ed era sicuro che avrebbe avuto una risposta rapida. Anche la faccenda che coinvolgeva il Kgb si poteva affrontare in poco tempo. Doveva andare a Mosca in settimana per discutere ancora del discorso del segretario nazionale e delle sue conseguenze, in quell'occasione avrebbe recuperato le informazioni necessarie. Si stanno mettendo male i rapporti? chiese Dondi con il tono di uno che si informa della salute della nonna. Beh, un po' di problemi ci sono. Ma giudica tu: se fossimo sul punto di una rottura, il consolato avrebbe anticipato di un giorno la celebrazione del 60 della rivoluzione per potere essere il 7 novembre alla manifestazione milanese con Regazzi?. Comunque, concluse Canino, era meglio affrettarsi che il terribile concerto stava per partire. Non si potevano offendere i compagni sovietici sottraendosi allo strazio.

Luned 7 novembre
Canino aveva chiamato alle 9 padre Augusto Tacchi, presidente del ben noto Centro San Fedele, e il gesuita gli aveva detto di essere subito a sua disposizione: quindi il dirigente del PCI chiam il fido autista, Lino Ronchi, ex operaio, lodigiano, partigiano e poi funzionario del partito, specializzatosi come accompagnatore-guardia del corpo, nonostante fosse alto un metro e 55, di dirigenti del PCI.
Gli autisti rappresentavano figure fondamentali nella vita dell'organizzazione comunista. Al di l della loro funzione visibile, avevano il compito pi o meno istituzionale di tenere un rapporto confidenziale tra i capi e la base, ed erano spesso fonte d'informazione privilegiata per i dirigenti comunisti. Un prestigioso leader del PCI, Gianfranco Regazzi, gi giovanissimo antifascista, a lungo incarcerato dal regime, poi coraggioso partigiano e infuocato animatore delle campagne pi dure del PCI, aveva come suo punto di riferimento a Milano un vecchio militante, partigiano diventato poi autista del partito: Federico Bereguardo, che quando non accompagnava Regazzi vagolava tutto il giorno nei corridoi della federazione per raccogliere pareri, critiche, pettegolezzi da raccontare a quella peste di Regazzi quando questi arrivava in citt.
Ronchi svolgeva una funzione analoga per Canino: i due sembravano Snoopy (Canino) con l'uccellino Woodstock (Ronchi). Insomma, come in tanti altri casi, niente era quello che appariva. Persone a cui non avresti dato un soldo, in realt con i loro rapportini riservati, contavano molto di pi di dirigenti assai esposti al giudizio della pubblica opinione.
Mentre da Niguarda risaliva tutto il centro milanese, lungo viale Sarca, piazza della Repubblica, passando per la via Monte Napoleone ed entrando nell'arteria storica del centro urbano, via Manzoni, Canino pensava a quanti anni prima risalissero i suoi rapporti con Tacchi.
Era stato dopo il Sessantotto quando il PCI, prendendo le distanze dall'invasione di Praga e criticando le esasperazioni della contestazione giovanile, era apparso una forza sempre pi di governo, che i gesuiti si erano decisi a passare da rapporti molto sporadici e per canali limitati (innanzi tutto i cattolici comunisti rodaniani, peraltro ben diversi dai futuri cattocomunisti) a un dialogo pi sistematico con il vero e proprio gruppo dirigente allargato del PCI. Si scambiavano cos richieste di ampio respiro: Che cosa far l'Unione Sovietica in Etiopia, spinger il governo a rispettare le nostre missioni? Non potete aiutarci?. O, sull'altro versante: Gli studenti greci in esilio in Italia, e vicini pi alla linea del nostro partito che a quella filosovietica del loro, si domandano perch il centro culturale dei gesuiti ad Atene abbia un rapporto cos ambiguo con il regime dei colonnelli, Non potete intervenire sull'Avana perch non dia fastidio ai nostri padri?, I sovietici ci chiedono di dirvi che in Polonia non dovreste spingere a rivolte disperate: non  nell'interesse di nessuno. Ricercavano pure favori minuti: Il Pio IX avrebbe bisogno di acquistare un terreno per una piscina a Sesto San Giovanni, potrebbe mettere una parola buona con l'assessore comunista all'Urbanistica?, Il nostro compagno professore Giovazzana deve preparare una ricerca sull'Aretino e gli fanno storie per aprirgli una sezione speciale della Biblioteca Vaticana.
Dopo quasi dieci anni di incontri riservati, tra il gesuita e il comunista si era stabilita una certa familiarit, quella che ci poteva essere tra due maestri della dissimulazione. 
Padre Tacchi ogni tanto scherzava: Se non ci foste voi, saremmo disperati. I protestanti vivacchiano, i massoni si occupano solo di affari, gli islamici di petrolio, solo i comunisti sono ancora un nemico che giustifichi la nostra esistenza. Voi donate alla gente una speranza che alla fine non potrete mantenere, e quando questo sar evidente le persone che vi seguono si rivolgeranno a noi, riempiendo le chiese dei Paesi che ora se la danno da atei. D'altra parte se voi non aveste acceso questa speranza sia pure materialistica, tanti si occuperebbero solo di frigidaire e Mike Bongiorno. Sono un po' preoccupato per quando scomparirete, un po' persino per la salute mentale dei miei confratelli: gi li vedo trasformarsi in terzomondisti esasperati, in ideologi astratti, in forsennati giustizialisti. Solo la vostra presenza d loro ancora la necessaria disciplina mentale, gli evita di impazzire dietro alle tendenze pi esasperate.
Canino dalla sua, rispondeva: Dovrebbe venire a Frattocchie a tenerci qualche corso. Thomas Mann ha ben raccontato come il rigore analitico e la disciplina di vita dei comunisti debbano tanto alle regole dei gesuiti. Un nostro illustre compagno dice che il vostro motto perinde ac cadaver  perfetto per descrivere il senso della nostra militanza. Quando il padre gesuita, invece, lo prendeva in giro, il dirigente comunista lo controsfotteva cos: Avete un magnifico auditorium, fate un cineforum prelibato, le vostre mostre artistiche sono di prima qualit, avete persino difeso Otto e mezzo di Fellini per evitare che il regista finisse sotto la nostra influenza e vi siete presi cos una sacrosanta lavata di testa dal Vaticano, che non ama le sporcaccionate. Forse solo la Cia ha speso pi di voi per impedire che la cultura italiana cascasse in mano nostra. Eppure i risultati che a voi costano sforzi enormi, da noi un giovanetto foruncoloso messo da qualche mese alla Casa della Cultura li realizza in poche ore. Dovreste studiarvi meglio Gramsci e soprattutto Togliatti per capire come funziona l'egemonia culturale.
Stimati nemici, cos si sentivano i due e speravano che questo stato di grazia potesse durare per sempre, e mai pi fosse necessario trasformare una contrapposizione istituzionalizzata e collaborante in uno stato di ostilit aperta.
Intanto quel luned la contrapposizione collaborante funzionava ancora e, contento di questo, Canino attravers senza remore l'alto, scuro cancello di ferro battuto affiancato alla maestosa chiesa barocca di San Fedele, dietro il palazzo del Comune milanese, simbolo dei gesuiti nella citt dal Seicento, e si diresse verso il severo studiolo di padre Tacchi.
Il padre gesuita accolse con un largo sorriso il dirigente del PCI, e prima che quello aprisse bocca, gli chiese un paio di favori-informazioni che avrebbero costituito il prepagamento per l'informazione-favore la cui richiesta era stata annunciata da Canino: Avete qualche legame con i guerriglieri comunisti dell'Indonesia che stanno infastidendo una nostra missione? Credo siano stati finanziati dai cinesi ma che abbiano qualche rapporto con Mosca e Hanoi. E mi scusi se passo subito dalle stelle alle stalle. Sa a chi mi posso rivolgere per il nostro seminario di Senago, citt ora amministrata da voi, che vorrebbe metter su una bocciofila e incontra tanta resistenza?.
Per l'Indonesia, Canino inform Tacchi che nei giorni seguenti si sarebbe recato a Mosca e avrebbe sentito che cosa avevano da dirgli i sovietici. Per Senago, conosceva il sindaco del PCI e l'avrebbe chiamato nel pomeriggio. Ora toccava a lui presentare le sue richieste: da una parte interrog Tacchi sull'atteggiamento che il Banco Bilbao, molto influenzato dai gesuiti, aveva verso le cooperative comuniste spagnole appena uscite dalla clandestinit. Gli uomini di Santiago Carrillo avevano avuto un buon rapporto con i gesuiti baschi durante la lotta al franchismo, ma ora non riuscivano a dialogare a sufficienza e avevano chiesto un aiuto agli italiani. Esaurito il quesito internazionalista, Canino si concentr sulla questione Cimitero Monumentale, spiegando che gli servivano notizie certe sulle eventuali reti di criminalit organizzata operanti tra le tombe e in particolare di informazioni sicure sui comportamenti di un becchino (il purista Canino us il termine necroforo) iscritto al PCI, Tonio Ruvo, se ci fosse qualche sospetto di suoi legami con la malavita, quesito a cui i comunisti, pur essendo superorganizzati, non riuscivano a rispondere almeno nei tempi brevi in quel momento indispensabili.
Arriv il t che Tacchi aveva ordinato: entrambi apprezzavano quella bevanda. Assai pi del volgare caff. Era un'abitudine che il gesuita aveva contratto a Madras e Canino a Mosca. Si lasciarono cos, senza avere preso nessun appunto. Le tecniche mnemoniche facevano parte della formazione di entrambi.
Uscito Canino, Tacchi si mise al telefono e chiam in curia monsignor Angelo Montuori. Pronto Montuori, ciao, sono Tacchi, qualche mese fa ho ascoltato una relazione a un convegno della Curia sul Decadimento dei luoghi della piet, molto informata su usi e costumi in atto al Monumentale, ti ricordi chi parlava e sai dove posso rintracciarlo?. S, mi ricordo bene: era un intervento di don Vanni Chiocci, un giovane trentenne vice del responsabile cappellani, monsignor Remigio Bertini. Lo trovi in Curia.
Tacchi chiam subito don Chiocci che lo inform come la sua relazione fosse stata preparata con il contributo decisivo di don Furio Galli, cappellano al Monumentale, un vecchio prete da funerali, un po' stanco ma molto sveglio, che sapeva tenere bene sott'occhio la realt in cui operava. Un cappellano da sempre sul campo di battaglia, ma che sa essere molto riservato quando gli viene richiesto. Tacchi chiese a Chiocci se poteva chiamare lui stesso don Galli e chiedergli un appuntamento il pi presto possibile.
Dieci minuti dopo l'incontro era fissato per il pomeriggio alle 14 e 30. Doveva entrare dal lato sinistro del cimitero e a cento metri avrebbe trovato don Galli.
Cavenaghi, arrivato in federazione, per prima cosa telefon a Lele Ciriello, segretario provinciale della Cgil enti locali, dicendogli che voleva chiacchierare sull'organizzazione della conferenza dei lavoratori del Sempione e i problemi del Cimitero Monumentale. Ciriello era un ex vigile, col physique du rle da guardia municipale (1,85, sui 90 chili, due baffi folti ma curati, capelli neri tendenti al grigio nonostante i suoi 37 anni), si era man mano imposto come dirigente sindacale nella categoria dei dipendenti comunali per il suo senso pratico. Si trovarono al terzo piano in un salottino vicino alla sala riunioni dove era in corso il direttivo provinciale della Cgil. Cavenaghi illustr il piano per la conferenza dei lavoratori comunisti, e chiese in questo quadro che cosa si poteva dire e proporre sul Monumentale, sulla sua organizzazione, sulle condizioni di lavoro e sulla capacit di rispondere alla domanda cos delicata dei loro particolari clienti.
Ciriello, che si era preparato per il colloquio, gli illustr quali erano le prospettive del sistema cimiteriale milanese e specificatamente quale era il ruolo del Monumentale e dei suoi lavoratori. Molte cose Mario gi le conosceva, quel mattino alle 9 prima di venire in Camera del Lavoro aveva fatto ancora un salto alla vicina Biblioteca Sormani, dove aveva potuto sfogliare una raccolta della rivista Oltre, organo dell'associazione delle pompe funebri milanesi. Aveva studiato i bisogni di tombe della citt fino al 2000 (una programmazione a lunga gittata), i modi per aumentare la qualit del servizio nel rispetto del dolore dei parenti e la produttivit del lavoro. Con quegli appunti, fece la sua figura dialogando di organizzazione cimiteriale con l'ex vigile, finch gli sembr arrivato il momento per buttare una domandina pi mirata sulla posizione di Tonio Ruvo. Spieg il riferimento al becchino pugliese dicendo che siccome questi era un attivista della Sempione lui pensava di dargli un ruolo nella conferenza. Per aveva sentito qualche brutta storia sul suo conto.
Ciriello gli conferm come qualche anno prima ci fosse stato quello scandalo di alcuni becchini collegati agli spacciatori. Il sindacato aveva in quel luogo di lavoro un nucleo di iscritti tutti pugliesi, tutti dello stesso paesino, molto solidali tra loro e in qualche modo pure con quelli incriminati. Non era stata possibile un'inchiesta approfondita perch c'era una sorta di omert che copriva quei due o tre lavoratori presi con le mani nel sacco dello spaccio.
Tramite qualche amico in commissariato di zona si era cercato di capire meglio chi era potenzialmente coinvolto nell'attivit criminale vera e propria. E il parere dei poliziotti era che la gran parte dei becchini pugliesi al lavoro al Monumentale non c'entrasse con i reati pi gravi. Qualcosa d'illegale la facevano senza dubbio in tanti, ma si trattava di colpe minori come privilegiare una ditta rispetto a un'altra nell'offerta delle lapidi ai parenti dei defunti o sottrarre un po' troppo rapidamente i fiori dalle tombe portandoli ai fiorai perch li rivendessero, mettendosi in tasca un po' di soldi in nero. Certamente, queste erano abitudini diffuse. La vendita di droga invece era faccenda che riguardava solo pochi disgraziati.
Comunque da quei giorni il gruppetto dei pugliesi era guardato con qualche diffidenza dai funzionari della Cgil enti locali, diffidenza non ancora superata. Certo, poi, la famiglia dei Ruvo era una famiglia di vecchi comunisti, gi attivi in Puglia, grandi organizzatori di scioperi bracciantili. Il patriarca della famiglia a Milano era un ottimo militante del partito e del sindacato in fabbrica. Un rapporto con Tonio Ruvo poteva probabilmente essere tenuto senza grandi rischi.
Cavenaghi concluse che voleva sentire un altro paio di persone, poi l'avrebbe chiamato nel pomeriggio per chiedere di aiutarlo a fissare un incontro col Ruvo.
Padre Tacchi chiese al portiere che si trovava all'entrata laterale del cimitero dove trovare don Galli. Guardi, se lei passa la cappella dei Borgieri, volta a sinistra, la terza tomba a sinistra c' un viottolo che porta a una cappella pi grande, con un piccolo stabile accanto, l trover don Galli.
Padre Tacchi percorse i sentieri tracciati dalle tombe, prov quasi piacere nel camminare in un luogo finalmente tranquillo nel milanese. Cinque minuti pi tardi si trov di fronte a un robusto prete sui sessant'anni, con una tonaca grigiastra a causa della polvere dei viali cimiteriali e degli scarsi cambi di vestiario, con i capelli bianco cenere un po' lunghi.
Dopo una rapida presentazione, il padre gesuita pass brutalmente all'argomento che lo interessava: Mi dica, che consistenza ha avuto l'organizzazione criminale che usava il cimitero per traffici di droga?  stata completamente smantellata? Aveva un qualche ruolo Tonio Ruvo?.
La Sacra corona unita aveva costruito una bella base d'appoggio qui nel cimitero ma  stata smantellata. I poliziotti sono stati delusi dal fatto che molti colleghi degli arrestati non collaborassero. Ma vengono tutti dalla stessa piccola citt e si sarebbero sentiti traditori. Oggi non ci sono pi persone nel cimitero con legami con gli spacciatori di eroina. Quanto a Ruvo l'unico suo grave difetto  di essere un comunista, anche se poi resta un cattolico praticante, ed  stato tra i pochi tentati di collaborare con i poliziotti. Non c'entra assolutamente con quei fatti criminali. Pur se non manca di organizzare affarucci paralleli al suo lavoro ufficiale.
Come fa a essere cos sicuro, don Galli? Chi ha rapporti pi diretti dei suoi con Ruvo manifesta grossi dubbi. Da dove le viene questa certezza?.
Vede, io non posso riferire precisamente sulle mie fonti per un vincolo insuperabile, il segreto del confessore. Per sono in grado, senza svelare cose riservate, di farmi un punto di vista certo grazie al rapporto particolare che ho con becchini e loro familiari.
Beh, pens Tacchi, su questo prevaliamo ancora noi rispetto agli organizzatissimi comunisti: a Dio non si mente, al partito s, e ringrazi Galli per le sue sintetiche ma efficaci risposte. Dopo una ventina di minuti era gi nel suo studiolo al Centro San Fedele e telefon subito a Canino. Lo inform delle risposte, e ricevette un telefonico, graditissimo, via libera per la bocciofila di Senago.
Canino a sua volta chiam Dondi che chiam Cavenaghi che chiam Ciriello. Nel giro di una mezz'ora fu organizzato un appuntamento tra Cavenaghi e lo scagionato Ruvo. Si sarebbero visti la mattina dopo al Cimitero Monumentale.
Tra venerd e domenica erano stati ascoltati per telefono o di persona gli ultimi tra quelli registrati dalla rubrica della Calchi. Gli zii, le zie, le cugine e la sorella. Tutti fuori Milano il 31 ottobre, giorno dell'omicidio. Furono contattati poi i medici della Calchi: il ginecologo Finzi Remo, il dentista Aldobrandini Casimiro, il medico del servizio sanitario Trenti Franca, magari l'assassinata aveva fatto qualche confidenza ai suoi dottori. E invece niente. Furono chiamate le ex compagne di scuola. Ancora niente. I suoi ex fidanzati, compresi quelli che si erano fatti rivedere (come il giovane riccetto, tal Forti Alex, quello che non voleva essere intercettato dalla portiera). Tutti avevano un alibi per il luned maledetto e non avevano confidenze da riferire. Qualche notizia venne solo dai bancari con cui aveva rapporti la fioraia, interrogati sui soldi misteriosi. Venne interpellato un architetto, Lucaretti Marco, dell'impresa Ravani, per farsi spiegare a che titolo aveva avuto rapporti con la Calchi. L'architetto parl di un incontro a una festa dell'Unit. Insomma tanto lavoro, ma nessuna conclusione.
Erano stati messi insieme, poi, i dossier su spaccio della droga e Cimitero Monumentale, quelli su edicole e chioschi di fiori usati per lo spaccio (sull'argomento un rapportino della Narcotici, con foto sui commerci clandestini individuati). C'era un verbale dell'interrogatorio di Nicoli Oronzo, il capo degli spacciatori-becchini pugliesi, sentito a San Vittore: non sapeva niente su nuovi traffici di droga e affermava che ai tempi dei suoi crimini non aveva mai usato alcun fioraio come supporto allo spaccio di eroina.
Ai dossier era acclusa una nota della Narcotici: in caso di dubbi ascoltare don Galli della cappella del Monumentale, l'osservatore pi dotato di fiuto sugli spacciatori nell'area Cimitero. Modena fiss con il prete un appuntamento per marted 8 novembre.
Intanto l'unico debolmente sospettabile continuava a essere il fidanzato della fioraia. Si era contraddetto su tre, quattro punti. Non aveva un alibi. Ma gli indizi erano miserevoli, per non parlare del movente. Alle 16 l'indiziato sarebbe arrivato in commissariato.
Per il resto la sola vera anomalia emersa nell'indagine era il libretto al portatore, intestato a un nome di fantasia (Margherita, creativit limitata per una fioraia) con un conto di ventisette milioni presso la Banca Popolare di Gorgonzola. Il rapporto di un esperto della guardia di finanza spiegava come un chiosco che incassava circa 20 milioni all'anno, con un reddito netto dalle tasse di cinque milioni, non poteva nel giro di due anni e mezzo produrre un patrimonio di 27 milioni con annesso progetto di comprarsi una casetta a Santa Maria di Leuca. Quest'ultimo desiderio documentato da una corrispondenza, anche questa scoperta nell'appartamento della Calchi, con un'immobiliare pugliese e poi confermato telefonicamente dal venditore prontamente rintracciato, tal Bortoni Pasquale.
Il bancario della Popolare di Gorgonzola in rapporto con la Calchi, individuato dopo una breve indagine nel ragioniere Gotti Guidalberto, aveva raccontato come Margherita gli portasse i soldi una volta alla settimana e sempre centomila lire in pezzi da mille. Questi i suoi depositi abituali, tranne due versamenti da dieci milioni e poi un altro da otto milioni. E sempre cash. Due flussi distinti di denaro e, forse, quindi, due fonti di approvvigionamento diverse, consider Modena.
Insomma un mistero nel caso Calchi era venuto a galla, ma sinora non se ne riusciva a ricavare una pista da indagare.
Meno male che almeno il giudice istruttore Nando Frentani non era invadente. Era ancora uno di quei magistrati un po' conservatori, non particolarmente alacri, che per sapeva come le indagini dovessero essere eseguite materialmente dalla polizia. Non faceva parte della combriccola dei sessantottini che stavano man mano facendosi spazio, magari grazie a influenti parenti, e che si erano messi in mente di fare la rivoluzione per via giudiziaria, visto che gli operai stavano tutti diventando lazzaroni riformisti.
Ma se il giudice istruttore non dava fastidio, Farias, invece, l'avvocato-eminenza grigia del PCI, si era gi fatto vedere due volte. Sembrava quasi voler far intendere che i comunisti erano un po' seccati per la lentezza dell'inchiesta.
Alle 16 arriv Gandolfi e fu condotto in una stanzetta in fondo a un lungo corridoio, arredata con un tavolino, una macchina da scrivere, una lampada al neon e una da tavolo, tre sedie.
Gandolfi Enzo, nato a Bergamo il 6 maggio del 1949, diplomato all'Istituto tecnico Volta di Bergamo, professione idraulico, residente a Milano in via Ravizza 9. Conferma?.
Gandolfi conferm.
La signora Giannini Lorena, custode dello stabile di corso Vercelli 22, residenza della deceduta Calchi Bruna, sul cui assassinio l'ufficio qui rappresentato indaga, interrogata ha detto che lei frequentava l'assassinata in modo stabile e continuato da almeno ventiquattro mesi. Conferma?.
Gandolfi riconferm.
Si pu dire che eravate fidanzati?.
In un certo senso, anche se nel nostro ambiente il termine fidanzati non si usa proprio.
Che cosa vuol dire?.
Il termine fidanzato ha un sapore di vecchio, da borghesi.
Gli operai non si fidanzano?.
S, ma quel certo perbenismo che il termine implica viene da una cultura vecchia, appunto borghese che poi influenza gli operai.
Senta, qui non teniamo corsi di marxismo. Torniamo ai fatti: intendevate sposarvi?.
Ecco appunto, il matrimonio secondo noi faceva parte di una logica arcaica, pensavamo a rapporti pi liberi.
Ma dal punto sessuale c'era una relazione piena.
Sostanzialmente s.
Mi spieghi, rispondere s senza accompagnarlo con quel sostanzialmente che lei ha aggiunto, sarebbe borghese? O nella sua frase c' qualcosa di diverso da una risposta puramente affermativa?.
Il fatto  che il nostro rapporto era innanzi tutto culturale e poi per cos dire sessuale.
E a lei scocciava tutto ci?.
Non era il problema.
Ma era un problema?.
No, o meglio solo in parte. Per il sesso c'erano pure altre. Ma solo con la Bruna mi trovavo bene a parlare, a recitare, ad andare a teatro.
Insomma il sesso non creava tensioni tra di voi.
No.
Neppure quando lei aveva rapporti con altri uomini.
Non succedeva cos di frequente.
Era disinteressata al sesso?.
No. Ma era pi interessata ad altre cose.
Lei, dunque, non era geloso.
No, la gelosia  una cosa ridicola.
Non proprio tutti sono di questo parere. Lei non ha mai fatto scenate alla Calchi perch le preferiva qualcun altro?.
Non ho mai fatto scenate alla Bruna per nessun motivo.
E non ha idea su chi potesse fargliene?.
Era una ragazza molto amata.
Ma  stata assassinata.
Non riesco a pensare chi possa essere stato.
Nessun nemico?.
Nessuno, credo, da ammazzarla.
Qualche nemico, s, per.
Era una impegnata militante politica, qualche inimicizia se l'era fatta.
Per esempio?.
 inutile che le ricordi le sue battaglie contro i grandi floricultori monopolisti, contro gli speculatori di piazza 6 Febbraio, e le liti contro il cambio di direzione della via Poliziano.
Mi hanno parlato di tutte queste vicende ma non ne esce il nome di nessuno interessato o desideroso di uccidere la Calchi. Ha qualche persona da indicarmi che avesse litigato duramente con la sua, per dirla borghesemente, fidanzata?.
Non posso esserle d'aiuto.
E i soldi nascosti della Calchi sa da dove venivano?.
Che soldi?.
Quelli con cui la Calchi si voleva comprare una casa a Santa Maria di Leuca.
Quattro soldi che le aveva lasciato una zia morta tre anni fa.
Non proprio quattro soldi e la mamma dice che le sue zie erano tutte delle spiantate.
Lei sa come sono queste donne del popolo, mettono via soldi tutta la vita e poi li lasciano alla nipote preferita.
La sigla I sull'agenda degli appuntamenti della Calchi, sigla che ricorre spessissimo, praticamente ogni settimana, ha idea a chi si potesse riferire?.
Non lo so.
Passiamo a un altro argomento: lei sa sparare?.
Non penser mica che possa essere io l'assassino... Per me la Bruna era la persona pi importante del mondo.
 inutile che le spieghi come la polizia debba dubitare sempre. Sa sparare?.
Ho fatto il militare in fanteria, in Friuli, come soldato semplice nel reggimento Legnano. So usare quegli scassatissimi fucili che l'esercito ha in dotazione. E abbastanza male.
Non un mitra?.
Si figuri.
Ha un motorino?.
S.
Nero?.
Rosso.
Dov'era luned 31 ottobre alle 7 del mattino?.
Stavo dormendo, avevo fatto tardi la sera prima.
Con la Calchi?.
No. A Bergamo, con vecchi amici dell'istituto tecnico.
Quelli del giro terrorista?.
No, ormai non frequento nessuno dei pi scatenati.
La sua casa  in via Ravizza al 9, come abbiamo appurato prima, un luogo non lontano dal chiosco della Calchi.
S.
A che ora  uscito di casa?.
Alle 8 e mezza, dovevo andare a fare un lavoro in una villa a San Siro, ma mi hanno telefonato che era successo qualcosa alla Bruna nel suo chiosco.
Chi l'ha chiamata?.
Non mi ricordo bene, mi sembra uno della sezione. Forse il Valerio, forse il Carlo.
L'uccisione della sua fidanzata o meglio della sua ispiratrice  stato un fatto terribilmente traumatico per lei, cos mi ha spiegato, come fa a non ricordare chi le ha dato un annuncio cos importante?.
La testa mi ronzava, avevo bevuto molto la sera prima.
Ma comunque ha ricevuto una telefonata, le ripeto, da chi?.
Mi hanno detto poche parole in fretta e in modo concitato, sono stato colpito come da un fulmine e mi sono concentrato su quello che mi dicevano non su chi me lo diceva.
Poi mi dar qualche nome di quelli con cui ha bevuto la sera prima. Uscendo non ha visto nessuno?.
No, non ho una portineria.
Lei comprender che i suoi vaghi ricordi non la mettono in una buona luce.
Non so cosa dirle.
Cerchi in sezione chi l'ha chiamata e me lo riferisca. Intanto non abbandoni la citt. Modena non fece a tempo di liberarsi di Gandolfi che nella sua stanza entr Farias, con tutta la sua arietta supponente. 
Allora, ispettore, qualche novit?.
L'ispettore gli illustr la vicenda del libretto al portatore e fece un accenno al riccioluto biondo-grigio con la faccia scavata. Raccont che Gandolfi non aveva alibi. E infine osserv come vi fosse una pista, purtroppo ancora molto vaga, che portava a Epaminonda, con sospetti sia di spaccio di droga sia di organizzazione della prostituzione. Questa era l'ipotesi che meglio spiegava il tipo di violenza scatenata. Ma non c'erano sufficienti indizi per imboccarla con sicurezza. Erano tutte notizie sotto segreto istruttorio, ricord a Farias.
Ma bisognava pur tranquillizzare quelli del PCI, ramment a se stesso. Se a questo compito di tener buoni i comunisti non ci pensava da solo, e da solo gi ci pensava, glielo sottolineava comunque un paio di volte al giorno Gerace.
Modena stava per andarsene a casa, quando gli arriv una telefonata di Ressa: il suo amico della Digos si era reso conto di avere fatto uno sgarbo al compagno di sindacato e cordate. Qualche giorno prima, lo aveva chiamato quell'autorevole giornalista Gulletti per domandargli notizie su un certo Gandolfi - naturalmente di questa telefonata non fece cenno a Modena - e lui aveva informato il giornalista del Corriere di avere messo le mani su un appunto di quelli dell'intelligence militare, in cui si chiedeva di indagare su un tale Gandolfi Enzo per i suoi collegamenti con Remizov Vassili Nikolaevic, addetto commerciale del consolato milanese e in realt agente del Kgb che si occupava di spionaggio industriale, con particolare interesse per la Fiera di Milano. Il keghebista non era stato ancora espulso per individuare bene i suoi contatti italiani. Questa informativa era saltata fuori perch i pigri agenti del controspionaggio nazionale, annoiati dalla scarsa consistenza criminale di un tipo come Gandolfi, avevano chiesto alla Digos di preparare una scheda sul personaggio. Il funzionario della Digos che se n'era occupato era legato a Ressa e gli aveva chiesto qualche dritta. E cos da un'indiscrezione all'altra, l'informazione era arrivata alla fine al giornalista del Corriere, che poi l'aveva fatta sicuramente avere a quelli della federazione del PCI. Ressa non era certo pentito di avere dato una mano a un giornalista autorevole e indirettamente al PCI. Per si era reso conto che non poteva lasciare all'oscuro l'amico che si era rivolto a lui. Cos, un po' in ritardo lo mise al corrente.
Un caso di spionaggio con fioraie e idraulici? Modena ne dubitava. Ressa era dello stesso parere: la Calchi era notoriamente iscritta al PCI e si sapeva da tempo come il Kgb evitasse di immischiare militanti comunisti nelle sue imprese. Comunque era utile prenderne nota. Magari se lo avesse saputo un minuto prima, se la notizia fosse stata acclusa al dossier che aveva ricevuto dalla Digos - osserv l'ispettore - avrebbe potuto fare qualche domanda a Gandolfi. Guarda,  una notizia fresca, fresca - gli rispose Ressa - non sapevo niente fino a un minuto fa.
Farias arriv in federazione un quarto d'ora dopo aver lasciato il commissariato di zona Sempione, sal dal segretario provinciale e raccont tutte le ultime novit. Pessina, appena uscito l'avvocato, chiam subito Dondi e Cavenaghi e pass loro le informazioni sui soldi della Calchi, su Gandolfi e sull'ipotesi di qualcuno del giro di Epaminonda coinvolto nell'assassinio.
I due probiviri si misero a ragionare sulla situazione. I preti scagionavano con nettezza Ruvo, per i soldi non giustificati indicavano come la Calchi fosse al centro di un qualche traffico illegale, e di una certa portata. E c'era l'accenno di Rudin ai giri di persone sospette intorno alla bella fioraia. E peraltro qualche affaruccio tra la Calchi e Ruvo c'era sicuramente stato. Ma se non si trattava di droga, che cosa veniva smerciato clandestinamente in quel maledetto chiosco di fiori? Che consistenza aveva poi la pista Epaminonda? La polizia partiva dal carattere del delitto, tipicamente mafioso. Ma i due probiviri sapevano che l'assassino era legato alla sezione.
Per quel che riguardava Gandolfi e il suo rapporto con il Kgb bisognava aspettare il viaggio di Canino a Mosca. Intanto Dondi era pronto a sentire Maurizio Bertocchi, segretario della federazione di Bergamo, magari il venerd successivo al comitato regionale del partito.
Zoncada avrebbe incontrato il segretario della Fiera Palombo il giorno dopo e forse sarebbe venuto fuori qualcosa sul giro prostituzione, da quella chiacchierata.
Sui box, Cavenaghi si riprometteva di cercare Alberto Rosci, vecchio amico, studente d'ingegneria insieme a lui, diventato presidente della Boxcoop, la struttura della Lega delle cooperative che si occupava di parcheggi sotterranei.
I due probiviri esaminarono, ancora, l'atteggiamento dei poliziotti incaricati delle indagini e dedussero da un certo nervosismo che traspariva dai loro comportamenti, prontamente notato da Farias, che non avevano trovato alcuno spiraglio per far luce sul caso: il che, se si considerava la faccenda dei mitra Mp 40 nascosti in sezione, non era certo un male per il partito.
Cavenaghi si ritir nel suo loculo al quarto piano, aveva poco tempo per tornare a casa, farsi una doccia e andare a sentire Regazzi che parlava della Rivoluzione d'Ottobre. Mentre stava pianificando i suoi prossimi spostamenti, entr nella sua stanza Fani, l'instancabile cerimoniere di arrivi e partenze delle delegazioni per e da Milano, intensamente impegnato fino a un momento prima a sbrigare il calendario per il giorno successivo di una delegazione del Pc bulgaro: arrivo alle 8 a Malpensa, alle 10 all'Hotel Jolly in via Tarchetti 2, alle 11 Cenacolo di Leonardo da Vinci, alle 13 pranzo al ristorante Chez Giorgett, alle 15 alla Rinascente, alle 17 doccia in albergo, alle 18 brindisi di accoglienza con tanti salatini e tartine da non mangiare pi fino al giorno dopo in federazione, alle 19,30 balletto alla Scala. Pi che l'organizzazione di una visita di amicizia intercomunista, sembrava quella di un percorso di guerra da cui pochi sarebbero usciti vivi. Ma con le delegatzije le cose andavano cos.
Per organizzare accoglienze di questo tipo, Fani aveva bisogno di un vastissimo giro di giornalisti, fornitori, portieri d'albergo, uffici stampa, uffici di pubbliche relazioni, uffici per i cerimoniali a cui rivolgersi per mostre, concerti, spettacoli, ricevimenti, cene e cos via. Da questo magico insieme di relazioni e favori, estraeva sempre qualche evento che talvolta, invece che a una delegazione straniera, offriva ai suoi amici: in prima scelta a qualche ragazza a cui faceva la corte ma, falliti i tentativi di seduzione, era molto generoso con persone come il suo compagno di piano Cavenaghi. Proprio quella sera aveva a disposizione un paio di biglietti per lo Smeraldo, l'ultimo posto a Milano dove c'erano ancora decenti spettacoli di variet, del buono e antico avanspettacolo con tanto di appariscenti signorine a ballare in calze di rete. L'ingegnere permise al suo amico cerimoniere di lanciarsi in spericolati elogi di questo tipo di show:  da l che vengono quegli incredibili attori italiani che hanno letto la nostra societ meglio di qualsiasi sociologo, i Tot, i Sordi, i Tognazzi, I loro eredi magari saranno un po' appassiti, ma  un dovere rendere omaggio a una tradizione innanzi tutto intimamente proletaria. 
Raggiungeva le pi alte vette della retorica, il Fani, pur di avere chi lo accompagnasse a osservare un paio di cosce ben tornite senza sentire troppo senso di cedimento a viziosit obiettivamente borghesi e nemmeno del tipo radical chic che di quei tempi era pi perdonabile.
Questo sfoggio di argomenti divertiva Cavenaghi che per a un certo punto beffardamente osserv: Non ti ricordi che oggi  il 7 novembre? Ti dice niente questa data? Hai rimosso quell'appuntamentino che abbiamo in un Teatro Odeon ormai non pi utilizzato per spettacoli di variet?.
Oh! Maledizione!  vero, c' il Regazzi stasera. L'anniversario di quella maledetta Rivoluzione d'Ottobre bestemmi il Fani, affranto, sconfitto e consapevole di non avere vie di fuga.
E cos i due amici e compagni di piano si trovarono quella sera l nella sfavillante sala del Teatro Odeon, a celebrare l'Ottobre, con qualche migliaio di altri comunisti milanesi. E c'erano il segretario del Pcus della regione di Krasnodar, un membro del comitato centrale che poi prese pure la parola, e il segretario della Moldavia. Un bel riconoscimento per i comunisti milanesi. La serata non poteva che essere inaugurata da una lunga esecuzione di inni. Si suon di tutto, dall'Internazionale all'Inno dei lavoratori a canti dedicati a guardie e bandiere rosse.
Gli inni e i canti erano un essenziale elemento della coesione del popolo comunista. Un formidabile professore universitario, grande studioso della letteratura italiana del Settecento e dell'Ottocento, molto in freddo con il partito specie sui temi della riforma dell'universit, soleva dire: Come faccio a lasciarvi, poi non potr pi ubriacarmi alle feste dell'Unit e cantare quegli splendidi inni verdiani della tradizione proletaria.
Un ottimo spettacolo fu garantito da un Regazzi in grande forma e sintonia con il popolo comunista. Solista, pi che tipico uomo del gruppo dirigente, naturalmente difese i punti di vista del segretario del partito. Ma la vera passione ce la mise quando parl della rivoluzione. Tu metalmeccanico, che sei qui in prima fila - scand -, che ti stai battendo per la tua giusta paga, sai quanto dei tuoi diritti, della tua libert  dovuto a quegli sporchi soldati vestiti di panno verde, con in testa una bustina con la stella rossa che cacciarono dalla Patria e poi distrussero le armate naziste? Ti ricordi ancora che se puoi scioperare, se puoi lottare a viso aperto, se non c' qualcuno con la camicia nera o bruna a bastonarti, questo  dovuto a quei soldatini dell'armata rossa, al popolo sovietico e ai suoi ventisette milioni di morti?.
S, certo la democrazia era un valore assoluto, spiegava il Regazzi. Ma non toccateci l'Ottobre. Respingiamo le semplificazioni apologetiche sulla rivoluzione, ma rigettiamo ogni deformazione antisovietica. Il messaggio arriv con chiarezza al cuore dei militanti presenti.

Marted 8 novembre
Cavenaghi aveva fatto tardi, la sera prima. Dopo Regazzi, Fani non aveva voluto saperne di andare a letto. Con ancora in bocca il sapore della Rivoluzione d'Ottobre? Mai! Cos lo aveva trascinato in uno tra i tanti localini in cui il responsabile Problemi internazionali della federazione milanese portava le sue delegazioni. Nonostante le proteste preventive, alla fine Cavenaghi aveva ceduto. Solo alle due l'ingegnere aveva lasciato il suo compagno di perdizione e non era andato in discoteca. Ma gli era bastato superare la mezzanotte per subire come una Cenerentola le dure conseguenze della notte brava: intorno alla testa un cerchio l'opprimeva. Chiss come faceva il Fani, che di sicuro era tornato a casa alle quattro, a precipitarsi alle sei alla Malpensa per andare ad accogliere la delegazione bulgara?
Comunque, in quello stato, imbottito di aspirine, l'ingegnere entr dal cancello principale del Monumentale. Come non raramente gli accadeva e nonostante il mal di testa, era in anticipo di dieci minuti. Li avrebbe usati per un rapido giro in un luogo dove non gli capitava tanto spesso di passare: l'ultima volta, a parte i veloci funerali della Calchi, era venuto a portare dei fiori sulla tomba di un vecchio partigiano della sua sezione. Tre anni prima. 
Le salme, peraltro, del suo babbo e della nonna che ogni tanto andava a trovare, si trovavano al cimitero di Lambrate.
Si ricord del suo vecchio amico e maestro, l'architetto Rinetti, che gli aveva parlato del Monumentale e innanzi tutto dell'incredibile facciata d'ingresso con il suo ritorno al Medio Evo - non solo toscano, ma anche lombardo e veneto - progettata in pieno Ottocento, con la voglia, come predicava Camillo Boito, di creare un vero stile nazionale, contrapposto al plumbeo neoclassicismo imperante. Nell'Ottocento, fino ai primi anni del Novecento i milanesi sono in preda alla felicit: la citt si sviluppa, i traffici anche, la cultura  piena di sorprese. Smisero dunque di costruire quelle loro dimore caratterizzate da pochi stili sostanzialmente omogenei, con i loro rossi cupi o i giallo-grigi asburgici, e si lanciarono nelle pi folli avventure: castelletti gotici con le torri, liberty pi sfrenato, sogni di stazioni assiro-babilonesi che poi tradurranno in realt. E in preda a questa vena progettarono il cimitero: anche ai morti toccava far festa. Almeno un po'.
Come diceva quella poesia del Tessa? L' d di mort, alegher. Cominciava proprio cos - ramment Cavenaghi, recitando il testo che ricordava a memoria - Torni da vial Certosa / torni di Cimiteri / in mezz a on someneri de cioccatee che vosa: il cimitero e gli ubriaconi che vociano. E poi continua con quel verso geniale: L' il d di Mort alegher / Sotta ai topiett se balla / se rid e se boccalla. Versi disperati, segnati dalla tragedia di Caporetto che per descrivono quello stato d'animo dei cittadini ambrosiani di cui parlava Rinetti: tristi ma pronti a ballare sotto le pergole e a edificare cimiteri in stile medievaleggiante.
Era contento il vicepresidente della commissione probiviri di avere una ottima capacit di memorizzare quanto leggeva. Tutto quello studiare astruse formule per l'inutile laurea in ingegneria gli aveva lasciato almeno questo: una memoria di ferro.
Tra i versi di Tessa e quelle statue imploranti (l'emozion scoprire un Medardo Rosso che non aveva ancora visto, dedicato a Filippo Filippi) che accompagnavano l'assai artistico Monumentale, fu quasi inevitabile che Cavenaghi si mettesse a ragionare su quale era il suo rapporto con la morte. Come per gran parte dei quadri e dei dirigenti del PCI il carattere dell'ingegnere aveva una forte impronta militare, un elemento stoico nella concezione della vita: vivi bene e dunque sappi morire bene. Per una causa giusta. L'elemento eroico della militanza comunista si andava esaurendo, ma una certa impostazione di fondo restava ancora. In quegli anni questa concezione s'incontrava con il processo di secolarizzazione che tendeva a rimuovere la morte e i suoi riti come gravi distrazioni dalla vita moderna.
Stava subentrando allo stoicismo materialistico il nuovo materialismo consumistico? Qualche cedimento se lo sentiva addosso persino il militante Cavenaghi. 
Mentre ragionava cos, tra s, l'ingegnere si accorse di essere arrivato al luogo dell'appuntamento, il grande cubo vuoto, scandito da una serie ordinata di tubi bianchi, costruito subito dopo la guerra in memoria dei caduti nei campi di sterminio nazisti; un'opera dei BBPR, gli autori della Torre Velasca, che nella sua semplicit metteva i brividi.
Attraverso i tubi vide avanzarsi la figura sghemba e massiccia di Tonio Ruvo, trentacinque anni, non alto, capelli neri, non corti, una fronte bassa, gambe arcuate, grembiule nero da becchino, uno sguardo cos obliquo da inquietare persino il poco impressionabile ingegnere.
Dopo un parco saluto, Cavenaghi indirizz subito la conversazione sui punti che voleva approfondire. Discussero dieci minuti della razionalizzazione dei servizi del cimitero: il pretesto per l'incontro. Poi Cavenaghi fece il primo affondo: Naturalmente modernizzare significa per prima cosa tagliare i legami del cimitero con ogni forma di criminalit organizzata. Tre anni or sono  scoppiato lo scandalo degli spacciatori di droga: oggi lavorare per il nuovo significa rimuovere qualsiasi radice che consenta la riproduzione di simili legami.
Il volto di Ruvo, da giallastro che era si fece di un rosso cupo e lo sguardo ancora pi obliquo: Compagno Cavenaghi, su quell'episodio la polizia ha svolto lunghe indagini, ha arrestato tutti i colpevoli e non ci sono pi radici di nessun tipo che legano il cimitero a quella specie di criminalit.
Le indagini della polizia sono le indagini della polizia, riguardano fatti circoscrivibili e circoscritti, attribuibili a singole responsabilit, la politica non si occupa solo dei singoli fatti ma anche delle tendenze, dell'ambiente, delle complicit oggettive. Non aiuta la nostra iniziativa preventiva e per cos dire sradicativa, per esempio, la constatazione che compagni come te non siano stati particolarmente collaborativi con la polizia.
Il rosso del volto di Ruvo divenne ancora pi cupo e lo sguardo pi obliquo: Non c' stata reticenza su alcun fatto criminale da parte mia. Quando nei reati sono stati coinvolti miei vecchi compaesani, con cui ero cresciuto e con cui avevo condiviso un mondo di fatica, c' stato solo il rifiuto di raccontare cose del passato, slegate dai delitti. Una scelta che in parte ho pagato per salvaguardare la dignit gi ferita di vecchi amici. E anche la mia. Non per impedire che si facesse luce su singoli crimini.
Cavenaghi fu colpito dal tono sincero di Ruvo, che traspariva nonostante l'aspetto losco. Fu colpito ma non frenato: Ora non ti sto qui a riferire qualche pettegolezzo minore raccolto su attivit tue e di qualcuno legato a te, che forse non sono completamente legali. Ma c' una voce che gira ed  assai pi allarmante, e che, nell'impostazione della conferenza dei lavoratori comunisti della zona, non pu essere trascurata. Si dice che la Calchi abbia fatto un bel po' di soldi al di fuori della sua attivit ufficiale, che intorno al suo chiosco girassero tipi strani e che questo avvenisse come contorno dei tradizionali rapporti, gi di per s sostanzialmente extralegali, tra fiorai e lavoratori del cimitero.
La crudezza degli argomenti colp Ruvo e lo lasci senza parole. Poi si riprese un po': Tu sei il compagno della federazione e io non posso che rispettarti, mi racconti cose del tutto nuove che non conoscevo e fatti che invece avevo notato ma su cui avevo chiuso un occhio o non avevo voluto parlare. Forse  venuto il momento di far luce su questioni di cui ho preferito a lungo tacere. Tanto pi dopo la tragica morte di Bruna. Tu sai che noi meridionali abbiamo un senso molto vivo dell'onore ma di questo nostro onore per me fa parte il rapporto con il partito e non voglio che questo rapporto sia macchiato da alcuna ombra. Lasciami qualche ora. Ti richiamer e concorderemo come fare uscire tutta la verit. Confuso dalla sua stessa tirata Ruvo se ne and, quasi scappando.
Cavenaghi prese il 4, il tram che passava proprio di fronte al cimitero, e in circa dieci minuti fu in federazione.
L'ingegnere non fu per nulla sorpreso quando verso le 12 e mezza il centralino gli annunci una telefonata da parte del compagno Ruvo. Fu invece assai stupito quando trov all'apparecchio non Tonio ma il patriarca Nicola, che con una voce farfugliante gli chiese se poteva onorere le sue case a Sesto Sen Giovanni, venendo a cene quelle sere dopo le otto e mezze. Cavenaghi accett subito. Poi chiam un suo vecchio amico della Fiom di Sesto e gli chiese di scambiare due chiacchiere con lui sul ruolo e la storia del vecchio Ruvo della Falck Vulcano. Essere ben preparati era la base per un buon lavoro investigativo. Bruno Scotti, il funzionario fiommino, gli fiss un appuntamento per le 15 e 30 del giorno stesso.
Appena Zoncada l'aveva chiamato, Palombo aveva acconsentito subito a uno scambio d'idee: l'assessore comunista gli era veramente caro. Vieni alla Fiera, cos poi ti porto a mangiare in un ristorante formidabile che si trova qui dietro aveva detto il segretario generale della Fiera. E il capo-delegazione-PCI-in-Giunta accett subito. Anche perch se si fossero visti a Palazzo Marino, qualcuno lo avrebbe riferito subito al sindaco che sarebbe diventato ancora pi geloso. Ma poi Bagnoli sar sicuramente informato dell'incontro dall'autista che il sindaco socialista mi ha affibbiato proprio allo scopo di farsi riferire che cosa faccio e chi vedo. D'altra parte il nostro destino  essere spiati. E l'unica contromossa possibile  sapere chi sta svolgendo questo incarico consider Zoncada, senza particolare acrimonia verso il sindaco Marco Bagnoli che stimava come amministratore capace e intelligente. Un socialista, anticomunista conseguente, che si comportava con la necessaria cautela. Ma perbene.
I due grandi partiti con larghe basi popolari e di potere, Dc e PCI, con forti risorse nazionali il primo e estere il secondo, erano come due solidi gentiluomini che si contendevano una vivace ma, secondo loro, sventata signorina. Su tutto i due pacati e arroganti signori s'intendevano: i buoni sigari, le passioni sportive, le conversazioni di peso, il lesso e il raviolo, il dessert e il barolo e naturalmente gli appalti e gli investimenti, ma non decidendosi al ragionevole passo di diventare una coppia, quando si trattava di flirt, fidanzamenti e promesse di matrimonio, dovevano rivolgersi alla sventata cio al Psi.
Zoncada era un esempio perfetto del tormento che i comunisti provavano quando messi alla prova del triangolo; l'assessore era particolarmente unitario, riteneva che la sinistra italiana senza un saldo rapporto tra Psi e PCI non avesse futuro, riconosceva che la stupidada, cio la scissione di Livorno che aveva impedito ai lavoratori italiani di avere un unico e forte partito in grado di assumersi il governo nazionale come succedeva nel resto dell'Europa occidentale, fosse una tragica colpa dei comunisti e non dei socialisti. L'attrazione per Mosca, che pure un po' ancora pesava e molto aveva pesato, si era assai ridotta nella coscienza politica dell'abile amministratore milanese. Eppure persino per un uomo di sinistra cos unitario quando dalla politica d'alto bordo si trattava di passare a quella minuta - un piano regolatore, un'area edificabile, un depuratore, un'autostrada e cos via - si sentiva pragmaticamente attratto dai pragmaticissimi democristiani piuttosto che dai socialisti rosi sempre da mille sospetti, invidie e pretese. Dalla difesa della propria autonomia, come dicevano loro.
Questa era la base del suo buon rapporto con Palombo che per di pi era doroteo, neanche basista cio della sinistra Dc, il che significava ancora pi pragmatico.
Mentre ragionava su questi temi, Zoncada stava entrando dal cancello centrale della Fiera Campionaria. La Fiera era in piedi ormai da pi di cinquant'anni ma quei suoi capannoni, quei cancelli cos imponenti, quelle mura color pistacchio davano ancora un senso di modernit e progresso. Eppure la formula della rassegna campionaria dove l'industria italiana offriva tutto insieme il meglio della sua produzione, stava esaurendosi. Ormai le esposizioni che presentavano e lanciavano le nuove tendenze, che imponevano sul mercato i nuovi macchinari, che introducevano alle innovazioni, erano sempre pi quelle specialistiche, non quelle general-generiche come la Campionaria di Milano.
E la Fiera di Francoforte, la pi seria concorrente dei milanesi e sostanzialmente nello stesso bacino di traffici, lo aveva capito per prima, e stava investendo per espandersi, per collegarsi all'aeroporto e dare servizi che dalle parti di Milano ancora si sognavano.
Perch ci siamo impantanati cos? si chiedeva Zoncada, mentre stava prendendo l'ascensore che lo conduceva dal segretario generale, accompagnato da un'efficientissima e poco appariscente segretaria. Qualche, e forse non solo qualche, colpa ce l'avevano pure loro comunisti che quando si trattava di modernizzare, gli veniva sempre il mal di pancia.
Palombo gli venne incontro: Signor assessore, quale onore. 
Non prendermi in giro, Rinaldo.
Vieni, vieni nel mio studio.
Entrati in una grande stanza di 50 metri quadrati, dai mobili moderni e dalle pareti colore pastello, il segretario generale fece sedere l'assessore su un divanetto di cuoio color cachi, comodissimo ed elegante. Dai, sputa il rospo, abbiamo un'oretta, poi ti porto qui dietro in via Montecuccoli, in questo nuovo ristorantino, Elmo e Natasha, dove per mangiare ci vuole un mutuo, ma ha del vino che ti far piangere lo anticip Palombo.
Scusami se le mie domande ti sembreranno stravaganti, ma ho bisogno di farmi un'idea su una certa vicenda e mi serve l'opinione di chi capisce e conosce i problemi anche minori che riguardano la Fiera. Mi interessa sapere se, intorno alle attivit che tu tanto bene dirigi, vi sia una rete di criminalit dura capace di arrivare all'omicidio. Sto parlando soprattutto di giri legati alla prostituzione e simili.
Perbacco, speravo mi volessi parlare di qualche area da queste parti da valorizzare e invece mi vuoi utilizzare come uno sbirro o un sociologo. Che delusione. Ma sai che ti amo e non ti posso negare niente.
Non dire scemenze lo interruppe Zoncada.
Giri di troie e criminali? Vediamo. Tu sai che per controllare questo enorme macchinone ho chiesto al mio amico ministro dell'Interno, Cossiga, una speciale sorveglianza: ogni mese mi arriva un rapportino, qualche volta ci aiutano quelli dei servizi perch non mancano episodi di spionaggio industriale, innanzi tutto da parte dei vostri ingombranti soci moscoviti. Tra gli espositori e i visitatori, alcuni non resistono al gorgo del peccato e si fanno trascinare in vili commerci carnali. Intorno alla Fiera tra passeggiatrici - via Monte Rosa, via XX Settembre, piazzale Lotto e corso Sempione, e in un'altra decina di vie che se ne hai proprio bisogno ti posso elencare: con qualche variante omosessuale se hai quello sfizio -, entraneuse, tre night-club e una dozzina di case d'appuntamento, l'esercito del vizio ha normalmente circa 500 effettivi. Che diventano circa 700 durante la grande Campionaria, con un bello schieramento di call girl assai professionali e di giovani dilettanti allo sbaraglio che si prostituiscono ora nei dodici alberghi grandi-medio-piccoli della zona ora direttamente negli stand fieristici a cui accedono in veste di interpreti, hostess, cameriere e talvolta financo di ragioniere. Dodici tra poliziotti e carabinieri si occupano di schedare e sorvegliare per me tutto questo grande esercito del sesso. Non avevo mai avuto sinora, in cinque anni di impegno come segretario generale della Fiera, notizie che da questo giro potessero venire pericoli di una particolare violenza: le guerre per le spartizioni degli spazi erano controllate. I papponi o erano tranquilli o venivano rapidamente assicurati alle patrie galere. I passaggi di denaro erano tali da accontentare tutti. Insomma fino a poco tempo fa avrei escluso che il circuito troie-Fiera potesse dare vita ad attivit omicide. Ma ora qualche rapportino di polizia suggerisce che qualcosa sta cambiando nel giro delle entraneuse, qualche nuovo protagonista si sta facendo largo e abbiamo avuto una ragazza serba sfregiata due settimane fa, senza che riuscissimo a individuare il colpevole.
Ti risulta che nel giro sia coinvolto qualche fioraio?.
Voialtri comunisti sapete sempre tutto di tutti. S. Quelli del commissariato Fiera hanno raccolto una soffiata che mette al centro del nuovo giro di squillo, collocate tra night e appartamentini compiacenti, uno o pi misteriosi fiorai.
Non si sa niente di pi?.
No. Ti consiglio, per, di sentire qualcuno dei tuoi che spesso hanno orecchie pi buone delle mie, abituati come sono a spiare ovunque e chiunque: tra tassisti, portieri d'albergo, organizzatori sindacali avete a disposizione in Fiera pi di un guardiano attento e sospettoso, come peraltro siete tutti voi, che ti pu riferire meglio di me.
Certo, compagni spioni non ce ne mancano ma mi serviva un brillante e scettico osservatore come te innanzi tutto per evitare le fregole cospirative di cui il mio ambiente abbonda.
Finita la chiacchiera Palombo e Zoncada si fecero rapidamente portare in via Monteccucoli al numero 8, dove l'amministratore trov pi di un motivo di delusione.
L'ambiente era fine, ma veramente fine: nessuna ostentazione, tovaglie bianche naturalmente di lino e con tanti pizzi, sedie comode, luci basse. Un'atmosfera un po' asettica per un ristorante. E gi questo risvegli qualche sospetto nel sospettoso Zoncada. I ristoranti non devono essere asettici.
I vini che gli portarono, un profumato bianco renano il cui nome pieno di consonanti non riusc bene a intendere e il Sassicaia stagionato che accompagn le carni, erano veramente nettare degli dei. Ma il gusto di un ex bracciante lodigiano non poteva incontrarsi con quello di chi gli serviva come primo un raviolo, sia pure abbastanza grande, ma pur sempre uno, con su mandole tritate e miele. N suscit l'entusiasmo di Zoncada l'apparizione di una costina d'agnello con salsa di menta: buona ma una. N apprezz un solitario asparago con salsa ai gamberetti. Dimostrato tutto l'entusiasmo necessario per l'amico Palombo che gli aveva fatto scoprire quelle delizie, l'assessore milanese si ripromise di farsi portare, nel pomeriggio, almeno una pizza.
L'ispettore Modena fiss l'appuntamento con don Galli alle 11. Il Monumentale era a cinquecento metri dal commissariato Sempione, era dunque un'ottima occasione per respirare un po' d'aria aperta, sia pure ben bene inquinata da auto e riscaldamento, e liberarsi dai fumi pi intensi e diretti assorbiti nelle riunioni del giorno prima. Modena si mise quindi volentieri a camminare, e in dieci minuti fu in vista dell'entrata. Non era dello spirito adatto per valutazioni metafisiche, non si sofferm a meditare tra le tombe e cammin velocemente per i vialetti ghiaiosi. Raggiunse in cinque minuti la cappellina dove trov il grigio, trasandato, lungocrinito don Galli.
Spieg al cappellano i dubbi che emergevano dalla sua inchiesta, gli raccont per sommi capi i sospetti sulla fioraia uccisa, accenn al ritrovamento dei soldi non giustificati e chiese al prete un parere su che cosa restava del vecchio giro di criminalit dei becchini pugliesi spacciatori, scoperto qualche anno prima. Modena era abituato a interrogare la gente e ne individuava immediatamente gli atteggiamenti psicologici impliciti nelle risposte. In questo senso lo colp l'aria di don Galli: molto sorniona, quasi che le domande che gli stava facendo gli fossero appena gi state rivolte. Di fronte ai sorrisi del cappellano, l'ispettore alla fine non si trattenne e gli chiese se della vicenda aveva gi sentito parlare.
La risposta fu una non risposta: Di che cosa non si  gi parlato?.
Modena non era in grado d'insistere. Riusc per, con il massimo garbo possibile, a far presente che alla polizia sarebbe stato assai utile sapere se altri soggetti indagavano su un omicidio. Ma questa considerazione non turb il prete che and avanti a sorridergli e a rispondere solo alle domande sui giri di spaccio, ribadendo che non c'erano tracce di una qualsiasi ripresa del clan dei pugliesi. Quelli che erano rimasti erano bravi giovani, impegnati nel loro lavoro. A Modena non rest che prendere atto e tornare in commissariato dove intanto dalla Buoncostume gli era arrivata l'indicazione di una traccia sui rapporti tra un giro di prostituzione, che forse poteva avere collegamenti con gli Amici della pittura di Epaminonda, e uno o pi fiorai della zona Sempione.
La prostituzione era certamente una delle specialit della banda Epaminonda. Nell'appunto della Buoncostume, c'era un consiglio: su questa materia sarebbe utile sentire Palombo Rinaldo, segretario generale della Fiera, che  costantemente informato da varie fonti sui movimenti criminali che si svolgono intorno alla Fiera.
Sia pure un po' stordito Cavenaghi quella mattina aveva sentito alla radio di una sparatoria a Roma tra vigili e due ladruncoli, uno dei quali era poi morto a causa di un colpo di pistola. Sull'episodio si affollavano i commenti, molti di area estremista o comunque assai critici contro la polizia, che condannavano le nuove direttive alle forze dell'ordine. Cos si finiva per inasprire la tensione. Ma era possibile inasprire ancor di pi la tensione in Italia? si ripet l'ingegnere. Immediatamente gli vennero in mente quattro o cinque morti nelle ultime settimane. E qualche decina di feriti. A Torino era bruciato persino un intero bar. In questa situazione quale era il problema: non far avvertire l'alzarsi della tensione o recuperare un minimo di sicurezza per la vita civile? Certo, a Cavenaghi non mancava un bagaglio di aspre considerazioni sull'operato della polizia in tutta la storia ormai trentennale della Repubblica. Ma alla fine scattava il senso assai realistico dei comunisti: se si vuole riportare un po' di serenit in Italia, indispensabile tra l'altro perch il movimento tenga in fabbrica, bisogna spezzare il circuito di violenza. E quel termine spezzare non era interpretabile solo in senso psicologico.
Intanto era arrivata l'ora di prendere il metr e andare all'appuntamento con Scotti. Proprio al capolinea della linea rossa, direzione nord, si trovava la sede unitaria dei metalmeccanici sestesi. L'edificio color giallo asburgico, con fregi un po' liberty, era assai gradevole, testimonianza di un tempo (nel caso specifico gli anni Trenta) in cui pure gli edifici industriali venivano progettati con cura particolare. Era uno stabile imponente, gi sede della direzione e dei servizi commerciali di una grande impresa come la Ercole Marelli, che quando aveva dovuto ridimensionarsi collocando direzione e servizi negli stessi stabilimenti dedicati alla produzione, aveva venduto per una somma non altissima e in cambio di qualche sconto nelle lotte sindacali i locali del suo centro direzionale alla Federazione lavoratori metalmeccanici, il coordinamento unitario allora assai attivo tra Fim, Fiom e Uilm. Insieme alla Flm lo stabile ospitava insieme gli spazi per l'attivit separata delle tre organizzazioni dei metalmeccanici, compreso l'ufficio di Scotti.
L'imponenza e lo stile della sede della Flm sottolineavano il grande concetto che i metalmeccanici sestesi avevano di se stessi. La citt, ormai arrivata ai centomila abitanti, distesa su un'area immensa occupata da enormi insediamenti industriali, veniva considerata una proiezione esterna delle grandi fabbriche: le due Marelli, la Ercole elettromeccanica e la Magneti, batterie e accessori per l'auto, le due Breda Termomeccanica e Siderurgica e i tre stabilimenti della Falck, Vittoria, Vulcano e Concordia, pi lo stabilimento della Pirelli Sapsa. Lavoravano l oltre quarantacinquemila lavoratori, molti alloggiati nei villaggi operai costruiti sin dagli inizi del Novecento. Il PCI aveva pi di 4.000 iscritti in quelle aziende e considerava tutta l'area un'inespugnabile roccaforte. Davide Lajolo, geniale e scanzonato direttore dell'Unit di Milano negli anni Cinquanta, aveva inventato lo slogan La Breda  Milano, Milano  l'Italia durante l'occupazione e l'autogestione da parte dei lavoratori di uno degli stabilimenti sestesi. Era stato molto rimproverato da Giorgio Amendola, il dirigente del PCI che non tollerava le esagerazioni: Se ci si dimentica la questione meridionale si far la fine dei socialisti nel primo dopoguerra. Ma il motto era piaciuto ai metalmeccanici della cittadina industriale che ancora se lo ripetevano dopo vent'anni. Nessuno di loro era in grado di prevedere che in qualche decina di anni sarebbe rimasto sul loro territorio un solo lavoratore su dieci tra quelli impiegati nelle grandi fabbriche. A quei tempi prevaleva il senso d'invincibilit.
I leader operai, del partito e del sindacato, in fabbrica erano considerati come dei senatori romani, riveriti per il loro carisma e per la fiducia che gli tributavano migliaia di lavoratori. Il Sessantotto che in alcune grandi aziende, dalla Fiat di Torino agli stabilimenti milanesi della Pirelli, aveva visto numerosi episodi di contestazione al PCI e al sindacato giudicati troppo timidi nelle lotte, a Sesto San Giovanni aveva prodotto effetti contenuti, solo in alcuni stabilimenti si erano sviluppate aree di estremismo e persino di simpatia per il terrorismo. In generale, la Cgil aveva mantenuto la sua capacit di guida del movimento in ogni occasione e in ogni stabilimento. E il PCI la guida della Cgil.
Questo era il clima e il contesto in cui vivevano i metalmeccanici sestesi della Fiom che in quel periodo avevano come segretario un bravo tecnico, appena uscito dalla Ercole Marelli, quello Scotti che si doveva incontrare con Cavenaghi. Trentacinquenne, sul metro e settanta, capelli rossi tagliati a spazzola, occhi azzurri, aveva sostituito il leader della Fiom sestese dell'autunno caldo, Tommaso Ligabue, sindacalista amato dagli operai, abile nelle trattative ma privo di una particolare chiarezza di linguaggio. I suoi iscritti lo chiamavano affettuosamente: Mi spezzo ma non mi spiego.
Far parte dell'apparato del partito dava uno status speciale ai funzionari del PCI, in quanto emissari diretti dello Stato maggiore dell'articolato esercito comunista, che consentiva loro di parlare alla pari con sindacalisti o giornalisti dell'Unit di grado per cos dire pi elevato. Pur cosciente del peso particolare che aveva il segretario sestese della Fiom, Cavenaghi dunque non si sentiva intimidito. Anzi quando l'ingegnere trov nella stanza di Scotti un'altra persona, che poi scopr essere Rocco Santo, segretario della sezione del PCI della Falck Vulcano, non manc di lanciare un'occhiataccia al leader sindacale.
Scotti, gi timido di suo e sempre in un qualche imbarazzo quando trattava con quelli del partito, abbass lo sguardo e con voce incerta spieg la presenza di Santo. Mi hai chiesto qualche notizia sul vecchio Ruvo della Vulcano, ma quel compagno in fabbrica fa solo attivit di partito non sindacale, io non lo conosco bene. Chi lo frequenta invece  il nostro Santo e non c' bisogno che ti dica come il segretario della Falck Vulcano, ben trecento iscritti su 2.700 operai, sia assolutamente fidato e riservato.
Il segretario della Vulcano non  che avesse un'aria particolarmente raccomandabile. Aveva il tipico fisico di chi lavora davvero in fonderia: non molto alto, spalle larghe, muscoli supersviluppati, schiena incassata, portava una maglia a strisce quasi da galeotto, aveva uno sguardo sveglio e beffardo un po' da brigante, tanti riccioli neri con solo qualche increspatura di grigio. Irpino di nascita, parlava con un accento mischiato a espressioni lombarde acquisite nei suoi otto anni di lavoro alla Vulcano. 
Bene, passiamo subito alla questione per cui ho chiesto di incontrarti - tagli corto Cavenaghi. - Avrei bisogno di una valutazione del carattere e soprattutto delle relazioni di Nicola Ruvo. E della sua famiglia. Nell'organizzare un'iniziativa del partito dobbiamo affrontare una vicenda di legami con settori della criminalit, in particolare di quella pugliese: alcuni delinquenti legati allo spaccio di eroina hanno avuto in qualche modo, sia pure senza che ne derivassero per lui conseguenze penali, rapporti con un figlio di Ruvo, Tonio, anche lui iscritto al partito. Si dice inoltre che nella gestione di alcuni traffici legati al cimitero sia coinvolto un po' tutto il clan Ruvo, a partire naturalmente dal patriarca Nicola, operaio e nostro attivista alla Vulcano.
Il vecchio Ruvo non  che sia proprio un vero operaio, cura il guardaroba della fabbrica. Per Santo si potevano considerare veri operai solo quelli che lavoravano in fonderia, gli altri erano dei signorini. Dopo una pausa per consentire che il concetto fosse ben compreso, il siderurgico irpino prosegu: Detto questo, il Ruvo  un bravo compagno. Eccezionale quando si tratta di organizzare le feste dell'Unit, ottimo cucinatore di salamelle. Sempre per quell'occasione ci procura un vinello pugliese veramente disgustoso ma che costa due lire.
Cavenaghi comprese bene dove voleva arrivare il segretario della Vulcano nel descrivere Ruvo come un compagno pi vivandiere che militante, un addetto pi alle salmerie che alla lotta. Cap che in questa descrizione c'era una sorta di valutazione politica non altissima del guardarobiere della Vulcano, unita per a una pratica considerazione per l'utilit dei ruoli che svolgeva. 
Afferrato il senso generale, Cavenaghi volle forzare la conversazione: Il mio problema non  capire se Ruvo sia un eroe del lavoro o della lotta. Quello che voglio sapere  se c' qualche sentore di suoi rapporti anomali e illegali.
Che il Ruvo abbia una mentalit e un'attitudine da camorrista, questo non ci piove. Lasciatelo dire a me che sono nato in una regione dove la camorra non manca. D'altra parte viene da una stirpe di contadini cresciuti nel latifondo abituati a difendersi e talvolta ad associarsi al potere feudale in questo modo. Mica sono pastori come i miei, al fondo tutti anarchici. Detto questo sono convinto che il suo camorrismo sia un camorrismo buono, decisamente temperato da una lunga militanza comunista convinta e radicata. Impasticcia. Ma i suoi legami con la tradizione comunista gli impediscono di passare certi limiti. Naturalmente da noi appena muore qualcuno cerca di vendere ai parenti una lapide. Ma poi ubbidisce a ogni ordine che gli viene dal partito.
Quel furbo brigante doveva avere ragione, gli sembrava un ottimo osservatore di uomini. Scotti aveva fatto bene a farlo venire. Sviscerati ancora un paio di segreti dei clan pugliesi a Sesto, alla Vulcano e nei traffici funerari, Cavenaghi ringrazi i suoi interlocutori, riprese il metr, fece un salto in federazione per scambiare con Dondi due informazioni sulle novit del giorno. Poi and a casa a rinfrescarsi un momento e a prendere la sua Due Cavalli rigorosamente rossa per recarsi nella dimora dei Ruvo, dove si sarebbe conclusa la sua giornata d'indagini.
La grande famiglia dei Ruvo era composta oltre che dal patriarca Nicola, da sua moglie, dalla sua vecchia madre, da un fratello, dai suoi cinque figli tre dei quali con famiglia e procreatori a loro volta di altri sei figli, dai tre figli del fratello Felice, uno dei quali con due figli. Oltre venticinque persone, il che faceva della loro casa pi un villaggio che una dimora.
Erano sistemati in una vecchia cascina che a un osservatore frettoloso poteva apparire un modernissimo loft con tantissimi spazi aperti. E invece riproduceva le forme del modo antico delle abitazioni contadine.
Un po' imbarazzato - aveva comprato una bottiglia di spumante per non arrivare a mani vuote, ma era un omaggio adatto a una famiglia mononucleare non per una iperpatriarcale come quella dei Ruvo - Cavenaghi entr nel cascinone. Lo portarono subito all'enorme tavola, imbandita di antipasti di ogni tipo accompagnati da quei terrificanti vinelli ros per feste dell'Unit di cui aveva parlato Santo, con caciottine e burratine di Alberobello, a forma di trullo. Sotto il tavolo correvano ragazzini, gatti, galline come in un banchetto medioevale. Arrivarono presto tre enormi vasche piene di orecchiette e braciole al sugo rosso. Non mancarono le cime di rape. Invece non c'erano lampascioni, una scelta filologicamente scorretta. Dopo arriv una serie di dolcini mielosi di quelli che i greci avevano portato agli arabi e questi poi ai greci e entrambi ai pugliesi.
Durante la chiassosissima cena si era parlato solo di argomenti generali. In special modo della crisi politica ed economica dell'Italia, argomento su cui Cavenaghi dava la birra a tutti. Capire quel che si diceva a tavola non era facile, erano aperti a tutto volume un televisore e un giradischi.
Il patriarca chiacchierava beato avendo intorno la sua numerosa famiglia, bassotto come il figlio Tonio, una zazzera lunga e tutta grigia, gli occhi tagliati all'orientale, un eccesso di denti sporgenti che accentuavano lo sputacchiamento della pronuncia. Si capiva che era molto onorato di avere al suo tavolo il compagno della federazione. E non si scord della necessit che a un certo punto i discorsi dovessero diventare pi seri e mirati. Cos, ingoiato un perfido liquorino che il patriarca insistette a far bere all'ingegnere (un mandarincello? un pompelmicello? qualcosa insomma di alcolico e dolciastro ma senza sapori chiaramente definiti), Nicola Ruvo comunic alla famiglia vasta che lui, il compagno della federazione e Tonio avrebbero fatto due passi lungo la Martesana per digerire l'imponente libagione. Era novembre, non faceva particolarmente caldo, ma il cibo e le bevute avevano consistentemente aumentato la temperatura interna dei tre che si apprestavano a passeggiare. Oh! Sciame ordin il patriarca Ruvo: andiamo. I prati intorno e il canalone grigiastro che li attraversava ricordavano tutto tranne che l'Arcadia, ma duecento metri pi in l c'era un bar con sala di biliardo che poteva ospitare comodamente la conversazione tra l'uomo del partito e i due pugliesi. Ordinate tre tazzine di caff, il vecchio Ruvo introdusse la discussione: Tonio mi raccont delle domande che gli facesti sulla criminalit pugliese e dei sospetti su quella poverina nostra c'mbgna, morta qualche giorno fa. Mi disse poi le critiche che disceste perch non diede abbastanza aiuto alla polizia quando vennero arrestati quei nostri compaesani per traffico di droga. Io credo che non ci fu colpa, quelle che potevamo raccontare erano storie di miserie che con i crimini non c'entravano. La complicit  sbagliata ma la commiserazione tra paesani  cosa naturale. C' invece un'altra storia da raccontare e riguarda la povera Calchi, su cui noi sappiamo delle cose ma non le dicemmo perch non ci sembrarono tanto gravi. Ora per dopo l'assassinio  bene che tutto venga fuori e che sia il partito a decidere come farlo uscire. Parlandoti come a un funzionario di partito che  un po' come il prete in confessionale, devo dirti che s qualche traffichino illegale c'era, due mazzi recuperati sulle tombe e rivenduti dalla nostra amica fioraia. S, da parte nostra ci fu qualche traffichino. Ma cose da niente, tanto per integrare i soldi che come vedi servono a mantenere pi di venticinque creature. Per mentre facemmo questi traffichini con la Calchi, soprattutto Tonio si accorse, sent chicchire, che avveniva qualcos'altro intorno al chiosco di via Procaccini, c'erano altri strani clienti che arrivavano a tutte le ore e si intrattenevano con le c'mbgne senza poi comprare neanche un fiore. Ora, siccome gi i nostri compaesani ci scottarono con il traffico di droga, noi fummo molto attenti a non cadere in un altro pasticcio. E organizzammo in famiglia una sorveglianza del chiosco per capire se ci fosse roba di droga in tutto quell'ammicco ammicco. Non di droga si trattava ma di corse di cavalli e puntate clandestine, un'attivit coordinata da un altro compagno della sezione Sempione, Sante Invernizio, uno che lavora alla Lega coop d'intesa con la Calchi. Giudicammo le scommesse sui cavalli roba minore e non dicemmo niente in giro. Ma ora c' stato il fattaccio. E il partito deve sapere ogni cosa.
Il vecchio Ruvo aveva tirato fuori tutto d'un fiato la vicenda. Si vede che si era preparato bene. Il racconto sembr a Cavenaghi assai convincente. Ora c'era una pista nuova e con un protagonista che aveva accesso alla sezione. Bene. Ci avrebbe lavorato su dalla mattina seguente. Adesso era ora di andare a dormire. Pass dal cascinone a salutare la famiglia larga, declin un altro giro del mefitico liquorino. La nonna cerc di fargli benedire l'ultimo nipotino, lui le spieg che i funzionari del PCI esercitavano in altro modo le loro funzioni.
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FINE Parte 1.